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SOMALIASECTION
Parata Militare del ritorno dalla missione IBIS, a Livorno Panorama sulla Somalia aveva ragione, editoriale di Panorama del 14/08/97
  Non è bello che siamo noi a dirlo, ma fa lo stesso: avevamo ragione. Panorama, sulla Somalia, ha riportato e documentato fatti veri. La commissione governativa d’inchiesta presieduta da Ettore Gallo non poteva usare parole più chiare. Primo caso, quello delle torture denunciate dall’ex caporalmaggiore Michele Patruno: «La commissione ritiene veritiera la deposizione del Patruno». Secondo caso, giochi sadici su una donna somala fotografati dall’ex parà Stefano: «La commissione afferma che il fatto si è verificato nei crudi termini in cui lo ha descritto». Punto e basta. Nessuna montatura, nessun attacco ingiustificato all’Esercito e, soprattutto, nessun dubbio, dopo quasi due mesi di lavoro e 141 testimoni ascoltati dai cinque saggi tra Roma, Addis Abeba e Nairobi.

Restano da chiarire molte cose. Tra le più importanti: le responsabilità penali e personali dei militari coinvolti, e le eventuali responsabilità «oggettive» dei comandanti. Alle prime lavorano varie procure militari e civili. Per le altre, le decisioni spettano a governo e Parlamento: e c’è già battaglia, anche se la prudenza dovrebbe consigliare di non affrettare riabilitazioni di generali che forse «potevano non sapere» ma di sicuro, a causa del loro ruolo e del concetto stesso di gerarchia, «non dovevano non sapere».

Ma in questo pasticciaccio brutto un punto fermo c’è già: il giornalismo, quello vero, quello di una volta, quello che fa consumare le suole delle scarpe e schiattare di rimpianti i grandi vecchi della categoria, quel giornalismo è ancora vivo. Un po’ ammaccato, convalescente forse, ma vivo. Sì, perché nel caso del Somaliagate proprio di duro lavoro giornalistico si è trattato. Che dall’iniziale incredulità davanti alle foto ha portato passo dopo passo, verifica dopo verifica, alla pubblicazione di notizie che hanno fatto il giro del mondo, scatenato un terremoto ai vertici dell’Esercito, costretto il governo a darsi da fare e diversi giudici ad aprire fascicoli e inchieste. Verifiche che, vale la pena di ricordarlo, hanno anche consentito di smascherare un truffatore che a Panorama aveva ammannito una storia inventata.

Bersagliere in Somalia Finito il minuto dell’ autocompiacimento, però, ci tocca una riflessione amara. Degli otto episodi esaminati dalla commissione, cinque sono stati bocciati come non veri, su uno è stato sospeso il giudizio e soltanto due (quelli di Panorama) hanno passato la prova a pieni voti. I soli documentati da fotografie. Foto sulle quali si è innestato da parte nostra uno stringente lavoro di indagine, d’accordo. Ma se le foto non fossero esistite? Se un paio di ex parà avessero deciso di spiattellare la loro testimonianza senza documentarla con immagini, siamo sicuri che l’effetto sarebbe stato lo stesso? A dire la verità, non siamo neppure sicuri che le avremmo pubblicate.

Del resto, i quotidiani che hanno stampato le fantasiose bufale dell’interprete Abdi Addò si sono visti sbugiardare, oltre che dalle successive inchieste da Mogadiscio di Panorama, dalla stessa commissione Gallo. E il settimanale concorrente che ha cercato di rintracciare il somalo torturato e la donna stuprata, deve incassare la definizione di «truffatore» (relazione Gallo) per il primo e la smentita del testimone oculare Stefano per la seconda. Non è lui, non è lei. Sembra. Fino a oggi. E domani?

La confusione informativa è tanta, sotto il cielo. I verbali di interrogatorio che in piena Tangentopoli venivano compulsati come vangeli oggi hanno la stessa credibilità di un’intervista giornalistica. Le intercettazioni fanno scandalo e devono essere interpretate («Sbancato» o «sbiancato»? «È arrivata l’ora» o «senatore»?). Ci sono troppe parole, e le parole non bastano più. Preghiera del giornalista: dacci oggi la nostra foto quotidiana.
 

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