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| EL ALAMEINSECTION |
Testimonianze
Parlare della "Folgore", quando ne hanno parlato tutti, sui giornali, sui libri, potrebbe
sembrare retorico e fuori della realtà, significherebbe ad un certo punto sminuire nel campo storico,
ciò che effettivamente è stato il suo operato reale.
Possiamo solo documentare, attraverso le fredde cifre della battaglia, e dai consensi dello stesso
cavalleresco avversario, la evidente sproporzione di mezzi, in cui il soldato italiano si è sempre
tragicamente battuto: cuori contro corazze, audacia contro acciaio, valore umano contro la potenza
delle macchine.
Queste le armi con cui si batterono ad El Alamein i "ragazzi della Folgore". Contro una forza
complessiva di circa 6.000 paracadutisti, s'infransero per ben 11 giorni, gli attacchi di 2 Divisioni
corazzate e di 4 Divisioni di fanteria.
Contro queste cifre qualsiasi commento è superfluo ! Un dato di fatto è storicamente accertato:
sul fronte della "Folgore" non si verificò nessun cedimento. I "Ragazzi" si sacrificarono fino
all'ultimo come dei moderni eroi delle Termopili. Ma tale episodio di sovrumano valore, fu
ottenuto con gravi perdite.
Centinaia di paracadutisti (tra cui ben 9 Comandanti di battaglione) riposano in eterno al 42° km
della strada di El Alamein, assieme a migliaia di altri combattenti italiani, tedeschi, inglesi
a testimoniare ai vivi l'immensità della battaglia ed il suo cruento epilogo.
Noi non possiamo dimenticare il loro sacrificio, poiché dimenticarlo significherebbe tradire la parte
migliore di noi stessi, come non possiamo obliare dal nostro cuore, tutti gli altri paracadutisti
italiani che nella buona e nella cattiva sorte, tennero bel alto il nome d'Italia, offrendo ad Ella
e solo ad Ella la loro giovane vita o immolandosi col Santo nome della Patria nel loro ultimo
anelito, senza pregiudizi di parte o di colore.
Essi hanno combattuto e basta ! Le loro tombe sono ovunque, nei posti in cui la Patria li
pose per la Sua difesa: nell'Africa Settentrionale, in Egitto, in Tunisia, nei Balcani,
a Nettuno, a Roma, a Filottrano, Grizzano, Castel del Rio, Ponte a Ema, sulle Alpi occidentali,
nei campi di lancio, in mille altri luoghi noti o sconosciuti. Essi sono là di presidio per
l'Eternità, caduti per una sola Patria che li affratellò un giorno e per sempre sotto la seta
candida e pura dei paracadute.
Sia Gloria a loro !
Una pagina viva sulle prime fasi della battaglia dal libro 'I ragazzi della Folgore" scritto
da due protagonisti Col. MOVM alla memoria Alberto Bechi Luserna e Paolo Caccia Dominioni.
... Un immenso boato ha lacerato lo spesso velluto che involgeva i miei sogni.
Sono balzato di colpo a sedere sulla cuccia che mi tien luogo di giaciglio e lì per lì non
mi raccapezzo. La terra trema come per sconvolgimento sismico e le pareti della buca mi
franano addosso in rivoli di sabbia.
Nel mentre a tentoni cerco smoccolando pistola e binocolo, dall'orifizio della buca mi
ruzzola addosso una forma umana. E' Macchiato, il maggiore comandante l'artiglieria del settore.
Mi urla in un orecchio per sormontare il frastuono infernale. E' il tiro di preparazione.
Devono esserci non meno di quaranta batterie in azione.
Strisciamo fino all'orifizio del rifugio. Calcoliamo ad occhio, al lume degli scoppi,
la distanza che ci separa dall'osservatorio. Uno, due, tre: via. Balziamo fuori e ci pare
di correre in un labirinto di schianti e sibili. Giungiamo ansimanti all'osservatorio, insieme
a uno scheggione galantuomo che ci sfarfalla dietro senza danni.
Distesi bocconi accanto al Comandante del settore, protendiamo il capo nella notte già stemperata
di biacca verso oriente. Cribbio, ci saranno sì quaranta batterie. L'orizzonte è tutto un balenio
di scoppi. Scandaglio l'orizzonte col binocolo. La "preparazione" ha investito molti settori
divisionali ma appare essenzialmente diretta sul nostro Reggimento.
Penso ai ragazzi spiaccicati nelle buche, sotto quella tempesta di ferro e di fuoco.
Hanno muscoli e nervi saldi ma che fallino il momento di schizzar fuori a sguarnire le postazioni
- quando l'avversario allungherà il tiro e sulle buche ristagnerà una calma fumante e minacciosa - che
s'azzardino un momento solo a godersi la tregua della bufera e si avranno i carri addosso.
Ma so che temo inutilmente. Sono della "Folgore" quei ragazzi.
Guardo l'orologio alla luce sporca dell'alba. Le 4,30. Il tiro anziché diminuire aumenta di intensità. Le granate ci scoppiano rabbiose d'intorno e sciami di schegge - flàp, flàp - si configgono nei sacchetti di terra con rumor sordo di cazzotti in una mandibola. Il colonnello, accanto a me, agguanta a tentoni il telefono, per miracolo funziona ancora.
- Pronto? Nono battaglione? Come va?
- Picchiano duro. (E' la voce di un capitano di cavalleria, il comandante, un uomo di molto valore,) ma la pelle l'abbiamo ancora più dura.
- Bene, attenti all'allungamento.
- Non dubitate.
Altra chiamata:
- Decimo battaglione? tutto bene?
- A meraviglia. Fa un po' caldo ma...
Di colpo ho la sensazione che ci sia dei nuovo. L'uragano di schianti si è placato e lo si ode
commisto a una ventata di sibili che ci trascorre alta sul capo. Un attimo ancora di istupidimento,
poi la luce della ragione si fa strada nella mente annebbiata. E' il qualcosa, il qualcosa che si
attendeva: il nemico ha allungato il tiro e sta per assaltare. Guardo ancora l'orologio. Le 5,20.
Il tiro avversario è durato esattamente un'ora: ma un'ora che conta nella vita di un uomo.
Sta venendo avanti su due colonne, il nemico. Quella di destra è preceduta da fanteria - due o tre
battaglioni - ed è rincalzata da un centinaio di carri armati. I pachidermi corazzati seguono
brontolando gli omini in cachi che dovrebbero aprir loro il varco fra le mine e le altre
diavolerie che recingono le nostre posizioni.
Nella nebbia mattutina se ne intravvedono le grosse sagome grigie. Vengono avanti, vomitando una
vampata di mitraglia e poi aspettano che i fanti in calzoncini effettuino un altro balzo.
Sulle nostre linee tutto tace: non fiata moschetto o mitragliatrice. Gli omini cachi
(se ne distingue già lo scodellino alla Don Chisciotte in funzione d'elmetto) appaiono
sconcertati dal silenzio. Avanzano a gruppetti, un po' esitanti, fiutando l'imboscata.
Sono ad un centinaio di metri dai nostri reticolati e ancora nessuno si fa vivo.
Che gli Italiani abbiano sgomberato le posizioni? che siano stati polverizzati
da quell'infernale tiro d'artiglieria? Si intuisce che gli omini tentennano, incerti
sul da fare. Dirigono un paio di mitragliate sulle nostre linee, a sincerarsi che siano
vuote, poi in tre colonnette, s'infilano fra un caposaldo e l'altro per accerchiarli e
dilagare sul tergo. Sono passati, sono in trappola.
Di botto l'intero nostro fronte si rianima. Le postazioni apparentemente deserte si coronano di
vampe. Uno, dieci, venti, trenta fucili mitragliatori sgranano improvvisi un duro rosario di
pallettoni. La nebbia è sforacchiata, lacerata da sibili e miagolii. Bravi ragazzi, bravi per
aver saputo resistere alla fregola nervosa di sparare appena avvistato il nemico di lontano!
Ce l'avete ora a due passi e non sbagliate colpo! Le colonne inglesi, prese dal fuoco
concentrico di tre capisaldi, tentennano, si frantumano, si disperdono come passeraio preso
a sassate dai monelli.
Si scorgono distintamente gli uomini falciati dalle raffiche e gli altri che cercano riparo
in ogni piega dei terreno. Ecco che lanciano due razzi rossi. Forse richiedono l'appoggio delle
loro artiglierie. No, chiamano in soccorso i carri. Vengono avanti in linea, i bestioni d'acciaio:
se ne distingue nettamente il tipo: sono dei "General Lee", di fabbricazione americana.
Bestie pericolose.
Ma Macchiato e i suoi artiglieri vigilano. Quattro comandi secchi (c'è qui un gruppo
che tira in modo portentoso) e i nostri pezzi collocano d'improvviso una precisa cortina
di scoppi innanzi ai carri armati nemici recidendoli dalle avanguardie di fanti. Un altro
gruppo di batterie s'incarica di pestare con gusto sui bestioni immobilizzati: una, due, tre
sfumacchiate nere, mostrano che i cannoni hanno colpito giusto. I pachidermi tentennano, vagolano
inquieti in cerca di scampo, come elefanti serrati in un incendio, poi ripiegano a precipizio,
si portano fuori tiro, abbandonando i fanti al loro destino. La situazione si delinea bizzarra.
Il nemico è incapsulato nelle nostre linee, ma numericamente più forte. Noi lo controlliamo dai
capisaldi, ma non abbiamo forze per uscirne e tentare l'assalto.
Chi dei due si muove rischia di soggiacere. Eppure urge chiarire la situazione prima che
s'incancrenisca e si muti in una di quelle fistole tattiche che s'allungano per giorni e
settimane e divengono insanabili. Rincalzi non potranno giungerci prima di notte. Il colonnello
decide di tentare un contrassalto con le magre forze disponibili in linea.
Il telefono riattivo chiama comandanti di compagnia, trasmette messaggi, raccoglie cifre e dati.
- Venticinquesima, quanti uomini validi per un contrassalto?
- Sessanta.
- Ventiseiesima?
- Settantadue, più qualche ferito leggero che si offre ancora di combattere.
- Bene, Ventisettesima?
- Non più di una cinquantina.
Sei e sette tredici e cinque diciotto: centottanta uomini contro due o tre battaglioni inglesi,
sia pure provati. Non è molto. E allora: ordine ai battaglioni laterali, non direttamente impegnati,
di squarnire le posizioni e far convergere a quota tale e al crocicchio talaltro un centinaio dì
uomini. Saranno così trecento assaltatori contro cinque o seicento inglesi. Non importa: i ragazzi
della "Folgore" non usano contare i loro avversari!
Il contrassalto è stabilito per le ore 12, fra due ore: il tempo indispensabile a radunare
i vari nuclei tattici, orientarli; fissare obiettivi e direzioni d'attacco. Gli uomini prescelti,
accosciati in terra, sventrano pacatamente la scatoletta e addentano la pagnotta; perché all'assalto,
checché ne dicano i dottori, è sempre meglio andarci a pancia piena e tascapane leggero.
Le 12. Un improvviso schianto, alle nostre spalle: i due gruppi di artiglieria hanno aperto il
fuoco di interdizione per precludere ancora una volta la ritirata al nemico. Contemporaneamente
la linea si rianima, le mitragliatrici riprendono a gracidare come cicale nell'afa meridiana; s'ode,
sincrono e ripetuto l'urlo dei nostri assaltatori commisto ai tonfi sordi delle bombe a mano.
Sono balzati dalle tane nella luce viva del sole, i nostri uomini. Hanno le barbe lunghe e le
uniformi consunte da tre mesi di "buca" ma sono belli ugualmente. I muscoli duri da atleti tendono
le giacchette nel classico gesto del lanciatore di giavellotto. "Sicura" strappata con i denti,
ampio gesto del braccio e il fagottino rosso della bomba piomba con precisione fra le gambe biondicce
e pelose del nemico. Vràn, vràn. Un turbinio di scoppi. «Alza le man, ti, se no te voi che te sbudeo».
E quello, rincretinito e ubbidiente, alza le mani rosse da macellaio.
La battaglia, s'è sminuzzata in una serie di singoli duelli rusticani attorno a un poggio sassoso
un gruppo stringe d'appresso una ventina d'inglesi asserragliati in quadrato. Altrove, una mischia
confusa di baionette e calci di moschetto. Più in là v'è chi sospinge il primo branco di prigionieri.
Tutt'attorno il sordo boato delle opposte artiglierie che duellano a protezione della disfida dei
fanti. Ma questa appare già decisa, ché lo slancio sta avendo ragione del numero: dei loro ne
scamperanno pochi.
Guardo casualmente l'orologio: le 16. Il combattimento è durato esattamente dodici ore;
dodici ore che l'eccitazione della lotta ha fatto sembrar minuti. La cognizione del tempo
trascorso mi fa percepire di colpo la stanchezza, l'arsura e la polvere che m'incrosta il viso.
Tracanno una borraccia d'acqua salmastra con lo stesso gusto d'un vino squisitissimo. Anche l'acqua
sa di vittoria, oggi.
Passiamo al vicino posto di medicazione. I medici sì stanno facendo in quattro per lavare,
tagliare, cucire, fasciare.
V'è sotto i ferri un ragazzone con la mano destra a brandelli. Fuma, tranquillo
e disinvolto come se la mano fosse d'altri. Mentre lo fasciano sopraggiunge una barella con un
ufficiale inglese assai malconcio: una feritaccia al petto. Il nostro uomo lo guarda con l'occhio
clinico del combattente che di ferite se ne intende, poi s'alza e con un semplice gesto del moncherino
sanguinante dice al dottore: «Prima lui. Sta peggio di me». Né si lascia toccare prima che
l'altro sia stato curato e barellato.
Al momento d'andarsene il ragazzone, come colto da una idea improvvisa, s'arresta un attimo sulla soglia a contemplare l'arto mutilato. Poi s'avvia deciso verso sinistra.
- Ehi, dall'altra parte (gli grida dietro il Capitano medico.) L'ambulanza è a destra.
Il ferito si volge, ha un barlume di sorriso e fa, mostrando la mano sana:
- M'ero dimenticato d'essere mancino, signor dottore. Questa è ancora buona.
E s'avvia deciso verso la linea.
Sono fatti così, i ragazzi della "Folgore".
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PAOLO CACCIA DOMINIONI
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«Ottobre 1942: l'alta figura di Paolo Caccia Dominioni (cappello alpino con penna bianca) spicca fra i paracadutisti schierati sulle posizioni di El Alamein. E il Comandante dei 31° battaglione genio guastatori d'Africa, in rinforzo alla "Folgore". Consigliere di Frattini, sentito anche da Rommel, il suo "stato di servizio" onora l'arma dei genio e la '"Folgore" che lo annovera fra i suoi "ragazzi".
24-5-1915: studente dei Politecnico di Milano, classe 1896, volontario per la durata della guerra;
1916-1918: sottotenente dei Genio, partecipa alle battaghe deIVIsonzo e dei Piave; ferito, decorato di medaglia di bronzo al valor militare, promosso tenente; nuovamente ferito;
1919: trasferito in Libia, partecipa alle operazioni nel Fezzan;
1920: congedato;
1931: richiamato ed assegnato al Comando Genio della Tripolitania, esegue rilevamenti topografici in zone sconosciute;
1932: rimpatriato, congedato e promosso capitano;
1935-38: partecipa alla campagna in Africa Orientale, decorato di croce di guerra al V.M., congedato;
1940: promosso maggiore e richiamato, opera all'estero; 1941: encomio solenne del Comando Supremo;
1942: trasferito a domanda nel genio guastatori, partecipa alle operazioni in Africa Settentrionale quale Comandante dei 31° btg. guast. d'Africa, decorato di medaglia d'argento al valor militare;
1943-45: rimpatriato, partecipa alla lotta partigiana quale Comandante di distaccamento prima e quale Capo di Stato Maggiore dei Comando Regionale Lombardia poi; ferito, decorato di medaglia di bronzo al valor militare, congedato. Promosso Ten. Colonnello;
Una data, particolarmente significativa, si collega con l'opera decennale di Paolo Caccia Dominioni per onorare i Caduti del deserto.
1948-58: Capo-delegazione di ONOR-CADUTI Alamein. E' l'artefice del sacrario di El Aiamein. Ha vissuto dieci anni a quota 33 raccogliendo migliaia di salme italiane e straniere. Solo quelle italiane furono 5346. Ideò e progettò anche la necropoli di El Aiamein dominata dal superbo sacrario
1959: congedato e promosso colonnello nel 1969.
M.O.V.M. Ferruccio BRANDI
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