INTERVISTA AL GENERALE BRUNO LOI DEL 19/06/97
D: Generale Loi, con quale stato d'animo ha accolto questa positiva conclusione - assoluzione piena - della vicenda?
R: La mia "assoluzione", come la chiama lei, ovviamente, non può che farmi piacere, anche se la disinformazione, diventata prassi abituale da parte di certa stampa nel nostro Paese, ha tentato di annebbiarla. Tuttavia il mio stato d'animo è ancora intriso di amarezza per i danni che sono stati procurati all'immagine dell'intera operazione in Somalia. Vorrei spiegarmi con una similitudine. Il mio stato d'animo è paragonabile a quello di chi, derubato della sua bella macchina nuova fiammante (Ferrari/IBIS), acquistata al prezzo di lunghi e duri sacrifici, la ritrova, dopo un anno di grande amarezza per la perdita subita, ammaccata e graffiata. E credo che questo stesso stato d'animo sia condiviso da tutti gli uomini del Contingente IBIS.
D: Uscendo dal suo lungo riserbo, può ricostruire per i lettori di "Folgore" il quadro generale dell'operazione IBIS? Che problemi presentava la "comandabilità" dei reparti? Quale il suo giudizio globale sul comportamento dei nostri soldati in Somalia?
R: Lo faccio volentieri per il nostro Giornale, perché sono in debito con I' A.N.P.d' I. e i suoi Soci, che mi hanno sempre manifestato affettuosa solidarietà, pubblicamente e privatamente. L'operazione IBIS avviata, nel dicembre '92 dalla "Folgore", che ne è rimasta al timone per otto mesi e mezzo, e proseguita dalla "Legnano". fino alla sua conclusione, nel marzo '94, è stata un'operazione "di pace" del tutto atipica. Infatti di "pacifico" aveva solo le intenzioni e i comportamenti del Contingente italiano. Innanzitutto, è stata la prima operazione di "peace-keeping" in cui I 'ONU abbia autorizzato l'uso del la forza (cap. VII della Carta delle Nazioni Unite), uscendo dalle abitudini consolidate, di semplice monitoraggio e blanda interposizione, che avevano caratterizzato le operazioni dei "caschi blu" fino ad allora.
In secondo luogo, lo scenario nel quale si è svolta era assolutamente privo di referenti governativi, giuridici. amministrativi. Regnava l'anarchia assoluta, aggravata dalla carestia e dal banditismo, in cui sguazzavano quindici cosiddetti "signori della guerra", dalle mani grondanti sangue, che si contendevano i miseri resti di un potere disfatto.
In terzo luogo l'ONU ha "usato" la Somalia quale "banco di prova" della nuova dottrina di Boutros Ghali: presentato all'Assemblea delle Nazioni Unite, ai primi del '92, nel rapporto dal titolo "Un'agenda per la pace". Vi sono contemplate le sfide che attendono l'ONU nel suo nuovo ruolo di soggetto attivo per il "supporto alla pace" nel mondo. Principi bellissimi e nobilissimi (si parla anche di ricostruzione) che, però, necessitano, per essere messi in pratica,di strumenti adeguati e altamente efficienti. E invece, in Somalia, c'era una armata "Brancaleone" composta dai Contingenti di ben 33 Nazioni (dagli USA allo Zimbabwe, dalla Svezia alla Corea, dalla Nuova Zelanda al Botswana, dalla Nigeria all'India, al Pakistan, all'Argentina, alla Malaysia al Canada... e l'Italia).
In questo contesto la "Folgore" si è organizzata per "coltivare il proprio "orticello" (70.000 km2 di territorio: da Mogadiscio a Belet Wein), secondo precise regole che avevano tutte, quale riferimento inequivocabile, il mandato umanitario affidatoci dal nostro Governo, alla partenza dall'Italia.
Comandare la "Folgore" significava, per me, compiere spesso uno sforzo per frenarne la spinta entusiastica nell'assolvimento del compito. So di rivolgermi a gente che capisce bene quello che intendo dire.
Il mio stato maggiore ed io abbiamo sempre lavorato in strettissima intesa: ogni sera c'era una riunione di coordinamento, in cui tutte le cellule mi aggiornavano sulla propria situazione e venivano aggiornate su quelle delle altre. Tutti insieme discutevamo il da farsi e individuavamo la miglior linea d'azione. Uno splendido lavoro di stato maggiore, snello ed efficace che. tra gli altri pregi, aveva quello di "costringere" tutti ad assumere la propria parte di responsabilità nelle decisioni. Venivano emanati gli ordini: e poi, ogni Comandante agiva, con grande autonomia, per il perseguimento degli scopi della missione. I 2.500 uomini. mediamente presenti in Somalia, erano quotidianamente impegnati in una miriade di attività:
scorte ai convogli umanitari, assistenza sanitaria, distribuzione viveri. Check- points. MEDEVAC, pattuglie, rifornimento idrico a villaggi e quartieri, COU, ricostruzione e assistenza a scuole e orfanotrofi, controinterdizione d'area, pulizia e sistemazione mercati, sequestro delle armi, addestramento polizia somala. ripulitura canali d'irrigazione, controllo dei siti, rientro degli sfollati nei villaggi di origine, servizi logistici... Sarebbe stato davvero sciocco, oltreché impossibile, da parte mia, voler gestire ogni azione, ogni movimento, ogni iniziativa, ogni problema del nostro Contingente, schierato in un'area di responsabilità (AOR) profonda 360 km. e ampia 200 km. (equivalente a Piemonte. Lombardia ed Emilia Romagna!).
Alla "Folgore", come ai purosangue, vanno lasciate redini lunghe per... "volare" verso l'obiettivo. Sull'obiettivo, infatti, dove controllavo i risultati, li trovavo sempre, o nella stragrande maggioranza dei casi, superiori alle mie aspettative. Nessun problema di comandabilità, dunque, perché il Paracadutista, per definizione, sa muoversi tanto più a suo agio quanto più fluide sono le situazioni e gli ampi spazi non lo spaventano. Naturalmente, in tali situazioni chi vuole comportarsi male ha più occasioni e più probabilità di farla franca. E, purtroppo, è accaduto... Ma la quantità di questi "profittatori" (più stupidi o maleducati che protervi) si è mantenuta al di sotto del 3 per mille.
Come Comandante, con solo tre uomini scarsamente affidabili ogni mille, potevo assolvere serenamente il mio compito.
Dicendo questo, credo di esprimere chiaramente anche un giudizio globale altamente positivo sul comportamento dei nostri ragazzi. A fronte delle parecchie migliaia di splendide azioni compiute dagli uomini del Contingente, non possono fare testo i pochissimi episodi censurabili (dell' ordine delle unità), rilevati dalle Commissioni di inchiesta, al termine di indagini che hanno rivoltato come un guanto l'intera operazione. Comunque, peccato! Sono "quelle ammaccature e quei graffi" che hanno sciupato la nostra "IBIS/Ferrari".
D: Quali riflessioni sul processo accusatorio che ha investito proprio la "Folgore" e il suo Comandante, a suo tempo espostosi anche a contrasti con le autorità ONU pur di privilegiare l'impostazione umanitaria dell'operazione?
R: Il Presidente Gallo, nella sua audizione alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati, il 3 giugno u.s., tra l'altro, ha detto testualmente:
"E sicuro, poi, che a questi nostri poveri militari era stato detto che andavano a compiere una operazione umanitaria, che dovevano assicurarsi che venisse dato cibo e aiuto a quella povera gente, che venisse garantito l'ordine, affinché anche le altre forze ONU potessero svolgere bene il loro servizio. Si disse, inoltre, che avevamo questa responsabilità anche per i rapporti che avevamo avuto in tempi passati con la Somalia. Ma poi questi poveri militari si sono trovati in mezzo alla guerriglia: altro che opera umanitaria, quelli sparavano sul serio! Capisco allora la reazione: mandati lì per svolgere un 'opera umanitaria, si sono visti sparare addosso e quindi sono diventati dei combattenti anche loro, assumendo, per così dire un "habitus" diverso da quello strettamente umanitario... Quei poveri militari subivano perdite, venivano feriti, ma non dovevano sparare perché gli venivano posti davanti donne e bambini... Ecco perché riteniamo che, in futuro, bisognerò tenere ben distinti i due piani (umanitario e militare, n.d. r.). Il soldato, spesso, non ha una grande cultura e bisogna aiutarlo a capire che si tratta di situazioni assolutamente diverse. Un conto, infatti, è un operazione militare (come quella del Golfo), altra cosa è svolgere un 'operazione umanitaria in mezzo ad alla guerriglia. E difficile raggiungere un equilibrio in situazioni del genere... Vi dirò, poi, onorevoli Deputati, che quando abbiamo interpellato autorità internazionali, come "Amnesty International" - e lo abbiamo fatto non in Italia, ma a Nairobi, cioè dove queste hanno più possibile una veste internazionale si sono stupite del fatto che noi svolgessimo una indagine. Ci dicevano: "cosa c'entrate voi, perché gli italiani? Ma vi rendete conto di quello che hanno fatto i belgi, i canadesi e i pakistani?""In realtà io avevo fatto ritirare anche la relazione del Belgio. C'eravamo accorti che effettivamente eravamo degli "untorelli" in questa situazione. Abbiamo sentito anche un rappresentate della associazione Medici senza frontiere e di solito i francesi non ci glorificano molto il quale ci disse che se c'era un contingente che si era comportato bene quello era il nostro, e che se c'erano stati degli episodi spiacevoli, purtroppo questi si verificano quando i soldati vanno all'estero. In sostanza, egli ci disse: "volete mettere come si sono comportati gli altri? Il vostro è stato un comportamento esemplare".
In sostanza, dunque, viene riconosciuto il "comportamento esemplare" dei soldati italiani: viene riconosciuto ai soldati italiani di aver saputo individuare il discrimine tra operazione umanitaria e operazione militare pur dando atto che è difficile farlo.
Allora, ecco la mia riflessione in risposta alla sua domanda.
Questi riconoscimenti, nazionali e internazionali, del nostro buon comportamento, generalizzato e non casuale (tanto è vero che abbiamo cercato di convincere anche gli altri a imitarci), non avrebbero dovuto fare premio sulle pochissime (sporadiche ed episodiche) sbavature, comparse, tra l'altro alquanto stranamente dopo quattro anni dalla conclusione dell' 'operazione?
Attenzione, desidero non essere frainteso. Non dico affatto che si sarebbe dovuto chiudere un occhio su quelle sbavature. Lungi da me una tale idea. A chi nutre qualche dubbio, in proposito, cito un passaggio della lettera che ho scritto al Capo di SM dell'Esercito, il giorno stesso (6 giugno '97) della pubblicazione delle prime foto dello "scandalo":
"Sono rimasto molto scosso dalle immagini delle foto ed ho provato un senso di nausea e di smarrimento: queste immagini sono agli antipodi dell'operato della "Folgore" e, nell'immaginario collettivo, hanno sporcato una ''cosa" veramente bella, caratterizzata da grande professionalità militare e da grande spirito umanitario. Ella non me lo ha chiesto, ma io desidero ugualmente dirLe che né io né i miei Comandanti di Corpo siamo mai stati al corrente degli eventi denunciati e che più di ogni altro desidero che, una volta accertati i fatti, i responsabili siano individuati e severamente puniti. Perché non sia intaccato l'onore e il prestigio della "Fo1gore" e venga riconosciuto a tutti i bravi Soldati del nostro Esercito il merito che loro compete".
Quindi, nessuna indulgenza per chi ha sbagliato in mala fede.
Dico, invece, che mi aspettavo che, alla conclusione positiva delle severe inchieste, quei "fustigatori morali" che temevano. addirittura, per l'Onore del nostro Esercito,manifestassero sollievo e soddisfazione per il fatto che all'operazione IBIS si poteva restituire il nitore e lo smalto che le competono.
Per un'esigenza di giustizia nei confronti di quei 12.000 uomini che hanno lavorato bene, ma anche e, soprattutto per un sentimento di orgoglio nazionale nel constatare che l'operazione IBIS resta, sul piano militare, una brillante impresa dell'Esercito italiano, nonché un momento onorevole per la politica estera del Governo italiano, internazionalmente riconosciuto e apprezzato.
Ma qui si tratta di "senso dello Stato" e di "amor di Patria", concetti che, nel nostro Paese, ahimè, soffrono di... nanismo. Comunque sia, per quanto mi riguarda, la nostra "lBlS/Ferrari", ancorché ammaccata e graffiata. resta una gran bella macchina, da sfoggiare con orgoglio.
D: Quale la risposta di solidarietà nei suoi confronti dal Contingente reduce dalla missione?
R: Ho sentito la vicinanza e l'affetto di tutto il Contingente e di tutti i Paracadutisti, in servizio e in congedo. Molti me li hanno manifestati, verbalmente o per iscritto, con espressioni che, talora mi hanno profondamente toccato. Ma confesso, senza ipocrisia o falsa modestia, che questo me lo aspettavo. Quello che mi ha sbalordito e piacevolmente sorpreso è stato il sostegno che mi è pervenuto anche dall'ambiente civile e da tantissima gente che non ho mai visto né conosciuto personalmente. Mi hanno
dato, tutti, un aiuto prezioso e sono loro grato.
D: Con quale stato d'animo e quali programmi affronta ora il futuro?
R: A breve scadenza, intendo provare a ridare alla nostra "IBIS/Ferrari" lo smalto che le è stato tolto. Sto, infatti, lavorando al mio racconto dell'operazione IBIS, limitatamente al periodo in cui ho comandato il Contingente.
Lo proporrò a tutti quegli Italiani che, avendo sentito solo il rumore di un ramo che si è spezzato, fragorosamente, potrebbero aver voglia di sapere come è cresciuta un'intera foresta, silenziosamente. Poi, si vedrà.