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| SOMALIASECTION |
Ricordando il 2 luglio
di G. Paglia foto di R. Ciriello
OPERAZIONE IBIS, UNA MISSIONE DIFFICILE DA GESTIRE E DA PORTARE AVANTI.
Sicuramente perdere 12 militari e una crocerossina è stato un tragico bilancio, difficile da accettare in
un paese che da mezzo secolo per fortuna non conosceva conflitti (l'unica altra perdita era stata quella
del marò Montesi in Libano, nel 1983, Ndr). Quella missione in Somalia, come tutte le missioni di pace che
impegnano gli eserciti a garantire la non belligeranza fra fazioni armate all'interno di un paese e fra due
paesi, aveva i suoi rischi e prevedeva anche l'ipotesi di un prezzo in sangue. La situazione della Somalia
era tale da rendere ancora più elevato il rischio d'imboscate, di agguati e di gesti aggressivi da parte
delle fazioni che si contendono il controllo dei territori e quindi il potere politico.
Ci si è impegnati con tutte le forze per riportare la pace in Somalia. Certo, non siamo riusciti a
raggiungere del tutto quell'obiettivo, ma una serie di risultati sul piano umanitario è stata ottenuta.
È stato garantito che gli aiuti internazionali non fossero accaparrati da questa o quella fazione,
ma distribuiti equamente e senza discriminazioni alla popolazione affamata. Gli stessi episodi di scontri
armati tra fazioni rivali si sono ridotti. Probabilmente si sono evitate carneficine ancora più gravi che,
purtroppo, si ripetono sempre più spesso in Africa.
Queste considerazioni abbiamo il dovere di ricordare se vogliamo che il giudizio storico della missione in
Somalia sia corretto ed equilibrato. Dobbiamo cioè ricordare quante migliaia di vite umane sono state
salvate grazie alla distribuzione di aiuti umanitari e grazie all'attività - molto pericolosa -
d'interposizione tra le fazioni in lotta, da parte dei militari del contingente internazionale.
Ci sono stati oltre 100 caduti fra i partecipanti alla missione ONU in Somalia. Per non rendere aleatorio
il loro sacrificio, noi abbiamo il dovere sacrosanto di ricordarli sempre, in ogni occasione, perché questi
sono i nostri Eroi e dobbiamo loro il massimo rispetto. Solo così il loro ricordo non morirà mai. Sono
passati sette anni dall'agguato al Check Point PASTA dove caddero tre valorosi nostri uomini. Ero con loro
quel giorno a PASTA. Ne ho un ricordo vivo. La polvere, le pallottole dei somali in agguato, le donne che
innalzavano barricate e venivano incontro ai nostri blindati per costringerli a fermarsi. Da quel giorno la
mia vita è cambiata, dato che sicuramente non è facile vivere con un handicap motorio.
Ma può una carrozzina cambiare la vita? No! Ciò che ho vissuto e che vivo, mi dà la
possibilità di apprezzare maggiormente la vita; mi rende forte e sicuro nell'affrontarla. Mi fa comprendere
quante cose belle ci sono nella vita e quanto sia facile distruggerle senza rendersene conto. Ti fa capire
quanto sia importante poter aiutare chi ha bisogno, chi si trova in condizioni peggiori delle tue.
Purtroppo troppo spesso ci si sofferma ad osservare chi vive meglio di noi. Proviamo a fare il contrario.
Nella mia vita non ho mai fatto la vittima e non intendo iniziare ora, ma permettetemi di evidenziare il
fatto che troppo spesso a chi indossa una divisa e un basco amaranto si attribuisce la voglia di
"fare la guerra" contro qualcuno o contro qualcosa: chi sa, forse perché quando ci chiamano, anche per
missioni molto impegnative, ci limitiamo a rispondere «Presente!». Mi è stato chiesto: "Lo rifaresti?"
Cosa, è il mio dovere. Penso che non ci sia nulla di particolare nel farlo. Chi indossa una divisa sa che
il proprio dovere va fatto sempre e in ogni circostanza, che nessuno di noi ha il diritto di voltare le
spalle ad un problema. Il dovere per noi tutti è come la Bibbia, va rispettato e onorato sempre, fino in
fondo.
Per concludere voglio dire che fare il proprio dovere ti consente di guardare negli occhi chi ti sta di
fronte, senza mai abbassare lo sguardo e, credetemi, preferisco vivere in carrozzina ed andare in giro a
testa alta, piuttosto che correre sulle proprie gambe, alla ricerca di un angolo dove nascondersi.
Per i pochi che non lo sapessero, il tenente dei paracadutisti Medaglia d'Oro Gianfranco Paglia rimase
gravemente ferito il 2 luglio 1993, riportando una grave invalidità. Con grande volontà è rimasto in
servizio attivo e attualmente è distaccato presso la Brigata GARIBALDI. La menomazione non gli ha impedito
di sposarsi e di tornare a lanciarsi (in tandem), prova di una grandissima volontà. Siamo orgogliosi di
pubblicare queste brevi ma toccanti parole, dovendo sempre riflettere sui gravi rischi a cui vanno incontro
i militari in missione.
NON DIMENTICATELI
di Giampiero Cannella La testmonianza del padre di Millevoi
Roma. «Non dimenticatevi di loro». Un messaggio secco, pieno di passione. Elvio Millevoi parla del figlio
caduto quella mattina a Mogadiscio e idealmente ricorda tutti gli Italiani che in quell'operazione hanno
perso la vita.
Andrea aveva 21 anni quando partì per la Somalia. Sottotenente dei Lancieri di Montebello, protagonista
del salvataggio di alcuni feriti, il 2 luglio fù colpito mentre coordinava, dalla torretta del suo
Centauro, l'azione dei rinforzi che stavano per allentare la pressione dei somali su "Pasta".
Una Medaglia d'Oro alla Memoria non è certo una consolazione per i familiari.
Brucia la morte di Andrea, ma brucia anche l'indifferenza delle istituzioni. Elvio Millevoi lo ripete
quasi con ostinazione.
D: Perché sostiene che lo Stato non si ricorda di loro?
Lo sostengo a ragion veduta. Avrei mille episodi, mille motivi per spiegarlo. Ma ne basta uno. Noi familiari
dei caduti in Somalia non siamo mai stati ricevuti dal presidente della Repubblica. Non è la richiesta di
un gesto rituale, un atto altamente simbolico.
D: Che valore avrebbe per voi?
Sarebbe la dimostrazione che l'Italia non ha dimenticato chi si è sacrificato in una missione lontano
dai suoi confini. I nostri ragazzi hanno dato la vita perchè credevano in qualcosa, ma chi rappresenta
quel qualcosa non sembra tenerlo in considerazione.
D: Eppure vi avevano promesso una cerimonia dedicata alle vittime dell'ibis...
Già. Ci era stato assicurato che il 4 novembre sarebbe stato dedicato a loro e il presidente Scalfaro
avrebbe ricevuto i familiari dei caduti. Non se n'è fatto praticamente nulla.
D: Cosa ricorda di Andrea "militare"?
Ripenso a quel periodo e mi viene in mente come rimasi sorpreso nel vedere l'impegno e la professionalità
che ci metteva. Io ero abituato a vederlo in casa, ciondolare o ascoltare musica. Invece, arrivato al
Lancieri, si è innamorato del suo lavoro.
D: Stava svolgendo il servizio di leva?
Si, non era un professionista. Aveva una fidanzata, probabilmente si sarebbe iscritto all'università,
quindi non pensava di arruolarsi definitivamente. Stava facendo il servizio di leva. Eppure in lui è
scattato qualcosa...
D: Cioè?
Me lo hanno descritto come un ottimo ufficiale, con una spiccata attitudine al comando. Una cosa inaspettata
per me che lo vedevo sotto un'altra ottica. Negli ultimi tempi si era legato particolarmente al suo
lavoro e stava per decidere di rimanere nell'Esercito.
D: Come avete vissuto la sua partenza per la Somalia?
Con la preoccupazione tipica dei genitori, anche se abbiamo cercato di non trasmettergli paure o angosce.
Io gli dicevo di stare attento e basta, mia moglie mostrava di preoccuparsi soltanto per le condizioni
climatiche e sanitarie di Mogadiscio. Andrea ci rassicurava tutti dicendoci che il suo reparto non era
dislocato nella capitale somala, ma a Balad.
D: E lui come aveva preso questa missione?
Non lasciava trasparire molto. All'inizio era molto contento. Diceva che lì avevano bisogno di aiuto,
quindi era giusto andare. E la sua missione Andrea l'ha compiuta fino in fondo.
(Sopra) VCC della 15ª compagnia Diavoli Neri in pattuglia per Mogadiscio.
(Sotto) Il Generale Bruno Loi con la sua scorta nelle vicinanze del check point Pasta.
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