|
| SECONDA GUERRA MONDIALESECTION |
La fortezza belga di Eben Emael, nel 1940, era ritenuta inespugnabile, ma questo accadeva prima che entrassero in azione le nuove truppe d'assalto tedesche
Esattamente alle ore 4.30 del 10 maggio, 11 alianti tedeschi del tipo DFS 230 vennero trainati in aria da
aerei JU 52 partiti dall'aeroporto di Colonia-Ostheim, circa 120 Km a est del confine olandese. Sugli
alianti era imbarcata la sezione d'assalto "Granito", composta da 2 ufficiali e 83 uomini, tutti esperti
genieri paracadutisti provenienti dalla 7ª divisione aviotrasportata della Luftwaffe.
Gli alianti erano diretti verso la fortezza belga di Eben Emael, ritenuta inespugnabile, e se tutto fosse
andato secondo i piani sarebbero stati trainati per 25 minuti prima di essere sganciati in quota sopra il
confine olandese per poi planare sull'obiettivo. Avevano il compito di distruggere le fortificazioni e i
cannoni di Eben Emael prima che potessero essere usati per rallentare l'avanzata delle forze terrestri
tedesche sui vicini ponti del Canale Alberto. In caso contrario la programmata invasione dei Paesi Bassi da
parte delle truppe di Hitler nel maggio del 1940 avrebbe subito un'inevitabile battuta d'arresto. La
fortezza di Eben Emael doveva essere assolutamente conquistata per consentire alla 6ª armata tedesca
di sfondare tra Roermunde e Liegi.
La fortezza, completata soltanto nel 1935, sorgeva su un rilievo roccioso dal quale si dominava il settore
più importante del Canale Alberto. Tra il 1932 e il 1935, i belgi avevano costruito un complesso che si
estendeva per oltre 700 m da est ad ovest e per 900 m da nord a sud. Sul lato di nord est una ripida
scarpata si ergeva per 40 m sul Canale Alberto, mentre sul lato nord ovest gli argini di contenimento
del fiume Jeker erano stati sopraelevati e le difese migliorate grazie ad un fossato dai terrapieni molto
ripidi. A est e a sud, dove la campagna circostante si trovava allo stesso livello delle difese, i
genieri belgi avevano costruito un ampio fossato e un muro alto 4 m.
La fortezza, che si sviluppava su diversi livelli, era dotata di 64 fortini nei quali erano alloggiati
diversi pezzi d'artiglieria (compreso un cannone a canne rotanti da 120 mm), cannoni anticarro e
contraerei. Tutti i pezzi erano protetti da torrette in acciaio alcune delle quali avevano pareti spesse
anche 30 cm. Erano stati stesi campi minati e reticolati in modo da convogliare eventuali aggressori
verso le casematte irte di mitragliatrici e l'ingresso della fortezza, costruito sulla contropendenza della
collina, era protetto da un fossato pieno d'acqua. I belgi erano convinti che queste difese avrebbero
obbligato qualsiasi aggressore a schierare una forza imponente per intraprendere un lungo assedio; nel
frattempo i vitali ponti sul canale sarebbero stati distrutti e i rinforzi avrebbero avuto il tempo di
affluire nella zona di Eben Emael per proseguire l'azione ritardatrice. I tedeschi non erano certi della
consistenza della guarnigione belga, ma ritenevano che l'ufficiale più anziano ad Eben Emael, il maggiore
Jottrand, avesse circa 1200 uomini sotto il suo comando.
Gli uomini della sezione d'assalto "Granito" rappresentavano l'elemento chiave del piano messo
a punto da Hitler e dal generale Kurt Student, comandante del corpo dei paracadutisti tedeschi
per sopraffare questo formidabile ostacolo alla conquista della Francia e dei Paesi Bassi.
Facevano parte del più ampio gruppo d'assalto (Sturmabteilung) Koch, i cui obiettivi erano i
ponti Kanne, Vroenhaven e Veltwezelt sul Canale Alberto. La sorpresa doveva essere conseguita facendo
atterrare, grazie agli alianti, truppe d'assalto su ciascun obiettivo poche ore prima dell'arrivo della
forza d'invasione principale. Il capitano Koch (dal momento che per le forze tedesche era indispensabile
raggiungere simultaneamente tutti gli obiettivi fissati) divise il suo comando in due gruppi autonomi,
ciascuno con il proprio compito specifico.
Tre sezioni d'assalto dovevano catturare i ponti vitali: la "Ferro" agli ordini del sottotenente Schachter
doveva assicurare l'attraversamento a Kanne; la "Calcestruzzo", guidata dal sottotenente Schacht, aveva il
compito di conquistare il ponte in calcestruzzo sul canale a Vroenhaven; e la terza sezione, "Acciaio",
agli ordini del tenente Altman, doveva assicurarsi il ponte in acciaio di Veltwezelt. La sezione d'assalto
"Granito" era comandata dal tenente Rudolf Witzig, un geniere di 25 anni già con una reputazione di
ufficiale preparato e deciso.
Dal novembre del 1939 gli uomini di Koch si erano preparati nella massima segretezza, addestrandosi
negli assalti con gli alianti sulle fortificazioni di Gleiwitz catturate ai polacchi.
50 CHILI DI ESPLOSIVO
Il 10 maggio su ogni aliante era stato caricato un impressionante arsenale di armi: ciascun geniere
paracadutista era armato con un fucile oppure con un fucile mitragliatore, nonché con 50 kg di esplosivi o
di altri equipaggiamenti vitali. Gli uomini disponevano di speciali cariche esplosive assicurate a
lunghi pali per poterle spingere nelle torrette della fortezza attraverso le feritoie dei cannoni, di
torpedini analoghe alle Bangalore inglesi da impiegare per aprire varchi nei reticolati e di
lanciafiamme. Il munizionamento più importante però era costituito da 20 cariche cave da 5O kg e 28 da
12,5 kg. L'intenzione degli uomini di Witzig era di aprirsi la strada nelle fortificazioni di Eben Emael
proprio con queste armi che all'atto pratico risultarono, micidiali.
Mentre era in volo per Eben Emael, la sezione d'assalto "Granito" perse due dei suoi alianti. Ad uno,
sul quale si trovava il tenente Witzig, si ruppe il cavo di traino e il pilota poté a malapena virare e
scendere su un accidentato campo in Germania. L'altro aliante fu costretto a tornare indietro e
ad atterare vicino a Düren per un guasto al motore dell'aereo da traino. Così soltanto 9 alianti
riuscirono a scendere alle ore 5.20 sul pianoro di Eben Emael. Due, tra l'altro, atterrarono malamente e
i paracadutisti trasportati non poterono partecipare all'attacco.
La guarnigione belga, colta di sorpresa nonostante fosse stata messa in allarme fin dalle ore 3,
quando erano giunte le prime segnalazioni di movimenti di truppe tedesche lungo i confini, non fu in
grado riorganizzarsi per tutta la durata della battaglia. Nei mesi precedenti c'erano stati tre falsi
allarmi e anche quel 10 maggio sembrò che non vi fosse un'estrema urgenza di prendere provvedimenti.
A peggiorare la situazione, a Eben Emael su 1200 uomini di guarnigione il giorno dell'attaccoo erano
in servizio soltanto 700 soldati; gli altri 500 erano in licenza o erano stati sistemati nelle fattorie
e nei villaggi vicini. L'assenza di questi uomini si rivelò un serio svantaggio per la difesa di Eben Emael.
AL CALAR DELLA NOTTE
I belgi che non si aspettavano un attacco tedesco, in un primo tempo credettero che gli alianti fossero
inglesi o francesi, ma si resero ben presto conto del loro errore. Così, quando i 55 uomini del gruppo di
Witzig, giunti a ridosso della fortezza, saltarono fuori dagli alianti furono accolti dal tardivo ululato
delle sirene, dai bagliori dei bengala e dal crepitio delle armi automatiche.
Il comando dell'operazione, in assenza di Witzig, venne assunto dal sergente maggiore Helmut Wenzel cui
spetta il merito di aver diretto la prima, cruciale fase dell'attacco. Fu proprio nei primi 20 minuti
infatti che i tedeschi riuscirono a paralizzare la fortezza. Quando gli incursori attaccarono le torrette
d'acciaio di Eben Emael con le cariche cave, rimasero essi stessi stupefatti dagli effetti devastanti di
quelle esplosioni. Fino a quel momento i paracadutisti si erano soltanto esercitati con cariche esplosive
che, per motivi di sicurezza, non erano state tarate al massimo delle loro possibilità.
Una squadra guidata dal sergente anziano Niedermeier attaccò la casamatta 18 sul lato sud della fortezza.
Con una carica cava da 50 kg Niedermeier distrusse la torretta d'osservazione. Due dei suoi uomini, poi,
fissarono una carica da 12,5 kg contro una porta d'acciaio, proprio sotto la canna di uno dei cannoni da
35 mm della casamatta. La potenza dell'esplosione, l'effetto delle onde d'urto e il foro prodotto nella
torretta corazzata impressionarono lo stesso Niedermeier: alcuni cannonieri belgi all'interno erano stati
spazzati via dai seggiolini, altri erano stati scaraventati contro le pareti della casamatta.
Niedermeier quindi guidò la sua squadra traverso il varco prodotto dall'esplosione e inseguì i superstiti
che si ritiravano nel sistema di gallerie che correva sotto la fortezza.
Intanto anche le altre squadre della sezione d'assalto "Granito" riuscivano a penetrare, grazie alle
cariche cave, nelle torrette in acciaio di Eben Emael.
Il sergente maggiore Peter Arent, comandante della terza squadra, svolse un ruolo di fondamentale
importanza nelle fasi iniziali dell'attacco. Il suo aliante, sceso a meno di 50 m dal muro perimetrale
della fortezza, fu preso immediatamente di mira dal fuoco delle armi leggere. Arent e i suoi uomini
trascinandosi dietro i pacchi di esplosivi, presero a correre sul terreno scoperto, inseguiti da un mortale
sbarramento di pallottole, per raggiungere la protezione offerta dalle mura in calcestruzzo e il bersaglio
loro assegnato. Arent piazzò contro il fianco della torretta una carica cava da 50 kg e la fece esplodere.
Penetrato attraverso la breccia alla testa dei suoi uomini, sopraffece rapidamente i difensori e si
organizzò per mantenere il possesso della torretta in attesa di un eventuale contrattacco belga.
Ma poco dopo Arent ricevette da Wenzel l'ordine di abbandonare quella posizione per attaccare un altro
fortino e mettere a tacere i due cannoni contraerei che stavano dando filo da torcere agli attaccanti,
ritardando pericolosamente la defutitiva conquista della fortezza. Arent e la sua squadra si avvicinarono
al fortino costeggiando il muro in calcestruzzo, al sicuro dal pesante fuoco delle mitragliatrici belghe
sistemate sul muro perimetrale proprio sopra le loro teste. Vennero piazzate le cariche contro la torretta:
pochi istanti dopo l'esplosione sgretolava la postazione.
Il maggiore belga Jottrand, comandante di Eben Emael, aveva perso l'iniziativa fin dalle prime battute
dell'assalto tedesco e non fu più in grado di organizzare una resistenza efficace. In un estremo tentativo
di difesa ordinò alle batterie campali dislocate nella zona circostante di dirigere il tiro contro la
fortezza per far sloggiare il nemico. Ma fu tutto inutile, Jottrand non aveva un'idea chiara e complessiva
della consistenza delle forze nemiche e rimase disorientato difronte alla rapidità con cui cadevano tanti
capisaldi; tanto più che la fortezza, contro le cui corazzature gli esplosivi convenzionali potevano poco
o nulla, fino ad allora era stata considerata inespugnabile.
Alle ore 8.30 un aliante solitario volteggiò attraverso il pesante fuoco contraereo belga e atterrò con
successo ad Eben Emael. Il tenente Witzig aveva finalmente raggiunto la zona dell'attacco. Ricevuto il
rapporto da Wenzel, Witzig ordinò ai suoi uomini di attaccare e distruggere quelle aree di Eben Emael
ancora in mano ai belgi. Ma sui tedeschi si riversò un fuoco così intenso che essi furono obbligati a
ritirarsi cercando riparo in alcune casematte catturate in precedenza. I belgi si erano ripresi abbastanza
da poter lanciare un contrattacco.
Nel pomeriggio formazioni di Stukas attaccarono ripetutamente Eben Emael ed alcuni obiettivi nei dintorni.
Furono messe a tacere diverse sacche di resistenza. Al cader della notte, la maggior parte dei principali
sistemi difensivi della fortezza erano stati espugnati. Anche se i belgi si erano ritirati nella parte
centrale della fortezza. Witzig temeva un attacco notturno contro le sue forze che erano sparpagliate su
una vasta area. Fu per questo che ordinò ai suoi uomini di abbandonare un certo numero di capisaldi
catturati e di concentrarsi in alcune zone relativamente sicure. I capisaldi abbandonati furono fatti
saltare in aria. Ma il temuto contrattacco non si verificò.
Alle ore 7 dell'11 maggio un distaccamento tedesco appartenente al 51° battaglione del genio, agli ordini
del sergente Portsteffen, arrivò a Eben Emael e stabili un contatto con Witzig, dopo aver attraversato il
canale su fragili canotti di gomma. A metà mattinata gli attaccanti vennero raggiunti da un reggimento di
fanteria e gli uomini di Witzig furono ritirati dalla battaglia. Dopo altre due ore di aspri
combattimenti molti dei quali nelle gallerie della fortezza, i tedeschi udirono il suono di una tromba e
videro una bandiera bianca sventolare su Eben Emael: il maggiore Jottrand voleva arrendersi. La battaglia
era terminata.
POCHE DOZZINE DI GENIERI PARACADUTISTI TEDESCHI
I 700 soldati belgi che difendevano la più possente fortezza in Europa erano stati sconfitti da poche
dozzine di genieri paracadutisti tedeschi, armati con 56 bombe a camera cava. Nella battaglia durata tutto
un giorno 6 uomini di Witzig avevano perso la vita e 20 avevano riportato ferite, ma l'unità era riuscita
a mettere fuori combattimento la maggior parte dei capisaldi di Eben Emael. La sezione d'assalto "Granito"
aveva svolto un ruolo di fondamentale importanza consentendo al resto del gruppo d'assalto Koch di
conquistare intatti quasi tutti i ponti del Canale Alberto. Fu grazie a questa azione che le forze
terrestri tedesche poterono muovere senza impedimenti nel Belgio. Un solo ponte, quello di Kanne, era stato
distrutto dai belgi proprio mentre i paracadutisti prendevano terra con gli alianti. Witzig, che fu
decorato con la Croce di Ferro e promosso capitano per la sua impresa, disse in seguito che il successo era
da attribuire in larga misura al fattore sorpresa, al terrificante effetto distruttivo delle bombe a carica
cava e alla mancanza di un valido supporto esterno per la fortezza. Ma il successo fu anche determinato dal
meticoloso addestramento degli incursori e dalla pianificazione dell'attacco. Ogni uomo di Witzig infatti
sapeva cosa fare, era in perfette condizioni fisiche ed era capace di prendere iniziative, come aveva
dimostrato il sergente maggiore Wenzel assumendo temporaneamente il comando nella prima, cruciale fase
dell'operazione. La conquista di Eben Emael fu forse il primo esempio di ardita operazione aviotrasportata.
Nonostante la perdita di due alianti i paracadutisti tedeschi portarono a compimento la missione con
determinazione e spianarono la strada alla conquista dell'Europa occidentale.
ADDESTRAMENTO INTENSIVO
La conquista di Eben Emael era di importanza vitale per il successo dell'offerisiva tedesca contro i Paesi
Bassi. Nei sei mesi precedenti l'operazione gli uomini del gruppo d'assalto Koch furono sottoposti ad un
rigoroso quanto segreto addestramento. Il tenente Rudolf Witzig, comandante della sezione "Granito",
ricorda:
«La segretezza era di importanza vitale poiché il nostro successo e la nostra stessa sopravvivenza
dipendevano dalla possibilità di prendere il nemico di sorpresa. A volte si dovettero prendere misure
drastiche. Il nostro addestramento e i particolari dell'equipaggiamento, delle tattiche e degli obiettivi
dovevano essere tenuti completamente segreti: persino noi ignoravamo il nome della fortezza da conquistare.
Non fu concessa nessuna licenza agli uomini, non era prevista nemmeno la libera uscita ed era proibito
entrare in contatto con elementi di altre unità. L'addestramento con gli alianti nella zona di Hildesheim
fu condotto nel modo meno appariscente possibile. Gli alianti vennero poi smontati, trasferiti a Colonia su
autocarri per il trasporto del mobilio e quindi rimontati negli hangar circondati da sbarramenti di filo
spinato e sorvegliati da nostri uomini. Dopo l'addestramento sulle installazioni di Hildesheim, il
distaccamento si esercitò attaccando fortificazioni dislocate nel territorio dei Sudeti e condusse anche
prove di demolizione sulle installazioni polacche vicino Gleiwitz. Accurate lezioni alla scuola del genio
zappatori di Karlshorst servirono ad illustrarci i principi di costruzione di una fortezza. Inoltre vennero
interrogati disertori belgi che avevano prestato servizio in fortificazioni così potemmo confrontare ciò
che ci era stato insegnato con le informazioni fornite. In questo modo il quadro divenne completo. I genieri
presero confidenza con le armi e da queste trassero una profonda fiducia. Nessuno di noi avrebbe voluto
cambiare il proprio posto con chiunque altro, tanto meno con gli uomini di stanza nei forti corazzati».
I PARACADUTISTI TEDESCHI
|
Verso la metà degli anni '30, in Germania, esercito ed aviazione cominciarono a lavorare, separatamente, al
progetto per la formazione di una forza d'assalto formata da paracadutisti. Il 1 ottobre 1935 la guardia del
corpo personale di Herman Göring fu trasferita alla Luftwaffe con il nome di reggimento generale
Göring. I volontari vennero inviati al centro di addestramento di Altengrabow dove si stava
mettendo insieme il primo reggimento di fucilieri paracadutisti della Luftwaffe. Nella primavera del 1936
anche l'esercito tedesco stava lavorando attorno ad una nuova unità di paracadutisti: due anni dopo questa
forza prese parte all'occupazione del territorio dei Sudeti dove le sue operazioni vennero
dirette dalla Luftwaffe. Il 1 gennaio del 1939 i parà dell'esercito furono trasferiti in via definitiva
alla Luftwaffe che divenne da allora l'unica responsabile del reclutamento, dell'addestramento e
dell'equipaggiamento dei paracadutisti. Nell'aprile del 1940, i paracadutisti della 7ª divisione
aviotrasportata al comando del generale Kurt Student furono impiegati in Norvegia dove si distinsero
nell'operazione "Narvik".
L'assalto della fortezza belga di Eben Emael e la conquista dei ponti sul Canale Alberto in maggio
superarono, comunque, di gran lunga le imprese in Norvegia e gettarono le basi per ulteriori vittorie in
Europa, nel Mediterraneo e nel Nordafrica.
|
INDIETRO
|
|
|
|

|