NEWS FOLGORE EL ALAMEIN SOMALIA ARMI & MEZZI MISSIONI

World War II
Eben Emael

Gli ADRA

Arnhem

Obiettivo Creta

Le Aquile

Il 500° Btg. SS

Sicilia 1943

Armi & Mezzi
Junkers Ju 52/3m

Heinkel He 111H

DFS 230

Douglas C-47

A.W. Albemarle

A.W. Whitley

H.P. Halifax

Short Stirling

Airspeed Horsa




SECONDA GUERRA MONDIALESECTION
Un momento della discesa di un ADRA A.D.R.A.
Arditi Distruttori
Regia Aeronautica

  Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale le forze armate italiane impiegarono, al pari di quelle di quasi tutti gli altri Paesi belligeranti, un certo numero di reparti speciali particolarmente addestrati per il raggiungimento di determinati scopi.
È il caso degli ADRA, gli Arditi Distruttori della Regia Aeronautica.
Questo piccolo reparto (non superò mai, nemmeno nel momento di massima espansione, la forza di 500 uomini) venne ideato verso la fine del 1941, quando la guerra, tutto sommato, sembrava ancora un'avventura vittoriosa per i paesi dell'Asse. Era il periodo delle rapide avanzate, della guerra-lampo, di quando tutti ritenevano che i tedeschi sarebbero sbarcati un giorno o l'altro sulle coste inglesi e gli italiani nell'isola di Malta.
Proprio per quest'ultima operazione era stato deciso l'impiego in larga scala di truppe speciali perché l'isola, al di là dell'efficienza delle difese inglesi, presentava una configurazione geografica tutt'altro che facile, con coste alte e frastagliate, che costituivano già di per se stesse un'ottima difesa e una discreta difficoltà da superare. I mezzi da sbarco non avrebbero avuto a disposizione comodi arenili, e d'altra parte anche se questi ci fossero stati, la Regia Marina non disponeva di mezzi anfibi nè della necessaria esperienza per il loro impiego. Si era ripiegato su un certo numero di sbarchi da parte della fanteria di marina (il battaglione San Marco), che sarebbero avvenuti in determinati punti dopo una pesante preparazione di fuoco e dopo il lancio di paracadutisti che avrebbero dovuto assumere il controllo dei punti chiave dell'isola. Naturalmente gli stessi paracadutisti avrebbero avuto bisogno di avanguardie altamente specializzate che li precedessero per saggiare la resistenza nemica e preparare le principali zone di lancio. Fra questi reparti di "battistrada" si trovavano appunto gli ADRA.

 
  L'ADDESTRAMENTO
Il battaglione ADRA non era stato voluto per una semplice questione di prestigio; i paracadutisti erano un corpo dell'esercito, ma anche la marina aveva i suoi sabotatori che calavano sul punto di impiego appesi all'ombrello di seta. L'aeronautica, a sua volta, volle costituirne un proprio battaglione non tanto per poter vantare la moderna specialità fra i suoi ranghi, ma per poter usufruire di un reparto in grado di sabotare quelle attrezzature che l'arma aerea conosce per forza meglio delle altre: aerei, aeroporti e installazioni aeronautiche.
L'addestramento era particolarmente duro, per il primo corso su 2000 volontari ne furono prescelti solo 500, ma al termine del periodo addestrativo molti non avevano superato la prova. Per prima cosa veniva curata l'esercitazione con il paracadute. Gli allievi dovevano ottenere il brevetto con l'effettuazione di 6 lanci ciascuno nelle più svariate condizioni operative, di giorno, di notte, con la luna, nel buio assoluto, a varie quote. Poi veniva il corso di sabotaggio nel quale, oltre all'impiego degli esplosivi, si studiavano tutti i metodi possibili per mettere fuori uso aeromobili, aeroporti e strutture di appoggio, anche senza uso di ordigni era infatti previsto che, in caso di perdita dell'equipaggiamento, il sabotatore giunto a contatto con il suo obiettivo tentasse ugualmente di renderlo inefficiente ricorrendo ai più svariati espedienti.
Una pattuglia ADRA riceve le ultime istruzioni prima di una missione In condizioni normali, comunque, era previsto l'impiego di speciali ordigni che, collocati nei punti "strategici" degli aerei o comunque degli obiettivi, li avrebbero quanto meno neutralizzati se non distrutti. Si trattava di cariche esplosive per lo più a scoppio ritardato di non grande volume e peso in modo da permettere ad ogni uomo di poterne portare una discreta quantità. Ogni sabotatore, poi, era equipaggiato con razione viveri di emergenza, razione energetica, bussola, cronometro, binocolo, pacchetto di medicazione. L'armamento individuale comprendeva il MAB (Moschetto Automatico Beretta), allora in dotazione solo alle truppe speciali oltreché alla Polizia dell'Africa Italiana, la pistola Beretta calibro 9 mm (da notare che queste due armi avevano il munizionamento standardizzato, ossia potevano indifferentemente sparare l'una i proiettili dell'altra) e un certo numero di bombe a mano.
La divisa era quella normale dell'aeronautica sulla quale si indossava, al momento dell'operazione, la tenuta di lancio con il giubbotto mimetico, le ginocchiere imbottite e l'elmetto da paracadutista.
Inizialmente il 1° comandante del battaglione fu il capitano
Araldo de Angelis, ma, come ben sappiamo, la conquista di Malta dopo lunghi e tormentosi ripensamenti di italiani e tedeschi, non avvenne mai. Il battaglione San Marco venne destinato ad altri incarichi, la divisione Folgore fu inviata a dissanguarsi nelle sabbie di El Alamein e il battaglione ADRA venne trasferito in una base dell'aeronautica in attesa di impiego.
In quel momento il comandante del battaglione era Edvino Dalmas, un tenente colonnello pilota di origine dalmata che, nonostante avesse largamente superato la quarantina, saltava giù dagli aerei assieme ai suoi uomini come se avesse la metà dei suoi anni. Quando giunse la notizia dei primi sbarchi angloamericani nell'Africa settentrionale francese il battaglione ADRA aveva una consistenza di paracadutisti. Dal momento che l'unità, intatta e particolarmente agguerrita non era mai stata sulla linea del fuoco, venne deciso di allertarla per un immediato impiego. C'era infatti il rischio che il nuovo fronte travolgesse in quattro e quattr'otto l'apparato militare italo-tedesco in quel teatro operativo, e bisognava disporre di una copertura di truppe in grado di contenere l'avanzata avversaria mentre in zona più arretrata venivano prese le necessarie misure di sicurezza in grado di garantire una resistenza prolungata. Fra i reparti prescelti erano, come abbiamo visto, gli ADRA, che raggiunsero il Nordafrica il 16 novembre 1942.

 
  SUL GEBEL ABIOD
In quei giorni un gruppo misto italo-tedesco composto da artiglieria motorizzata e alcuni mezzi corazzati, comandato dal maggiore tedesco Witzig (l'uomo che aveva conquistato il forte di Eben Emael in Belgio) era entrato in contatto con l'avversario e necessitava urgentemente di truppe di rincalzo; il 17 in uno dei salienti più esposti, il gebel Abiod, proprio a contatto con gli inglesi, giungeva il battaglione ADRA. Il gebel Abiod era una posizione chiave, una specie di cardine sul quale era imperniata gran parte della linea del fronte. Chi vi si trovava non poteva sperare né in rinforzi né in contrattacchi: la consegna era solo quella di resistere fino a che era possibile. I 308 uomini del colonnello Dalmas riuscirono effettivamente a non deludere. Anzi, la loro resistenza, protrattasi per circa 10 giorni, permise senza dubbio di costituire con i reparti arrivati nel frattempo dall'Italia quella linea di difesa che consenti la resistenza delle truppe italo tedesche in Tunisia fino a metà del maggio 1943.
Ma a caro prezzo. Nella battaglia del gebel Abiod il battaglione venne letteralmente decimato; lo stesso comandante fu seriamente ferito quando una granata inglese centrò in pieno una cassa contenente una quarantina di bombe a mano che esplosero contemporaneamente vicino a lui. Così il colonnello Dalmas venne rilevato dal capitano Aldo Molino che, giorni dopo, quando i superstiti del battaglione verranno fatti evacuare dalla zona, provvederà a riportare in Italia gli ADRA.
Per alcuni mesi il battaglione aveva dovuto pensare a riorganizzarsi addestrando i rincalzi per tornare ad ottenere lo stesso grado di efficienza e di omogeneità che aveva raggiunto prima della dura prova del gebel Abiod; a primavera inoltrata aveva riassunto il comando il colonnello Dalmas, ormai guarito dalle sue ferite, e quasi subito l'ufficiale aveva fatto aumentare il numero degli addestramenti e delle esercitazioni al punto che ben presto era apparso chiaro agli occhi di tutti che già si stava preparando qualcosa di nuovo.
Gli ADRA non potevano certo immaginare (la natura degli obiettivi veniva sempre tenuta scrupolosamente segreta anche agli uomini sino al momento della partenza) che ben presto avrebbero rimesso i piedi sullo stesso suolo africano che aveva visto il loro battesimo del fuoco.
Il colonnello Edvino Dalmas a colloqui con degli ufficiali dopo l'8 settembre Si era infatti pensato di impiegare questa speciale forza d'attacco (integrandola con una certa aliquota di paracadutisti dell'esercito) per sabotare i campi d'aviazione alleati del Nordafrica. Per la precisione erano stati scelti, grazie alla ricognizione fotografica, i campi di aviazione dove appariva evidente che gli angloamericani stessero ammassando truppe ed aerei per l'imminente sbarco in Sicilia.
Vennero così selezionati 140 uomini che furono suddivisi in 14 squadre da 10 elementi ciascuna.
Gli obiettivi prescelti erano: gli aeroporti di Bengasi, alcuni in Tunisia, quelli della zona di Biskra, in Algeria, quello di Orano e infine quello di Algeri.
Per una volta il battaglione ADRA sarebbe stato chiamato ad assolvere l'esatto compito per il quale era stato ideato e costituito. Le 14 squadre sarebbero partite da quattro diversi "campi trampolino": con due aerei da Iráklion (Creta) verso Bengasi; con tre da Gerbini (Sicilia) verso la Tunisia; con tre da Decimomannu (Sardegna) verso Biskra; con tre da Salôn en Provence (Francia meridionale) verso Orario e Algeri.
Nella notte fra il 13 e il 14 giugno 1943, tra la mezza notte e le 2,15 tutti gli uomini avevano lasciato gli aerei gettandosi nella scura notte africana verso l'obiettivo loro assegnato. Purtroppo, ma questo i paracadutisti non potevano saperlo mentre, appesi alle loro cupole di seta, scendevano verso il suolo, gli aerei erano usciti di rotta: non tanto, ma quanto era sufficiente per far scendere fuori bersaglio la maggior parte delle squadre.
E così parte del battaglione una volta a terra fu circondato dagli americani i quali, dopo uno scontro a fuoco nel quale perse la vita un paracadutista, catturarono diversi ADRA. Nel frattempo, altri uomini erano stati visti, se non catturati e l'intero apparato difensivo alleato si era subito messo in moto.

 
  ELUDENDO LA SORVEGLIANZA DELLE SENTINELLE
In breve la quasi totalità degli incursori veniva fatta prigioniera, ma alcuni gruppi riuscivano a sganciarsi e a resistere alcuni giorni tentando di portare a termine quanto potevano del loro incarico. Il gruppo destinato all'aeroporto di Biskra, per esempio, pur non riuscendo a raggiungere l'obiettivo sfuggì per molti giorni alla cattura mettendo a soqquadro la zona, minando e distruggendo tutto quello che capitava a portata di mano. La pattuglia paracadutata a Philippeville, in Algeria, dopo una marcia forzata di 4 giorni sulle montagne dell'Atlante fece saltare in aria il ponte ferroviario di Beni Mansur. Due incursori del gruppo destinato all'aeroporto di Benina, Vito Procida e Franco Cargnel, riuscirono a raggiungere in pieno il loro obiettivo. Scampati alla cattura, dopo aver passato giorni penosi per il caldo torrido e la mancanza d'acqua raggiunsero il campo d'aviazione. Nella notte del 21 giugno si infiltrarono fra le sentinelle e collocarono le 18 cariche esplosive che avevano salvato sotto il ventre di altrettanti quadrimotori. Mentre si allontanavano trovarono, abbandonata all'interno del campo, una grossa bomba tedesca, forse da 500 chili. Innescarono anche quella, quindi si ritirarono a distanza di sicurezza e stettero ad aspettare sino a che l'ultima carica non fu esplosa. La notte successiva venivano catturati da una pattuglia inglese.
Il sabotaggio del ponte ferroviario di Beni Mansur in Algeria Mentre sin dall'inizio era stato previsto che le squadre destinate ad operare in Algeria, Tunisia e Marocco una volta eseguito il loro incarico avrebbero dovuto arrendersi, per quelle della zona di Bengasi era stata prevista una via d'uscita. Dieci giorni dopo il lancio, un aereo italiano doveva atterrare in una località deserta, a sud di El Carruba. I paracadutisti scampati avrebbero potuto raggiungerlo per tornare in Italia, ma nessuno si presentò all'appuntamento con la salvezza.
Si concludeva così la missione "Campi Africani": il risultato, tutto sommato, può essere ritenuto soddisfacente, se si considera che era stato portato lo scompiglio in vaste regioni controllate dall'avversario, era stato fatto saltare un importante ponte ferroviario e 18 quadrimotori erano stati distrutti da due soli uomini.
Un solo altro fatto d'armi attendeva gli ADRA che erano rimasti in Italia. Nell'alto Lazio si trovavano ancora circa 200 uomini del battaglione, distaccati presso le varie basi dell'aeronautica. Anche loro, come tutti, sorpresi dall'8 settembre in un primo momento non seppero che fare, poi assunsero una decisa posizione e riuscirono per molti giorni a mantenere in mani italiane gli aeroporti di Tarquinia, Cerveteri e Viterbo, impedendo ai tedeschi di impadronirsene.
Ma in seguito la maggior parte degli uomini del battaglione ADRA preferì seguire al Nord il loro comandante, colonnello Dalmas, che a Tradate (una cittadina a 15 km da Varese) fondò e diresse la scuola di paracadutismo della Repubblica Sociale Italiana.

 
  SOLDATO ADRA
A colpo d'occhio sarebbe stato difficile distinguere un ADRA da un paracadutista: le tenute da lancio, infatti, erano praticamente identiche, fatta eccezione per la tuta da lancio degli ADRA, indossata sotto il giaccone mimetico, che era marcatamente più chiara di quella impiegata dai parà. L'elmetto calzato dal militare nell'immagine sottostante è un modello 42, ossia un modello 41 (primo tipo adottato dai paracadutisti riducendo il normale elmetto italiano mod. 33, applicando un paranuca e un diverso sistema di cinghie) migliorato con l'aggiunta di un paranaso (la forma oblunga sulla parte frontale). Il telino mimetico non è del tipo regolamentare; l'ADRA indossa l'imbracatura del paracadute IF/41 SP in dotazione. Quest'ultimo, del peso complessivo di 16 Kg, aveva una cupola in seta della superficie di 56 m² che consentiva una discesa con velocità media di 6 m/sec. La cupola del paracadute era in seta mimetica per il lancio diurno, color antracite per quelli notturni. I paracadutisti italiani, come i loro colleghi tedeschi, erano costretti a lanciarsi nella cosiddetta posizione ad "angelo", al contrario dei loro antagonisti alleati che, per via della diversa struttura dei loro paracadute potevano lanciarsi in posizione verticale. L'arma impugnata dall'ADRA è un MAB mod. 38A.

Il colonnello Edvino Dalmas
Distintivo dei paracadutisti ADRA
Un ADRA completamente equipaggiato
EDVINO DALMAS
Nato a Zara il 3 ottobre 1895, convinto irredendista, Edvino Dalmas lasciava la città natale, allora in territorio austroungarico, per trasferirsi in Italia, dove entrava a far parte del Regio Esercito nei cui ranghi prendeva parte alla Grande Guerra come ufficiale di complemento.
Non appena venne costituita l'arma aerea, ne entrava a far parte. Promosso capitano nel 1928 e maggiore nell'ottobre del 1937, diveniva tenente colonnello nel 1941. Con questo grado partecipava al progetto di realizzazione del corpo Arditi Distruttori Regia Aeronautica, di cui diveniva poi comandante, partecipando di persona sia ai durissimi addestramenti che all'operazione in Tunisia conclusasi con la resistenza del gebel Abiod. In questa occasione rimaneva gravemente ferito. Rimpatriato, dopo la convalescenza tornava al comando degli ADRA nel maggio del 1943. Gli avvenimenti del successivo settembre lo vedevano partecipare alla difesa di alcune installazioni Militari a Roma contro i tedeschi. Fatto prigioniero da questi ultimi veniva liberato per l'intervento del generale tedesco Barenthin, che lo aveva conosciuto in Tunisia. Trasferitosi al nord fondava la scuola di paracadutismo della Repubblica Sociale a Tradate e costituiva i primi reparti paracadutisti di Salò con elementi degli ADRA, della Folgore e dalla Nembo. Nel marzo del 1944 lasciava la direzione dei corsi per assumere il comando del reggimento Folgore. Sopravvissuto alle vicissitudini del conflitto, Edvino Dalmas si spengeva a Padova il 28 maggio 1963.



 
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