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Gli italiani riconquistano il check-point del pastificio
di Massimo A. Alberizzi
MOGADISCIO - 9 LUGLIO 1993 - Loro, i ragazzi della boscaglia, i morian, miliziani di giorno e banditi di notte, ieri hanno vinto. Ma questa volta
senza mitra e fucili. Hanno usato le armi della ragione, del dialogo, del colloquio, del buon senso. E poi la voglia di vita e la
nausea della morte. Così gli italiani, senza sparare un colpo, sono potuti rientrare al chek-point Pasta, quel maledetto posto di
blocco dove una settimana prima avevano perso tre uomini, uccisi durante la battaglia: Pasquale Baccaro, Stefano Paolicchi, Andrea
Millevoi.
Gli umili combattenti somali hanno evitato un'altro scontro, altri morti, altri feriti. Loro, che chiedono solo una cosa,
toglieteci le armi ma fateci lavorare», hanno messo in scacco i notabili della loro tribù e i dirigenti della loro fazione
politica, attestati su una linea più rigida, e beffato perfino gli americani che avevano deciso un'azione militare in nottata
per chiudere comunque la partita entro questa mattina. Con i morian, gli uomini della guerra, ha vinto la pace. Certo a tessere
la tela delle relazioni ci si sono messi anche gli italiani. Il maggiore Angelo Passafiume, è stato abilissimo a rassicurare i
miliziani, convincerli ad accettare la pacificazione e ricucire le relazioni tra i somali (oltre i ragazzi, i notabili e
i politici), deterioratesi più volte durante i negoziati rischiando di far precipitare la situazione.
Alle 9 di ieri prima riunione. I combattenti, tutti della tribù haber-ghidir, fedeli al generale Aidid sono euforici.
E' fatta - racconta uno di essi, Abdi Shakur -. Fino a tarda sera abbiamo battuto il quartiere cercando di convincere la
gente che l'arrivo degli italiani è un'ottima cosa, che la guerra deve finire, che le assicurazioni dei soldati sono soddisfacenti.
Adesso lì ci sono i notabili e i politici. Stanno continuando il nostro lavoro». Più tardi si saprà che ieri mattina nessuno di
loro si è fatto vedere al pastificio. Ore 11, riunione a casa di un mediatore neutrale, Liq Liqato. Partecipano gli italiani e i
dirigenti del Somali National Alliance, del generale Aidid. Porte chiuse ma a mezzogiorno entra una delegazione di miliziani.
Escono dopo cinque minuti con la faccia scura. «Tutto bene», assicura freddamente Mohamud Soldan, lui sempre così sorridente.
Ore 13, finiscono i colloqui e il maggiore Passafiume svicola dal retro. Isse Mohammed Siad, plenipotenziario del generale Aidid,
parla con i giornalisti «Abbiamo raggiunto un accordo di principio, vedremo come metterlo in atto. Tra noi non ci sono più problemi,
abbiamo ripreso a collaborare. Nel giro di 24 ore i soldati potranno tornare al pastificio». E i miliziani venuti qui?
Volevano solo sapere a che punto erano le trattative».
Non è proprio così. I ragazzi sono furiosi contro i loro leader. «Li abbiamo sentiti parlare. Raccontavano un sacco di frottole agli italiani e
siamo usciti». E il maggiore Passafiume, sono le 14, si precipita a calmarli. Li rassicura e li conforta. Per un attimo
loro minacciano di far saltare gli accordi; non per odio contro gli italiani, ma per reazione «a chi crede di governarci e
invece non conta niente».
Ore 15. Appuntamento all'Hotel Guled, sulla strada che porta al pastificio, all'ingresso del quartiere contestato.
Notabili haber-ghidir, dirigenti del Somali National Alliance e le truppe italiane. Al pastificio tutto è calmo, le barricate
sono state spostate, la gente è normalmente in strada. Per primi arrivano i nostri (la colonna di corazzati e di mezzi pesanti
lunga) poi i notabili, su un paio di camioncini, infine Isse e altri dirigenti dell' Sna. Il colloquio dura pochi minuti.
Parte una Toyota bianca in direzione del pastificio. A bordo alcuni notabili e un megafono: «Bisogna tenere aperta la strada non
mettete barricate. Arrivano gli italiani. Non vogliono fare la guerra ma vengono in pace. Fateli passare».
Si comprende che l'opera di informazione svolta dai miliziani la sera precedente non è stata sufficiente. La gente ha problemi
a capire. «Ma come - si domanda qualcuno -. Fino a ieri dovevamo combattere gli italiani e ora li dobbiamo accogliere?».
La gente scende in strada e sul lungo nastro d'asfalto che porta al pastificio ricompaiono le barricate. Qualcuno comincia a
bruciare copertoni. Si alzano due dense nuvole di fumo nero. Le più scatenate sono le donne. Forse per loro è ancora fresco
il ricordo della battaglia del 2 luglio quando hanno perso mariti e figli: urlano inveiscono, si affannano a trasportare
copertono da gettare sul fuoco. Sarano le prime a raccogliere e lanciare sassi. Il generale Loi, che guida gli italiani,
osserva cosa accade a 500-600 metri di distanza. Isse, su un'altra Toyota si dirige verso la folla. Parlando con un megafono
cerca di calmare gli animi. Ma non arriva neppure alle prima barricata che deve tornare indietro. Per troppo tempo ha incitato
a combattere, ora la situazione gli è sfuggita di mano. Ora ad affrontare la gente, che si fa sempre più mincciosa, partono
i notabili. Comincia una fitta sassaiola. La risposta è immediata. I miliziani, quelli che vogliono il ritorno
degli italiani, rispondono con i sassi. Poi si avvicinano, parlano con i dimostranti, cercano di spiegare. Non lesinano spintoni.
Isse si apparta con il generale Loi. Il colloquio dura 10 minuti.
Probabilmente il somalo chiede tempo, un tempo che Loi non può concedere pressato com'è dai comandanti dell'Onu che, comunque,
hanno deciso di chiudere entro sera, anche con un'operazione militare, la «faccenda» Pasta. In quell'attimo sembra che il
tentativo di riprendere la zona del maledetto check-point senza usare la forza sia fallito. Poi si muovono i ragazzi.
Abdi Shekur, Mohammud Gardarro, Abdi Nur, Anas Ahmed, Mohamud Ibraim Soldan, ecco alcuni dei loro nomi. Vanno verso la
folla si fermano a parlare. Gli italiani restano fermi di fronte all'hotel Guled. Per spuntare l'aspetto aggressivo dei
carri armati i cannoni, anzichè in avanti, vengono puntati sul fianco.
I morian avanzano lentamente, prima a piedi, poi in macchina. Usano le loro vetture scalcinate e cascanti, con la carrozzeria
crivellata di proiettili. Chiedono di poter salire sulla Panda del Corriere. Invitano la gente a gettare acqua sul fuoco dei
copertoni, a spostare le barricate. E loro gli abitanti del quartiere finalmente obbediscono. A loro, solo a loro obbediscono.
Quando si arriva all'incrocio del pastificio sono le 16:45. Donne e ragazzini stanno spostando il filo spinato in mezzo alla
strada per ripristinare una barricata. «No, no - urlano dalla Panda -. Aprite, aprite, bisogna aprire, bisogna lasciar passare».
Arrivano due anziani e tirano dall'altra parte. Il filo spinato è ripiegato sul ciglio della strada.
«Ora la via è libera, torniamo a prendere gli italiani». Dietro front e via verso l'hotel Guled. Ma gli italiani pian piano si
sono aperti la strada. Davanti a loro le auto dei morien e sul primo fuoristrada militare, in piedi, i notabili del quartiere.
Al pastificio, sono le 16:51, è festa grande, battimani, gente che si sbraccia. «Viva Italia, viva Somalia» e, scandito forte e
chiaro un nome, «A-i-did, A-i-did».
Qualcuno innalza una foto del generale e viene golosamente ripreso da fotografi e cameramen. Il generale Loi dall'alto del suo gippone gongola. In fondo è lui (assieme ai morian) che ha vinto questa battaglia. Non contro i somali ma contro gli strateghi dell'Onu, secondo cui Pasta si sarebbe potuta prendere solo con la forza.
Dicembre 1993, Massimo A. Alberizzi con la Fiat Panda del Corriere della Sera nei pressi dell'ambasciata italiana a Mogadiscio.
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