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Diario Somalo del C.le Par. Massimo Pezzotta del 183° NEMBO
a cura di Nicola Bandini
Ero già da tre mesi al 183° Reggimento Paracadutisti Nembo di Pistoia con incarico 30/A
(Fuciliere assaltatore con compiti di capo-arma MG) quando a metà gennaio cominciò a serpeggiare la voce che
la mia Compagnia, XX Puma, si sarebbe dovuta preparare per l'impiego operativo in Somalia. La cosa era
plausibile: sesto mese di servizio alle spalle, assalto di squadra e di plotone fatto e rifatto in tutte le
salse, addestramento al combattimento nei centri abitati e pattuglie notturne certo non più una novità.
Fra noi l'euforia era alle stelle: finalmente potevamo applicare e sperimentare tutte le nozioni, le
tecniche e i movimenti imparati con sudore e fatica nei mesi precedenti. Mi sentivo fiero, orgoglioso di
aver scelto di indossare il basco amaranto; la missione in Africa avrebbe coronato un anno indimenticabile,
vissuto alla grande. Anche i miei commilitoni la pensavano allo stesso modo: erano orgogliosi e consapevoli
del compito importante e complesso, affidato a gente preparata al sacrificio, alla fatica, alla voglia di
portare a termine una missione in qualunque condizione. Ricordo ancora oggi vividamente una parte del
discorso del mio Comandante diretto: Siamo chiamati ad assolvere un compito importante e rischioso e
tutti devono contribuire;
dico tutti perché l'intera Compagnia andrà in Somalia, nessuno deve trovare scuse per non andare, tanto il
destino di ognuno di noi è segnato da qualche parte e nei prossimi giorni l'addestramento sarà ancora più
duro e faticoso; bisogna farsi il culo fino alla partenza. Non siamo signorine, siamo Paracadutisti.
Non ricordo di aver sentito parlare in modo così deciso e definitivo una persona in vita mia; quelle parole
diedero la carica a tutti e dissiparono qualche voglia di rinuncia che serpeggiava qua e là.
Finalmente, arriva il giorno della partenza, ultime telefonate a casa, ultime cose da stipare negli zaini già
pieni.
Ci guardiamo negli occhi l'un l'altro, sono occhi sereni, sicuri di quello che ci attende, occhi che
guardano alla "desertica" che indossiamo per la prima volta ma soprattutto a quel piccolo scudetto tricolore
con scritto ITALIA che è cucito sulla manica sinistra. Vedo e sento che siamo tutti sotto a quel tricolore,
noi ragazzi della Folgore del nord, del centro, del sud. Stiamo rappresentando il nostro Paese in terra
straniera, al fianco di altre Forze Armate che ci guardano e ci giudicano.
COME IN UN FILM
L'arrivo a Mogadiscio sembra la scena di un film di guerra americano: mezzi militari che vanno e che
vengono, tutti sporchi di polvere, il vento caldo e soffocante che porta in giro sabbia e cespugli secchi,
fumo acre di rifiuti che bruciano dappertutto, case semidistrutte, caos generale. Ho capito subito che si
faceva sul serio: ci eravamo lasciati alle spalle un mondo fatto in gran parte di certezze per trovarne uno
dal domani estremamente incerto.
Il nostro impiego riguardava la zona di territorio che va da Gialalaxi a Bulo Burti. Ci viene assegnato il
primo compito: il mio plotone deve fungere da avamposto a Bulo Burti per l'appunto, futuro accampamento
del 187° Reggimento Paracadutisti Folgore in arrivo da Livorno. Sarà, necessario fare qualche scorta, le
guardie al magazzino viveri, rastrellare il territorio in cerca di armi da fuoco da requisire.
Arriva la prima uscita; io sono sul "trespolo" del VM con il mio MG 42/59 pronto a far fuoco in caso di
bisogno. Forse esagero, ma quella scorta in mezzo al deserto me la ricordo ancora: dodici ore sotto il sole,
l'acqua che alla sesta ora era già finita, la testa, gli occhi, tutto il corpo sempre azionati a controllare
a destra e a sinistra. Avevo la sensazione che dietro a ogni cespuglio ci fosse un somalo armato: quel primo
giorno non tolsi mai la mano dall'asta di armamento del mio MG. Quella prima giornata ci aveva duramente
messo alla prova; ricordo che un mio compagno di squadra, per la troppa sete, si spremeva in bocca i
"Fresh & Clean".
Un servizio meno operativo e dinamico ma, a mio avviso, più stressante a livello psicologico, era la guardia
al magazzino viveri. Scrutavo l'orizzonte in cerca di guerriglieri che non arrivavano mai... o quasi mai.
Mi sembrava di vivere il racconto Il deserto dei Tartari dove i soldati attendevano l'arrivo del
nemico che non arrivava mai, mentre il tempo fugacemente passava. Di solito la guardia in caserma è noiosa,
sai che non succederà niente, in Somalia era molto diverso. Di notte avevo gli occhi spalancati, il visore
notturno sempre a portata di mano, ma soprattutto le orecchie attivate al massimo. Anche se avessi provato
a dormire, non ci sarei riuscito, con la continua paura che qualcuno si potesse avvicinare a tenermi sveglio
fino all'ultimo giorno di guardia.
In quelle ore guardavo il cielo, sempre stellato, mi scorreva dinanzi la mia vita, la ripercorrevo tutta,
pensavo alla famiglia, alla ragazza che avevo conosciuto a Firenze: avrei voluto che fossero tutti li,
vicino a me. Poi una notte, un rumore mi riporta bruscamente alla realtà: è una macchina che si sta
fermando a qualche decina di metri dalla mia postazione, lasciando i fari accesi. Come al rallentatore ma
in realtà nel giro di pochi secondi, ne scende un Somalo, arma il suo AK-47 e lo punta nella mia direzione,
facendo fuoco. Automaticamente giro l'MG di 40° circa, ma l'ampiezza del movimento è eccessiva e il nastro
si spezza proprio al piatto di alimentazione. Armo e sparo l'unico colpo a mia disposizione. Prima di
riuscire a rimettere l'arma in funzione, il Somalo monta in macchina e si dilegua. E' stato uno dei momenti
di maggior tensione, di tutta la missione, il proiettile l'ho sentito fischiare vicino, fra lo sparo e la
mia reazione saranno passati tre secondi, tre secondi di sudata a freddo, ma la rabbia per l'inceppamento
dell'arma mi è rimasta ancora adesso: quel Somalo poteva esser morto e invece l'ha scampata.
Da quel giorno il servizio di guardia fu curato con maggiore attenzione, se possibile. La vita al campo
scorreva con qualche momento di noia. Nelle poche pause libere si riposava, dormire no, perché di giorno
con il caldo è quasi impossibile. Si leggeva qualche rivista italiana, qualcuna era vecchia di mesi, si
ascoltava e riascoltava la stessa musicassetta, si inventava qualcosa: la dama con i tappi di plastica delle
bottiglie d'acqua, gli scacchi con i bossoli di Fal e di Browning, pezzi di legno da scolpire con i
coltelli, tatuaggi somali con una pasta d'erbe locali particolare.
Qualcuno aveva persino messo su un piccolo allevamento di tartarughe africane. Spesso, di nascosto agli
Ufficiali ma non troppo, andavo a portare da mangiare ai bambini che si assiepavano come cagnolini dietro
il filo spinato del campo: marmellate, biscotti secchi, caffé da sciogliere, carne in scatola, pasta e
fagioli, insomma buona parte della razìone Kappa che spesso ci toccava. A volte si fa un po' di riflessione
tra di noi, si parla, ci si rende conto che siamo in un Paese disastrato. In Somalia non c'è niente,
c'è solo la savana arida e sterminata e i suoi abitanti, non c'è segno di progresso, di tecnologia, sembra
che il tempo vada indietro come un gambero, inesorabilmente.
Le pattuglie appiedate o meccanizzate sui VCC, sui VM, i posti di blocco erano all'ordine del giorno; si
andava in cerca di armi, di banditi o a consegnare quantitativi di farina in villaggi sperduti. Tutti
volevano fare questo tipo di attività, perché si poteva vivere a contatto della realtà, incontrare gente,
i bambini che urlavano "italiani", altri che urlavano "italiani mafia" mentre a qualcuno di noi veniva da
bestemmiare perché certo non ci sentivamo di rappresentare quella fetta di Italiani. Ci riconoscevano subito
dalla desertica e a noi faceva piacere, ci consideravano sempre come dei salvatori.
GLI OCCHI DI QUELLA DONNA
Durante uno dei tanti rastrellamenti in cerca di qualche fucile, un giorno rimasi colpito dallo sguardo di
una donna. Era handicappata alle gambe, aveva un bel viso, ma soprattutto due occhioni neri, sinceri, uno
sguardo profondo, triste e sofferente, mi sembrò che riassumesse tutta la disperazione del popolo somalo.
Stava tentando di alzarsi, faceva fatica, le dissi che non importava, diedi un'occhiata alla vuota capanna.
Le regalai l'unico pacco di biscotti che avevo e mi allontanai. Porterò sempre con me quello sguardo,
quella donna mi aveva parlato con gli occhi.
Emozioni a terra ma anche in aria: sto parlando di un lancio militare di massa a scopo addestrativo che
abbiamo fatto su Bulo Burti. In meno di 12 secondi 28 paracadutisti completamente equipaggiati erano fuori
dal G-222. Quando mi ritrovai in aria, nel silenzio della discesa, ero come sull'orlo di uno spazio
infinito. La Somalia dall'alto fa paura, un'enorme pianura brulla e secca. Mi sentivo nulla al confronto,
ma appagato per aver provato anche questa emozione.
Il tempo passava e dopo ormai quasi cento giorni spesi in territorio somalo, qualcuno comincia a sentire
nostalgia di casa, lo si avverte dai discorsi che si fanno alla sera, dopo un bel tramonto. Si parla di
tutto, dallo sport alla politica, alle tangenti, si parla spesso anche di donne, di sesso, ognuno racconta
le proprie esperienze erotiche, e ci si eccita con poco laggiù vista la totale carenza di bianche figure
femminili.
I desideri erano i più disparati: un gelato, una bibita ghiacciata, un buon vinello, un letto normale, un
piatto vero, il rumore del traffico, un televisore, insomma tutte le piacevolezze del ventesimo secolo. A
me personalmente mancava la strada asfaltata piana, il telecomando di una TV, un "water" civile, un paio di
Levi's.
Voglie e nostalgie che comunque si protrarranno ancora per poco: dopo oltre quattro mesi di missione la
XX Puma deve rientrare in Italia, si deve congedare. Un congedo sudato e meritato per il buon lavoro
svolto in terra africana. Eppure, ancora oggi, da tempo di nuovo nel ventesimo secolo, la Somalia mi manca.
Mancano pochi istanti al primo lancio operativo in territorio somalo: i 28 uomini del 183° Nembo sono
equipaggiati di tutto punto.
(SOPRA) In terra di Somalia, il primo impatto è con l'accampamento militare della XX Puma, soprannominato
non senza una buona dose di ironia Fort Apache.
(SOTTO) Ecco una delle rarissime foto "fuori servizio": una breve caccia al facocero abissino ha dato i
suoi frutti, recuperati con il VM.
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