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| EL ALAMEINSECTION |
Gli "Scorpioni" del deserto. Il Gruppo d'azione a Lungo Raggio del Deserto operò dietro le linee delle forze dell'Asse in Africa del nord, compiendo scorrerie con jeep e camion armati.
Le dune mobili del Gran Mare di Sabbia fra l'Egitto e la Libia brillavano sotto l'implacabile sole del
deserto. Una strana processione di camion Chevrolet 30 cwt stracarichi di casse, e di jeep armate con
mitragliatrici, avanzava faticosamente lottando contro la natura del terreno. I veicoli macinavano i
fianchi delle colline di sabbia, prima di precipitarsi giù per l'opposto pendio prendendo slancio per
superare la salita successiva. L'avanzata era lenta perché i camion affondavano fino ai mozzi nella
sabbia. Fra le imprecazioni e il rombo dei motori imballati, i soldati in divisa kaki, alcuni con
acconciatura araba e tutti con una barba di otto giorni, si arrampicavano sulle dune per liberare le
ruote dalla sabbia, sistemarvi sotto pezzi di lamiera ondulata su cui potessero far presa e aiutare
a spinta i veicoli sino alla vetta.
All'improvviso, una jeep scomparve oltre la cima di una duna a filo di rasoio con un tonfo da far
accapponare la pelle. L'autista ricomparve pochi istanti dopo, barcollando. Era il capitano Alastair
Timpson, comandante della pattuglia G1 (Guardie) del Gruppo d'azione a Lungo Raggio del Deserto, LRDG
(Long Range Desert Group). Il suo mitragliere, Thomas Wann, giaceva nell'auto, sette metri più in basso,
paralizzato per la frattura della spina dorsale. Anche Timpson, con il cranio fratturato, entrò quasi
subito in uno stato di semi-incoscienza. La colonna si fermò e i due feriti vennero sistemati
con precauzione a bordo di uno dei camion.
Poi il comandante, capitano Jake Easonsmith, diede l'ordine di ripartire. L'obiettivo
era il porto libico di Barce, recentemente occupato da un trionfante Afrika Korps. La missione era del
tipo cosiddetto "caravan", cioè consisteva in un attacco di sorpresa, inquadrato in una più vasta
operazione del LRDG contro le linee di rifornimento dell'Asse e gli aeroporti della costa.
L'attacco era programmato per la notte tra il 13 e il 14 settembre 1942. Si era già al 7 e restavano
ancora da percorrere 800 km. Non era certo un esordio di buon auspicio.
Malgrado l'incidente e il ritardo, Easonsmith si mostrava sicuro che la colonna fosse in grado di
arrivare sull'obiettivo nel tempo fissato. Questa fiducia si basava in buona parte sulle qualità degli
uomini che partecipavano all'impresa. Provenienti da tutte le parti del Commonwealth, e da ogni classe
sociale, le Guardie del LRDG potevano apparire a prima vista un branco di vagabondi indisciplinati; ma
Easonsmith sapeva che poteva contare su di loro in ogni situazione di emergenza. Erano uomini
sicuri di sé, pieni di esperienza e di spirito di iniziativa, affiatati tra loro. La maggior parte
erano professionisti incalliti, pronti a guidare una jeep come a maneggiare ogni tipo d'arma, capaci
di far funzionare una radio in qualsiasi condizione, e abilissimi nell'orientarsi anche in pieno deserto.
La colonna LRDG di Easonsmith comprendeva tre pattuglie: la S2, composta da rhodesiani agli ordini del
capitano John Olivery; la T2 composta da neozelandesi agli ordini del capitano Nick Wilder; e la G1,
ora agli ordini del sergente Jack Dennis, alla quale si era aggregato il maggiore Vladimir "Popski"
Peniakoff con due suoi agenti arabi.
La S2 aveva ricevuto l'ordine di dirigersi su Bengasi, al di là del Mare di Sabbia, per servire da
appoggio all'incursione che doveva essere condotta contro quel porto dallo Special Air Service (SAS).
La T2 e la G1 invece dovevano procedere direttamente su Barce per un attacco abbastanza insolito in
quella fase della guerra.
Nel settembre del 1942, il LRDG era stanco di ricognizioni, e l'incursione su Barce era stata accolta
con entusiasmo come un'opportunità per passare all'azione. Le pattuglie avevano lasciato El-Fayùm sul
delta del Nilo il 2 settembre, per attraversare il Mare di Sabbia prima di piegare a nord verso il loro
obiettivo. La distanza era enorme (più di 1600 km su un terreno difficile) e l'incursione, che aveva
l'obiettivo di distruggere i bombardieri dell'Asse impiegati contro Malta, era piena di pericoli.
Il viaggio attraverso il deserto era faticoso e irto di difficoltà. Le pattuglie dovevano arrivare nel
minor tempo possibile, ma i ritardi erano inevitabili, sia per le riparazioni dei guasti ai veicoli sia
per le continue deviazioni dovute a motivi di sicurezza. I percorsi in linea retta infatti non potevano
superare i 10 km: poi si doveva fare una conversione ad angolo retto per un paio di km al fine di
confondere le eventuali unità nemiche da ricognizione. L'avvicinamento ai depositi di materiali o ai
punti d'incontro doveva essere dissimulato con false piste.
Il peggior pericolo per le pattuglie, comunque, veniva dall'aria. Le macchie della mimetizzazione che
spezzavano le linee diritte degli automezzi, e un intelligente uso del terreno permettevano spesso alle
colonne di non essere notate dagli aerei nemici in perlustrazione. A volte però questi trucchi non
avevano successo e allora le pattuglie, avvistate, cercavano di farsi scambiare per unità amiche. Gli
uomini agitavano le braccia in segno di saluto verso gli aerei e i camion con la scritta
"Beutezeichen" (bottino di guerra), come quelli di provenienza inglese catturati in combattimento e
assegnati alle truppe dell'Asse, rimanevano vistosamente allo scoperto. Anche l'abbigliamento dei
soldati era mantenuto sempre rigorosamente anonimo per lo stesso motivo.
Se queste misure non riuscivano a ingannare il nemico, la colonna si metteva in posizione di tiro e
attendeva che l'aereo scendesse per mitragliare a bassa quota. In genere gli aerei isolati, presi sotto
il fuoco concentrato di dozzine di mitragliatrici, preferivano abbandonare il campo.
SPECIALI BOMBE A OROLOGERIA
Dopo aver sistemato Timpson e Wann a bordo dei camion per le prime cure, Easonsmith si diresse verso il
Grande Cumulo. Si trattava di un caratteristico punto di riferimento sul margine nord del Mare di Sabbia,
dove i feriti potevano essere prelevati da un bombardiere della RAF e trasportati al Cairo per il
ricovero in ospedale. I due feriti furono lasciati con la pattuglia S2 e con il medico del corpo, Dick
Lawson, che avrebbero dovuto raggiungere la colonna principale a tappe forzate subito dopo l'arrivo del
bombardiere. Le pattuglie T2 e G1, ormai in ritardo di un giorno sul ruolino di marcia, ripartirono
immediatamente. La sera del 12 settembre la colonna giunse ai piedi delle colline del Gebel Akhdar.
A Bir el-Gerrari, a 96 km dall'obiettivo, Easonsmith abbandonò un camion pieno di viveri, acqua e
benzina, perché servisse da punto di raccolta in caso di emergenza; e finalmente si addentrò nelle zone
coltivate di Barce.

Nella tarda mattinata del 13 i camion giunsero nelle vicinanze della città e si disposero in posizione
difensiva fra gli uliveti. Easonsmith e Peniakoff si spinsero più avanti e spedirono i due agenti arabi
a raccogliere notizie sullo stato delle difese nemiche. Gli aerei dell'Asse rombavano incessantemente
sulle loro teste, ma le pattuglie erano ben mimetizzate e gli uomini continuavano tranquillamente a
controllare le armi e a mettere a punto le speciali bombe a orologeria che sarebbero state usate contro
gli aerei in parcheggio. Al cadere della notte, la colonna si mosse per l'ultima tappa del suo viaggio.
Easonsmith era in testa, a bordo di una jeep munita di due mitragliatrici Vickers K, ed era seguito da
un veicolo armato nello stesso modo, su cui si trovava Dennis con il suo mitragliere, Duncalfe. Dietro
di loro venivano il camion e un'altra jeep.
La colonna abbandonò la pista Gerdes el'Abid e imboccò una strada accidentata che conduceva verso un
posto di polizia isolato, a Sidi Raui. Quando i camion giunsero vicino all'edificio, Easonsmith accese
i fari, illuminando un solo poliziotto libico, che si avviò lentamente verso la jeep senza sospettare
niente. Fu rapidamente sopraffatto da Easonsmith e Dennis, che gli tolsero il fucile e gli stivali,
mentre il comandante della colonna chiamava a gran voce il capo dei poliziotti. L'ufficiale fu abbattuto
da una fucilata appena apparve sulla soglia e gli altri libici si diedero alla fuga dalla porta posteriore.
Dennis lanciò alcune bombe a mano dentro la casa e tagliò i fili del telefono. Le pattuglie si rimisero
in marcia, ma due camion entrarono in collisione e uno dovette essere abbandonato, con l'intenzione di
riprenderlo sulla via del ritorno. La colonna poté quindi avanzare rapidamente verso la strada
principale di Barce, senza far troppo caso all'improvviso crepitare di una mitragliatrice. Quando i
camion giunsero in cima alla scarpata, due carri armati leggeri italiani si stagliarono contro il cielo;
gli equipaggi però dormivano, o non erano a bordo, perché non si ebbe nessuna reazione e la colonna
poté passare, mentre i due carri venivano colpiti d'infilata dal fuoco delle mitragliatrici.
Lawson e il camion con l'apparecchiatura radio delle T2 rimasero a Sidi Selin come punto di riunione
avanzato; mentre il camion con la radio della pattuglia G1 fu lasciato, poco dopo la mezzanotte, a un
bivio appena fuori Barce, come mezzo d'appoggio. Quindi i due gruppi d'attacco si divisero: Dennis, con
una jeep e 3 camion si diresse a sinistra verso la principale caserma italiana, mentre Wilder, con una
jeep e 4 camion si spostò a destra verso l'aeroporto.
Easonsmith sulla sua jeep entrò in città da solo per creare una diversione. La mossa era arrischiata,
perché i due agenti arabi non avevano fatto ritorno, ma ebbe successo.
Mentre Dennis si avvicinava alla caserma, due sentinelle italiane emersero dall'oscurità. Il sergente
rallentò fece rotolare verso di loro una bomba a mano con spoletta a effetto ritardato di 4 secondi, e
accelerò verso l'obiettivo. Ecco l'attacco alla caserma nel crudo racconto di Dennis: "Arrivammo in
fretta. Una dozzina di soldati si era radunata sulla veranda più bassa dell'edificio, per scoprire la
causa di tutto quel rumore. Mentre passavo lanciai una bomba a mano nel folto del gruppo. Gli uomini del
camion dietro a me fecero altrettanto, e in pochi secondi gli italiani rimasero tutti uccisi. Continuai
ad avanzare lungo l'edificio. Duncalfe scaricò le sue mitragliatrici Vickers contro le finestre della
caserma mentre passavamo a tutta velocità e le mitragliatrici del camion dietro di me fecero lo stesso
contro altre finestre. Intanto il cannoncino Breda da 20 mm stava sparando ad alzo zero sull'entrata
principale della caserma. Dall'interno venivano urla e imprecazioni, mescolate a un rumore di mobili
rovesciati. A questo punto ordinai ai miei mitraglieri di cessare il fuoco e ricaricare le armi.
Correndo verso il basso muro che circondava la caserma, ricominciammo a lanciare bombe a mano puntando
alle finestre. Poi cercammo di scalare il muro, ma alcuni soldati erano riusciti ad uscire dalla caserma
e a raggiungere le loro trincee da dove cominciarono a spararci addosso, costringendoci a retrocedere.
Lanciammo altre bombe Mills, e prima che le nostre riserve si fossero esaurite, tutto era finito".
Nel frattempo, Wilder aveva raggiunto il perimetro dell'aeroporto. Aperto il cancello il gruppo
d'attacco si precipitò all'interno, lanciando bombe a mano dentro gli edifici e impegnando le
sentinelle con il fuoco delle mitragliatrici. Un'autocisterna prese fuoco. Alla luce delle fiamme,
Wilder guidò la pattuglia, in fila indiana, lungo la pista di atterraggio sino agli aerei. Molti si
incendiarono sotto i proiettili traccianti e le raffiche delle mitragliatrici. Quelli che rimanevano
furono lasciati alle bombe a scoppio ritardato dagli uomini che si trovavano sull'ultimo camion della
fila. In pochi minuti 20 aerei furono distrutti e 12 rimasero gravemente danneggiati. La reazione
italiana fu confusa, resa ancora più incerta dal rumore della battaglia in corso nella caserma.
Easonsmith intanto proseguiva le sue azioni diversive nella città, che culminarono con la distruzione di
10 camion, un'autobotte e un trattore, raccolti in un'area di parcheggio. Alle ore 4 del 14 settembre
l'incursione aveva raggiunto tutti i suoi obiettivi ed era tempo di mettersi in salvo.
Ma non fu così facile. Nella caserma, Dennis trovò l'uscita bloccata da due carri armati leggeri. Cercò
di attirarli fra gli edifici per sgusciare alle loro spalle, ma il trucco non funzionò. A un certo punto,
anzi, si trovò dinnanzi un carro armato, sbucato da dietro un edificio. Con una violenta sterzata,
Dennis lo evitò ma perse un parafango della jeep contro i cingoli del mezzo corazzato, che nel frattempo
aveva cominciato a sparare sulle teste degli inglesi, a tiro teso. La pattuglia cercò rifugio dietro
agli edifici, ma la situazione era apparentemente senza via d'uscita. Per fortuna uno degli uomini notò
un varco nel muro perimetrale. I camion vi si precipitarono dentro e sbucarono in mezzo a tende e
capannoni, che furono subito inondati di fuoco. Uno sbarramento anticarro fu superato senza troppe
difficoltà e la pattuglia si ritrovò infine sulla strada, senza alcun mezzo nemico in vista.
IL CAMION DI WILDER
Quasi allo stesso tempo, un camion Chevrolet della T2 passò rombando mentre gli occupanti sparavano
senza interruzione. Uno dei camion di Dennis, comandato dal caporale Findlay, cercò riparo in una strada
laterale, perdendo il contatto con la pattuglia. Il resto della G1 si mosse cautamente lungo la strada
principale, e fu testimone dell'arrivo di un secondo Chevrolet neozelandese, "sferragliante come un
carro armato» con un parafango e una fiancata letteralmente strappati via. A bordo vi erano il capitano
Wilder, un pò scosso, e 3 feriti, superstiti di uno scontro con alcuni carri armati italiani. I mezzi
corazzati gli avevano sbarrato la strada quando stava lasciando l'aeroporto. Wilder aveva guidato il suo
camion direttamente contro di loro ed era riuscito ad aprirsi la strada, ma il suo veicolo era rimasto
danneggiato nell'azione. Il quarto camion della T2, tagliato fuori dai carri armati, non fece più
ritorno.
Wilder e Dennis si diressero fuori della città, si ricongiunsero con Easonsmith in periferia, e
recuperarono il camion con la radio che era stato lasciato indietro la sera precedente. Giunsero al
posto di polizia senza incidenti, ma all'alba finirono in un'imboscata abilmente preparata dagli
italiani. Tre uomini furono feriti e il camion del medico fu colpito a un pneumatico da una pallottola.
Dennis si mise a girare attorno al veicolo, sparando all'impazzata, mentre i suoi uomini cambiavano la
ruota in meno di tre minuti. Sottrattasi finalmente al fuoco nemico, la colonna riprese la marcia,
ma d'improvviso il camion radio della pattuglia G1 si bloccò su un pendio senza ripari, con l'assale
posteriore rotto. La colonna, a soli 40 km da Barce, era dinuovo sotto il tiro degli italiani che
l'avevano inseguita dopo l'imboscata.
Easonsmith, con Duncalfe come mitragliere, costrinse il nemico a ritirarsi, ma alla 10.30 comparvero
6 aerei. I caccia dell'Asse mitragliarono la colonna per tutto il giorno, distruggendo un veicolo dopo
l'altro. Le perdite umane furono leggere perché i soldati erano al riparo fra le rocce, ma all'imbrunire
erano rimaste intatte soltanto due jeep, uno Chevrolet e il carro radio T2.
Easonsmith esaminò le apparecchiature radio rimaste intatte, appena in tempo prima di vederle distrutte
da un'ultimo attacco dei caccia. La colonna era ridotta così a tre mezzi sui quali 33 uomini, di cui 6
feriti, avrebbero dovuto viaggiare per quasi 1300 km attraverso un territorio desolato e ostile, prima
di raggiungere la salvezza.
L'unica speranza era di raggiungere il camion di riserva lasciato a Bir el-Gerrari. Easonsmith divise
i suoi uomini: Lawson con i feriti, sull'ultimo Chevrolet e una delle jeep dovevano dirigersi verso
LG 125, una striscia d'atterraggio provvisoria a nord del Gran Cairn; mentre il "gruppo appiedato", con
l'altra jeep, doveva puntare su Bir el-Gerrari. Fu un viaggio difficile, dietro le linee nemiche, con
le riserve di acqua ormai agli sgoccioli. Lawson dovette abbandonare la sua jeep, ma il gruppo riuscì a
raggiungere la striscia di atterraggio senza altri incidenti. Gli uomini appiedati invece si sarebbero
certamente persi se il 15 settembre non si fossero imbattuti in un campo di beduini. Nel frattempo,
però, altre pattuglie LRDG, furono inviate alla ricerca della colonna di Easonsmith. Il gruppo a piedi
venne rintracciato all'alba del 17 settembre. Un'altra pattuglia si affrettò verso LG 125 dove Lawson
e i feriti erano però già stati recuperati da un'aereo da trasporto Bombay della 216ª squadriglia
della RAF. Gli altri componenti della forza d'assalto furono trasportati a sud, a Kufra.
Nonostante la perdita di 10 uomini (tutti prigionieri) e della maggior parte dei veicoli, l'incursione
aveva ottenuto un successo reso ancora più appariscente dai concomitanti fallimenti degli attacchi
inglesi contro Tobruch e Bengasi. Easonsmith e Wilder furono decorati entrambi con il Distinguished
Service Order, mentre Lawson ottenne una Military Cross e Dennis una ben meritata Military Medal.
Nella strategia complessiva della guerra nel deserto, la perdita di 32 aerei era solo una puntura di
spillo per le forze dell'Asse, ma gli effetti psicologici furono notevoli, perché gli italiani si videro
costretti a concentrare truppe nelle retrovie proprio quando Rommel avrebbe avuto bisogno di rinforzi
per il fronte di El Alamein. L'incursione fu atipica rispetto ai compiti di ricognizione affidati
all'LRDG, ma il suo successo mise in evidenza le risorse e il coraggio che caratterizzarono uno dei
più celebri corpi speciali della seconda guerra mondiale.
LE INCURSIONI NEL DESERTO
La formazione del Long Range Desert Group (LRDG) - avvenuta il 3 luglio 1940 rappresentò il recupero di
un vecchio concetto tattico della guerra nel deserto. Durante la prima guerra mondiale, l'esercito
inglese in Medio Oriente aveva usato pattuglie di automezzi leggeri (Light Car Patrol, LCP) per missioni
di ricognizione e penetrazioni in profondità contro le tribù senusse, ma la loro esperienza era stata
rapidamente dimenticata dopo la fine delle ostilità.
Negli anni fra le due guerre, l'idea rimase in vita solo grazie all'entusiasmo di un maggiore del Royal
Corps of Signals, Ralph Bagnold, e di alcuni suoi colleghi. Dopo numerosi viaggi nel deserto, compiuti
durante gli anni '20 e '30, Bagnold preparò un documento sul possibile uso di una forza di ricognizione
a lungo raggio che fu però respinto per ben due volte dal comando generale dell'esercito britannico per
il Medio Oriente: nel novembre 1939 e poi di nuovo nel gennaio del 1940. Con la dichiarazione di guerra
dell'Italia, avvenuta il 10 giugno del 1940, sorse comunque la necessità di ottenere informazioni sulla
consistenza e sulle intenzioni delle truppe dell'Asse in Nordafrica e Bagnold colse l'occasione per
riproporre le sue teorie. Tra il dicembre del 1940 e l'aprile del 1943, il Long Range Desert Group agì
pressoché ininterrottamente, e ben poche delle sue incursioni andarono fallite. Il Gruppo fu disciolto
nell'agosto del 1945.
Il Long Range Desert Group è famoso soprattutto per le sue incursioni contro i depositi e gli aeroporti
dell'Asse in Nordafrica, ma la maggior parte delle sue attività erano finalizzate a obiettivi meno
spettacolari, seppure ugualmente importanti. Queste missioni erano solitamente di ricognizione o di
esplorazione; e qualche volta le pattuglie del LRDG venivano anche usate come "unità di trasferimento".
Le ricognizioni restarono il contributo di gran lunga più utile, fornito dal Gruppo allo sforzo bellico.
Si trattava di lunghe corse attraverso il deserto per localizzare le basi nemiche e tenere costantemente
d'occhio le truppe dell'Asse controllandone ogni movimento.
Le operazioni di esplorazione servivano invece a trovare dei percorsi nel deserto, utilizzabili per il
traffico pesante; mentre le attività di trasferimento (o "servizio taxi", come venivano scherzosamente
chiamate) servivano a infiltrare agenti dietro le linee nemiche.
I successi più clamorosi, comunque, erano sempre il risultato di azioni dirette. Spesso si trattava di
scontri a fuoco di limitate proporzioni, ma il loro valore strategico consisteva nel fatto che gli
italiani si ritrovavano sotto attacco in zone dove si ritenevano al sicuro. Ciò provocava l'afflusso
verso le aree colpite di truppe ed aeroplani che altrimenti sarebbero stati utilizzati in prima linea: e
lo sforzo complessivo dell'Asse ne risultava quindi indirettamente indebolito.
Il Long Range Patrol Unit (LRPU, Unità di Pattugliamento a Lungo Raggio), precursore del LRDG, aveva un
organico di 8 ufficiali, 112 uomini e 16 rincalzi, suddivisi fra un comando e 3 pattuglie. In totale,
aveva a disposizione 44 veicoli. Ogni pattuglia era suddivisa in 4 squadre, ma l'esperienza avrebbe
presto dimostrato che l'operatività migliorava se la pattuglia era soltanto divisa a metà, in modo che
ogni unità indipendente potesse contare su due camion.
Alla luce di queste esperienze, l'organico provvisorio di guerra del LRDG, fissato nel luglio del
1940, prevedeva una forza di 11 ufficiali e 76 fra sottufficiali e soldati, con 43 automezzi.
Nel novembre del 1940, fu però deciso di aumentare l'organico a 21 ufficiali e 271 uomini, divisi
tra un comando e 2 squadre. Ogni squadra era composta da 3 pattuglie con 10 automezzi in totale.
Il processo di riorganizzazione cominciò il 5 dicembre, con l'arrivo della pattuglia delle Guardie (G).
Nei tre mesi successivi arrivarono in Egitto la pattuglia Rhodesiana (S), e la pattuglia "Yeomanry",
composta da volontari della Guardia Nazionale a cavallo (Y).
Il Gruppo raggiunse il pieno organico nel marzo del 1942: 25 ufficiali e 324 uomini di tutti gli altri
gradi, compresi 36 addetti alle comunicazioni e 36 meccanici per la piccola manutenzione. Il parco
macchine era di 110 automezzi. La crescita del LRDG comportò la sua riorganizzazione. Il Gruppo
venne diviso in due squadre: la squadra A, composta dalle pattuglie R, T e S e la squadra B con le
pattuglie G e Y.
Questa organizzazione sopravvisse fino al marzo del 1943, quando il Gruppo fu richiamato al Cairo per
essere riequipaggiato prima di essere trasferito, per altre operazioni, in Grecia, Italia e Jugoslavia.
| I TRASPORTI NEL DESERTO
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Gli automezzi di costruzione britannica disponibili in Egitto non erano adatti a un prolungato impiego
nel deserto; e il Gruppo prelevò i suoi primi camion dal parco macchine locale.
Il miglior mezzo disponibile era il camion Chevrolet WB 30 cwt. L'esercito egiziano e la filiale locale
della General Motors ne fornirono 31.
Dopo 6 settimane di operazioni, agli inizi del 1941, la maggior parte dei veicoli necessitava di
ingenti riparazioni: e nei 12 mesi successivi il Gruppo dovette utilizzare qualsiasi mezzo di trasporto
su cui riusciva a mettere le mani.
Nel 1942 dopo una lunga attesa vennero consegnati 200 Chevrolet 1533X2 30 cwt di produzione
canadese, ordinati appositamente. Questi automezzi erano stati standardizzati in modo di
avere la cabina aperta e il cassone in acciaio, ma anche altre modifiche si resero necessarie. I
parabrezza furono sostituiti da blindovetro di tipo aeronautico; sui radiatori vennero montati dei
condensatori; furono aggiunti supporti per mitragliatrici e un sostegno per la bussola; e il cassone
fu rialzato con tavole di legno. Inizialmente sui camion vennero montati diversi tipi di armi.
La dotazione era di 10 mitragliatrici Lewin Mark 1, 4 cannoni anticarro Boys e un cannone Bofors
da 37 mm. L'arrivo dei nuovi Chevrolet però, impose che l'armamento venisse potenziato. Da
allora ogni pattuglia fu armata con 5 mitragliatrici Lewis, 6 Vickers medie e pesanti, e un cannoncino
da 20 mm a doppio uso.
Il raggio normale d'azione dei mezzi era di oltre 1600 km e ogni camion trasportava riserve di cibo
e di acqua, sufficienti per 3 settimane di servizio attivo.
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