| SOMALIASECTION |
Falco Nero
di Luca Poggiali
L'uscita in Italia del volume Falco Nero. fornisce lo spunto per un commento tecnico ai combattimenti urbani
in Mogadiscio. Il 1993 fu un anno veramente intenso poteva accadere che una mattina rientravo dai Balcani,
per essere a Torino la sera per prendere l'aereo per l'Africa Australe, per far visita al contingente
italiano in Mozambico. In particolare, tornai nell'inferno di Mogadiscio il 9 ottobre, cinque giorni dopo
il termine dei fatti narrati nel libro "Falco Nero" di Mark Bowden, edito da Rizzoli.
La città sembrava proprio "la capitale mondiale delle cose andate al diavolo" essendo ormai sparite le grandi
speranze dell'inizio della missione. Vi erano stati già violenti combattimenti e, per gli italiani, lo scontro del Pastificio del 2 luglio.
UN'OPERAZIONE IMPOSTATA MALE
A Mogadiscio i ranger e le forze speciali della DELTA FORCE, agivano fuori dal mandato ONU e, in pratica,
compivano azioni per conto loro. Gli Stati Uniti avevano avuto la bella idea di ritirare gli ABRAMS che si
erano portati in Somalia e disponevano solo di elicotteri. Con gli elicotteri erano convinti di poter
risolvere tutti i loro problemi. Gli UH-60 BLACK HAWK erano stati dotati di una pedana esterna fuori dal
portello, dove i ranger potevano poggiare i piedi e sporgersi, opportunamente agganciati, per controllare
la situazione sottostante. Secondo i responsabili statunitensi, era il sistema più sicuro per controllare
la situazione e condurre la caccia al generale Aidid, divenuto una preda prioritaria per gli americani,
con tanto di manifesti con scritto "wanted" affissi sui muri, con una taglia di 20.000 dollari.
In effetti, le stradine e il traffico di Mogadiscio rappresentavano una sorta d'immane
trappolone, in cui era pericoloso avventurarsi. La città piatta e con scarsi punti di riferimento,
rendeva l'orientamento difficile. Le stradine potevano essere facilmente bloccate con improvvisate barricate,
e da tutte le parti potevano accorrere i miliziani. Gli elicotteri, dipinti bleu notte, venivano intensamente
utilizzati anche la notte, con il personale che utilizzava visori notturni ad intensificazione della
luminescenza. La notte li sentivamo passare bassi sui tetti, ma era praticamente impossibile scorgerli
nonostante le notti serene. Si poteva notare il loro passaggio, solo quando passavano davanti ad una stella,
che, per un'attimo, scompariva.
Tutto il giorno il cielo di Mogadiscio era contraddistinto dal lento orbitare di "Pippo" e "Pluto".
Questi erano i due soprannomi che avevamo dato alla cannoniera volante AC-130 SPECTRE e al pattugliatore
P-3 ORION della Marina che, esattamente sfalsati di 180° ruotavano in quota sopra la città.
Il ricognitore marittimo, con i suoi ampi oblò serviva da ricognitore, fornito anche di un sistema di
telecamere che ritrasmetteva in tempo reale al comando quanto accadeva in città. La cannoniera volante
poteva intervenire con i cannoncini da 20 mm a canne rotanti, il pezzo da 40 mm e quello da 105 mm, tutti
posti sul fianco, per spazzare un'area. L'abbiamo visto in azione di notte, e l'effetto era impressionante;
una vera e propria micidiale pioggia di fuoco ma certo non l'arma ideale per operare in ambito urbano,
dove anche le vecchie caserme erano piene di donne, bambini, capre e via proseguendo.
Un'altro problema era dato dal fatto che a Mogadiscio molte zone erano caratterizzate dalla presenza di
baraccopoli e "stracciopoli", ripari fatti di fogli di plastica, cartoni e rami, che al passaggio radente
degli elicotteri venivano spazzate via, insieme alle poverissime cose che contenevano. La formazione di 5-6
elicotteri, lasciavano alle loro spalle un paesaggio degno di un tornado, e questo non favoriva certo i
rapporti con la gente.
CATTURATE AIDID
Ovviamente Aidid adottava tutti i trucchi possibili per non farsi individuare e gli Stati Uniti si basavano
sulle informazioni provenienti dagli informatori. Sembra che alcune volte si sia perfino travestito da donna,
il che, date le usanze locali circa il vestiario femminile, non era difficile. Tutti i contingenti avevano
a Mogadiscio le loro "antenne", e il SISMI italiano era uno di quelli meglio organizzati, approfittando dei
lunghi legami fra Italia e Somalia. Gli informatori agivano per denari, e tentavano spesso di vendere
informazioni inventate e non verificabili, per cui gli statunitensi avevano già preso
alcune cantonate, come quando avevano fatto una spettacolare irruzione in un edificio addirittura gestito
dalle Nazioni Unite, creando un incidente diplomatico. Un altra volta, i ranger si erano catapultati nei
pressi dell'ambasciata italiana, bloccando il generale Jlao, un uomo molto più alto e grasso del ricercato,
dovendo, successivamente, profondersi in scuse. La "caccia" ad Aidid non andava bene e la Task Force Ranger e
i suoi capi, s'innervosivano. Gli statunitensi volevano fare, in un ambiente difficilissimo come Mogadiscio,
di testa loro, e avevano già avuto aspri screzi con le Nazioni Unite e gli altri contingenti, incluso quello
italiano. Oggi, a mente fredda, possiamo dire che gli italiani, ad iniziare dal generale Loi, avevano ragione.
Fra l'altro, nella versione italiana è stato eliminato, rispetto alla stesura originale, un riferimento a
certi segnali luminosi che gli italiani avrebbero fatto ai somali, con i fari dei mezzi. In effetti si
tratta di una illazione buttata là, senza alcuna spiegazione, forse per giustificare certi rovesci.
Gli informatori statunitensi, con tanto di diavolerie elettroniche e seguiti spesso dalle telecamere del
P-3 ORION che orbitava in permanenza durante il giorno sulla città, indicarono un edificio, nelle immediate
vicinanze dell'hotel Olympic, non lontano dal mercato di Bakara, nel pieno della zona controllata dai
miliziani di Aidid.
I rangers e gli uomini della DELTA FORCE, erano pronti in aeroporto, distante meno di cinque chilometri e
sarebbero stati appoggiati dagli elicotteri AH-6 LITTLE BIRD, armati di razzi, elicotteri molto maneggevoli
ma sicuramente meno potenti di quelli d'attacco, come gli AH-1 SUPER COBRA che avevano operato su Mogadiscio
all'inizio della missione in Somalia.
La missione sarebbe stata condotta dallo Squadrone C della DELTA FORCE e dalla Compagnia BRAVO del
3° Battaglione del 75° Ranger di Fort Benning. I mezzi impiegati includevano quattro elicotteri AH-6 armati,
altrettanti mezzi identici con pedane per i ragazzi della DELTA FORCE, seguiti da otto biturbina BLACK HAWK.
I ranger erano suddivisi in "Chalk' (letteralmente "gessetto", dato che in origine i carichi aviolanciati
venivano marcati con il gesso). Un convoglio terrestre, con nove jeep HUMVEE e tre autocarri, con ranger,
uomini della DELTA e quattro SEAL, doveva intervenire via terra, per esfiltrare i prigionieri. In totale
erano pronti 160 uomini e 19 velivoli, incluso il quadriturbina ORION da sorveglianza, mentre non era in
volo la connoniera volante.
La prima osservazione che si può fare è che si trattava di una forza debole per andare a cercare guai nel
covo di Aidid, in particolare se fossero sorti problemi seri. In mezzo alle case i LITLE BIRD e i BLACK HAWK
potevano rilasciare gli uomini con il fast rope (o barbettone) ma non potevano reimbarcarli.
Questi uomini e i loro prigionieri, avrebbero dovuto salire su jeep e camion per tornare alla base.
Ora, l'idea di percorrere con mezzi non protetti le strade di Mogadiscio, in particolare la zona controllata
da Aidid, magari dopo averlo fatto prigioniero, non ci sembra la più brillante. Gli statunitensi avevano
già avuto modo di constatare la rapidità impressionante con cui i miliziani si mobilitavano. Certo, in
una mezza dozzina d'azioni precedenti, tutto era andato liscio, ma indubbiamente vi fu della leggerezza
per compiere una missione difficile.
CHI MAL COMINCIA ...
L'attacco iniziò alle 15.43, con un passaggio degli elicotteri armati con razzi da 70 mm. Le cose andarono
subito per il verso sbagliato. Uno dei ranger mancò clamorosamente il barbettone, e piombò a terra da
un'altezza considerevole, ferendosi gravemente. Un BLACK HAWK sbagliò il punto di rilascio e un LITLE BIRD
praticamente si posò al suolo, non vedendo niente a causa della polvere sollevata, rischiando di urtare le
case con il suo rotore.
L'irruzione fu rapidissima e non incontrò resistenza. Vennero catturati alcuni collaboratori di Aidid ma,
rapidamente, centinaia di miliziani presero le loro armi e iniziarono a resistere. La svolta allo scontro
fu data dal fatto che i somali, che pure non disponevano di missili antiaerei spalleggiabili, vedendo
gli elicotteri evoluire a bassissima quota e a velocità lenta, misero in pratica un'idea a cui pensavano da
tempo: prenderli a colpi di lanciarazzi controcarro! Non era previsto da nessun manuale ma si poteva tentare.
Quel giorno i somali ci provarono e, in pochi minuti abbatterono due UH-60, non lontano dall'edificio in
cui era stata effettuata l'irruzione. Contemporaneamente, per le strade venivano erette barricate e
accorrevano migliaia di armati.
I comandi statunitensi fecero intervenire la squadra elitrasportata per il CSAR (Combat Sarch and Rescue), ma
la sorpresa e lo stupore furono tali che fu ordinato agli uomini in azione, di raggiungere i mezzi abbattuti
e soccorrere gli equipaggi. Iniziativa lodevole, ma si trattava di avanzare in un ambito urbano ostile contro
forze non organiche ma estremamente numerose. Inoltre un altro UH-60 fu colpito, mentre scaricava gli
specialisti del CSAR, ancora una volta da un RPG-7 e era stato costretto a un difficile atterraggio
d'emergenza al Porto Nuovo.
A distanza ravvicinata, alla quale si svolgeva il combattimento, le forze statunitensi non potevano far
valere adeguatamente l'armamento migliore e l'addestramento superiore.
Ovviamente iniziarono le prime perdite, in morti e feriti. Il convoglio terrestre, pur fra gravi difficoltà,
iniziò a muoversi verso il luogo dell'abbattimento del primo elicottero, ma l'avanzata nel centro abitato,
dove i colpi piovevano, seppur poco precisi, da tutte le parti, nel tentativo di raggiungere i due
elicotteri abbattuti, causava perdite crescenti. Per muoversi nel dedalo di stradine, ci sarebbe voluto
l'aiuto dei velivoli in volo, in particolare dal P-3 ORION dell'US Navy. Incredibilmente questo non
possedeva le frequenze radio dei mezzi, per cui doveva trasmettere le indicazioni al comando che,
a sua volta, le passava al convoglio. Nella concitazione, con questo sistema, alla fine l'ordine di
girare giungeva quando la contrada giusta era già superata, per cui i mezzi si ritrovarono ad andare a
spasso per strade e vicoli, sotto una pioggia di colpi. Un razzo c/c RPG-7 si piantò di lato nel torace di
un ranger, senza esplodere ma ferendolo mortalmente mentre anche le normali pallottole causavano danni,
nonostante l'uso esteso del vestiario balistico.

UOMINI DECISI
Ben presto la realtà fu evidente anche sugli schermi che trasmettevano le immagini riprese dall'alto.
Un gruppo limitato di uomini, si trovava bloccato in mezzo a Mogadiscio. Nello scontro e nel movimento,
l'unità si era allungata e doveva far fronte ad una resistenza crescente, galvanizzata dai tre abbattimenti.
Due tiratori scelti dei SEAL, si calarono volontariamente accanto a uno dei due BLACK HAWK abbattuti, pur
sapendo il rischio che correvano, nel tentativo di dare una mano agli uomini che vi si trovavano.
Gli elicotteri armati facevano il possibile per dare una mano a tenere a bada i somali, ma sembrava che
tutta "Moga" si fosse riversata nelle strade adiacenti al luogo dello scontro. La salvezza degli statunitensi
venne dal fatto che erano combattenti ben addestrati, uomini decisi che non si fecero prendere dal terrore.
Inoltre i somali sparavano tanto ma male, per non dire malissimo, non essendo coordinati fra di loro.
Non si spiega altrimenti come mai, alla fine, le perdite fossero in sostanza ridotte.
Ci si accorse che non erano pronte riserve e che gli statiunitensi non disponevano di mezzi blindati
né tanto meno corazzati. Occorreva allertare i reparti della 10° Divisione da Montagna e chiedere mezzi in
prestito a malesi e pachistani. Un discorso non facile e non breve, in quanto entrambi esclusero di cedere
solo i mezzi e, alla fine, concessero i veicoli ma con i loro guidatori. Facile immaginare il favore con cui
i comandi statunitensi accolsero l'ipotesi d'inviare in combattimento i loro soldati a bordo di mezzi
pilotati da gente che non parlava la loro lingua (un conto è fare una discussione amena o di lavoro, altro
e comunicare in mezzo a un combattimento, dove è già difficile capirsi fra connazionali, inoltre lo slang
statunitense e certi dialetti complicano il tutto). Anche il contingente italiano fu allertato e, nelle ore
successive, alcuni M-60 furono spostati da Balat su Mogadiscio, insieme a paracadutisti e incursori,
pronti ad intervenire.
I soldati statunitensi si asserragliarono in alcuni edifici e, con il costante appoggio degli elicotteri
(che andavano in aeroporto a rifornirsi e tornavano immediatamente), riuscirono a bloccare gli attacchi
dei somali.
Uno dei piloti degli elicotteri era rimasto ferito e bloccato all'interno del secondo velivolo abbattuto.
Dopo un'accanitissima resistenza, gli statunitensi erano stati sopraffatti.
La notte stava sopraggiungendo e i ranger maledivano di aver lasciato alla base i loro ottimi visori notturni,
che gli avrebbero dato, in queste circostanze, una grossa superiorita tecnica. Invece li avevano lasciati,
preferendo portare un numero maggiore di munizioni, convinti che l'azione sarebbe terminata ben prima delle
tenebre. In compenso, gli elicotteri, i cui piloti disponevano d'intensificatori di luminescenza,
scoraggiavano qualsiasi attacco in massa.
Per fortuna degli americani, i somali, avendo subito perdite altissime, non approfittarono delle ore
notturne per scatenare altri attacchi e, dopo 14 ore dall'inizio dell'azione, la colonna di soccorso
si ricongiunse con il gruppo assediato, dopo aver dovuto superare grosse difficoltà. Il colmo fu che la
colonna di trasporto truppa CONDOR, non poteva ospitare a bordo tutto il personale, per cui diversi militari
dovettero correre a piedi, con i piloti malesi che, sotto stress, si allontanavano troppo velocemente,
lasciando indietro gli uomini a piedi, che dovevano rispondere al fuoco avversario.
Il convoglio terrestre di soccorso, rallentato da molteplici problemi e da una certa resistenza,
finalmente raggiunse lo stadio di "Moga", presidiato dai soldati pakistani, dove venne allestito un
centro di medicazione. Intanto i comandi iniziarono a fare un primo bilancio dello scontro.
Alla fine risultò che 19 militari erano stati uccisi (uno addirittura trascinato da un mezzo per le strada
e un'altro esposto al mercato), uno era stato fatto prigioniero e varie decine feriti, alcuni in modo
molto grave e fu solo grazie all'elevata efficienza dei soccorritori statunitensi e delle strutture
sanitarie che intervennero successivarnente, fu possibile salvare le loro vite. Ben diverso fu il
trattamento di cui poterono godere le centinaia di feriti somali. Il pilota catturato dai somali, venne
rilasciato dopo poche settimane. Ormai, sotto la spinta delle perdite subite, l'atteggiamento statunitense
verso la Somalia aveva subito un radicale cambiamento. Al diavolo la Somalia, Aidid e i somali, una partita
da cui potevano provenire solo guai.
ALCUNE OSSERVAZIONI TATTICHE
Abbiamo espresso le nostre critiche a come era stata impostata l'operazione, per cui un'eccesso di sicurezza
portò a una situazione drammatica che si risolse senza un massacro solo per la professionalità del personale
impiegato. Molti militari riportano episodi in cui, dopo aver colpito un somalo, molti altri tentavano di
recuperarne l'arma, per essere subito colpiti ma con altri che, subito, tentavano la stessa manovra.
Questi stati di esaltazione, di apparente follia, di esaltazione totale, sono molto difficili da
controbattere, in quanto fanno saltare i meccanismi che regolano la sopravvivenza. Qualcosa di simile
accadeva per i volontari iraniani che si lanciavano contro le postazioni irachene, magari passando sui
campi minati. Gli iracheni sapevano che era quasi impossibiie, per quanti ne colpissero, arrestare questo
tipo d'assalti, per cui erano preoccupati e tendevano a fuggire.
La sopresa per tre elicotteri colpiti e abbattuti da colpi di lanciarazzi controcarro, rappresentò
un'amara sorpresa per gli statunitensi, ma stupisce che nessuno si fosse accorto del rischio in precedenza.
Un elicottero fermo in hovering o in volo a bassa velocità, non è un bersaglio impossibile per un'arma
anticarro che si trovi nelle vicinanze. Del resto sono state realizzate addirittura delle mine terrestri
antielicottero, che, tramite sensori, esplodono al suo passaggio e lanciano pallettoni nella sua direzione.
Se fossero stati disponibili subito mezzi blindati e corazzati, la situazione sarebbe stata sbloccata molto
più facilmente che non dovendo ricorrere a mezzi non protetti. Gli M-60 italiani erano a Balat, e ci sarebbe
voluto del tempo per farli arrivare. Sicuramente molto utili sarebbero risultati i MANGUSTA, che potevano
giungere in tempi molto ristretti, ma l'impressione è che il comando statunitense non voleva chiedere
l'aiuto ai mezzi italiani (che, ricordiamo, sono blindati) per le divergenze sulla condotta delle operazioni
scoppiate in quei mesi. Se mai stupisce che non si sia tentato di evacuare il personale ferito (che doveva
essere trasportato), atterrando con gli elicotteri più piccoli o avvicinandosi a uno dei tanti tetti piani
delle abitazioni più solide.
Fu solo grazie alla pessima preparazione militare dei somali, che le squadre statunitensi
poterono muoversi
per chilometri a piedi in una città come Mogadiscio, ricordando sempre che era composta da ranger e
uomini della DELTA FORCE, per cui personale molto ben addestrato, forze speciali e, nel caso dei
"D-boy", fra i migliori combattenti al mondo. Quella di sparpagliare le squadre in città fu un'altra
pessima idea che sarebbe potuta costare ancora più cara. Il modo in cui il convoglio di mezzi tentò più
volte, nonostante fosse guidato dall'alto, di raggiungere il sito in cui era precipitato l'elicottero,
passandovi vicinissimo senza accorgersene, dimostra che qualcosa, nonostante la presenza in volo di veri
e propri posti comando, non funzionava.
(SOPRA E SOTTO) Illustrazioni della sciagurata operazione dei ranger e delle forze speciali della DELTA FORCE a Mogadiscio.
Article Powered by

INDIETRO
|
|
|