Non è bello che siamo noi a dirlo, ma fa lo
stesso: avevamo ragione. Panorama, sulla Somalia, ha riportato e documentato fatti veri.
La commissione governativa d’inchiesta presieduta da Ettore Gallo non poteva usare parole
più chiare. Primo caso, quello delle torture denunciate dall’ex caporalmaggiore
Michele Patruno: «La commissione ritiene veritiera la deposizione del Patruno».
Secondo caso, giochi sadici su una donna somala fotografati dall’ex parà Stefano:
«La commissione afferma che il fatto si è verificato nei crudi termini in cui
lo ha descritto». Punto e basta. Nessuna montatura, nessun attacco ingiustificato
all’Esercito e, soprattutto, nessun dubbio, dopo quasi due mesi di lavoro e 141
testimoni ascoltati dai cinque saggi tra Roma, Addis Abeba e Nairobi.
Restano da chiarire molte cose. Tra le più importanti: le responsabilità
penali e personali dei militari coinvolti, e le eventuali responsabilità
«oggettive» dei comandanti. Alle prime lavorano varie procure militari
e civili. Per le altre, le decisioni spettano a governo e Parlamento: e c’è
già battaglia, anche se la prudenza dovrebbe consigliare di non affrettare
riabilitazioni di generali che forse «potevano non sapere» ma di sicuro,
a causa del loro ruolo e del concetto stesso di gerarchia, «non dovevano non sapere».
Ma in questo pasticciaccio brutto un punto fermo c’è già: il giornalismo,
quello vero, quello di una volta, quello che fa consumare le suole delle scarpe e
schiattare di rimpianti i grandi vecchi della categoria, quel giornalismo è
ancora vivo. Un po’ ammaccato, convalescente forse, ma vivo. Sì, perché
nel caso del Somaliagate proprio di duro lavoro giornalistico si è trattato.
Che dall’iniziale incredulità davanti alle foto ha portato passo dopo passo,
verifica dopo verifica, alla pubblicazione di notizie che hanno fatto il giro del
mondo, scatenato un terremoto ai vertici dell’Esercito, costretto il governo a darsi
da fare e diversi giudici ad aprire fascicoli e inchieste. Verifiche che, vale la
pena di ricordarlo, hanno anche consentito di smascherare un truffatore che a
Panorama aveva ammannito una storia inventata.
Finito il minuto dell’ autocompiacimento,
però, ci tocca una riflessione amara. Degli otto episodi esaminati dalla
commissione, cinque sono stati bocciati come non veri, su uno è stato sospeso
il giudizio e soltanto due (quelli di Panorama) hanno passato la prova a pieni voti.
I soli documentati da fotografie. Foto sulle quali si è innestato da parte nostra
uno stringente lavoro di indagine, d’accordo. Ma se le foto non fossero esistite? Se un
paio di ex parà avessero deciso di spiattellare la loro testimonianza senza
documentarla con immagini, siamo sicuri che l’effetto sarebbe stato lo stesso? A dire
la verità, non siamo neppure sicuri che le avremmo pubblicate.
Del resto, i quotidiani che hanno stampato le fantasiose bufale dell’interprete Abdi
Addò si sono visti sbugiardare, oltre che dalle successive inchieste da Mogadiscio
di Panorama, dalla stessa commissione Gallo. E il settimanale concorrente che ha cercato
di rintracciare il somalo torturato e la donna stuprata, deve incassare la definizione
di «truffatore» (relazione Gallo) per il primo e la smentita del testimone
oculare Stefano per la seconda. Non è lui, non è lei.
Sembra. Fino a oggi. E domani?
La confusione informativa è tanta, sotto il cielo. I verbali di interrogatorio
che in piena Tangentopoli venivano compulsati come vangeli oggi hanno la stessa
credibilità di un’intervista giornalistica. Le intercettazioni fanno scandalo
e devono essere interpretate («Sbancato» o «sbiancato»? «È
arrivata l’ora» o «senatore»?). Ci sono troppe parole, e le parole non
bastano più. Preghiera del giornalista: dacci oggi la nostra foto quotidiana.