Soldati: per quasi 50 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale l'Italia ha avuto forze armate invisibili, 300 mila uomini, di cui la metà in servizio di leva, che scivolavano senza lasciare traccia sulle pagine dei giornali e nei notiziari tv, sospesi a mezz'aria nell'indifferenza generale dell'opione pubblica.
Salvo quando arrivava la cartolina precetto: "la patria ti chiama", e tra gli invisibili devi entrare anche tu. "Qual è la destinazione?", chiese quel giorno mio padre. "Roma". "Non è lontano", fu il suo unico commento. Avrei scoperto presto da solo, al Car di Roma, poi alla Brigata Garibaldi e nella caserma dei parà a Pisa, che cos'era il nostro esercito: esattamente uguale al resto del Paese, alle sue istituzioni pubbliche come la scuola, gli ospedali, le carceri. Le nostre forze armate si trascinavano gli stessi problemi che agitavano l'Italia, con la differenza che dell'esercito non si parlava mai.
"Per molti decenni è stato così, fino a quando, dopo la rottura dello scenario della contrapposizione tra i blocchi, è tornato a fare la sua comparsa un fenomeno che almeno in Europa sembrava scacciato per sempre: "la guerra", dice Fabrizio Battistelli, professore alla Sapienza, forse il maggior esperto italiano di sociologia militare, autore tra l'altro di un saggio sulla sociologia dei militari italiani nell'era del peace-keeping e direttore di Difebarometro, sondaggio d'opinione semestrale su difesa e società.
Il 77-78, il periodo del mio libretto di servizio, fu certamente un anno particolare con l'insurrezione nelle piazze e il rapimento Moro, il 7 aprile, i referendum, la morte di due Papi. Saliva la tensione, aumentava il filo spinato intorno alle mura di cinta e si moltiplicavano i turni di guardia, fino al giorno in cui alcuni di noi, nelle settimane del rapimento del presidente del Consiglio, vennero impiegati nei posti di blocco.
In fondo alla Laurentina inbracciavamo il Garand, stagionato reperto della guerra di Corea, senza aver mai sparato più di 30 colpi: ma in quella circostanza non c'era davvero bisogno di essere dei tiratori scelti. Le munizioni erano custodite in una cassa sigillata con un lucchetto da un ufficiale che nel momento del bisogno avrebbe provveduto - non si sa come e con quale rapidità - a distribuirle ai soldati.
Quel momento mi sembrò il culmine di una ridicola e tragica mascherata. Con il mio Garand scarico in mano disarmato di fronte al mondo e, quello che si pensava fosse al mio dovere di soldato della Repubblica, il silenzio di mio padre mi apparve allora meno enigmatico; qui non c'era proprio niente da sapere e da capire se non tenerti dentro la rabbia che ti assale a vent'anni e che mai più ti abbandonerà, lasciandoti più tardi amare consapevolezze.
Non ero solo, comunque, e non sono solo. Milioni di italiani nell'esercito e in altre istituzioni di questo Paese avevano vissuto e continuavano a vivere la stessa commedia: quella di un popolo, dove regole, doveri e leggi valgono per quel che valgono, dove la cosa più importante, non certo la più sciocca, è quella di poter dire alla fine della giornata: "anche oggi ho portato a casa la pelle". L'unica cosa che ci sentiamo di affermare, come italiani, di fronte alla guerra, per l'organizzazione che ci siamo dati, per l'etica che rispettiamo, per la morale corrente che abbiamo.
E per quelli che non c'è l'hanno fatta a portare casa la pelle resta il pianto e il cordoglio di un popolo che sa essere umano, a volte troppo umano.
Dopo aver visto alcune guerre in giro per il mondo e poi anche i soldati italiani in Somalia, Mozambico e in Albania vorrei poter dire di aver cambiato opinione sulle forze armate e sull'interesse degli italiani ad argomenti che riguardano il loro esercito o i conflitti.
Come tutti gli altri inviati a Mogadiscio, non mi ero accorto, né avevo sentore di quello che succedeva in alcuni reparti ed è stato documentato, non si sa ancora con quale esattezza, dalle foto apparse sui giornali quattro anni dopo i fatti.
"Di sevizie ai somali o violenze di altro genere non era emerso nulla neppure nelle 800 interviste (400 a paracadutisti della Folgore) che ho effettuato nel '93-'94 ai militari italiani che andarono in Somalia", dice il professor Battistelli, che ha condotto lo studio più esteso su comportamenti e opinioni dei nostri soldati in operazioni di pace, non solo a Mogadiscio ma anche in Albania e Mozambico. "La mia impressione - continua Battistelli - è che si tratti di un fenomeno gravissimo ma limitato, collegato alla dinamica del gruppo, dell'appartenenza a truppe speciali, contraddistinte da valori come il coraggio, il senso dell'onore e lo spirito di corpo. È dai tempi della guerra del Vietnam che si analizzano i gruppi per individuare quando la dinamica interna, positiva in molti casi per affrontare le situazioni di stress, deraglia nella logica incontrollabile del branco. La degenerazione avviene quando manca la leadership e l'istituzione perde il controllo".
In Somalia i soldati vennero posti in una condizione ben diversa da quella di una missione di mantenimento della pace.
Queste operazioni afferma il professore - i militari americani nei loro documenti le definiscono non di peace-keeping, ma others than war.
Qualcosa di diverso da un conflitto aperto: in poche parole a "bassa intensità" dove l'unità, il piccolo reparto si può trovare in situazione di isolamento dal centro dei comandi in uno scenario di pericolo costante.
"Il maresciallo Ercole - aggiunge Battistelli - comandava un gruppo di uomini a centinaia di chilometri dal comando, con una responsabilità e un ruolo che in altri tempi e in altre situazioni sarebbero stati nelle mani di un colonnello. Forse è stata sopravvalutata una dote che hanno i soldati italiani, quella dell'adattabilità alle situazioni. Questa flessibilità esiste ma in quelle condizioni in Somalia, non è stata sufficiente.
L'esercito americano, per esempio, è meno flessibile ma ha standard superiori, regole rigide da seguire, procedure da osservare e soprattutto dei controlli: una cornice che rende più difficile la rottura degli schemi di comportamento".
"Un altro mito da sfatare - dice ancora Battistelli - è quello dell'equazione coscritto -attore della società civile = maggiore apertura e tolleranza verso l'ambiente esterno. La mia ricerca dimostra che erano i soldati di leva e i volontari della Folgore ad avere i maggiori pregiudizi nei confronti dei somali, gli ufficiali e i professionisti erano invece quelli che davano al riguardo le risposte piu "politicamente corrette", forse per lealtà all' istituzione o per ovvie considerazioni di carriera.
Occorre migliorare dunque il reclutamento e la formazione per avere dei soldati e non una "Curva Sud", perché anche l'atteggiamento di sfida e lo spirito di gruppo possono essere incanalati in un comportamento positivo".
Mi sembra che l'esercito in queste condizioni sia destinato a rimanere ancora a lungo lo specchio del Paese, né peggiore né migliore, mentre per l'opinione pubblica e i politici i soldati continueranno a essere cittadini invisibili.
Crollano i Muri, cambia la Nato, il Mediterraneo è una polveriera, ma l'Italia batte il passo della sua marcia trionfale nei problemi della Difesa con il fucile scarico: e non sono le munizioni che mancano ma le coscienze.