INTERVISTA AL CAPO DI STATO MAGGIORE CERVONI DEL 20/06/97
ROMA - «Allora mettete in galera anche me! Chiaro? Perché se qualcuno non capisce che vanno distinte le responsabilità individuali, che saranno castigate, e quelle delle istituzioni, allora non c'è da sciogliere solo la Folgore: siamo tutti da sciogliere. Sciogliamo l'esercito! Perché siamo tutti colpevoli». Francesco Cervoni, capo di Stato Maggiore dell'esercito, è un signore di mezza età piccolino ma assai combattivo: «Quand'è che un'unità non ha più diritto di esistere? Quando dall'alto irresponsabilmente parte un ordine illegittimo e tutti i membri irresponsabilmente lo accettano. Giusto? Perché il regolamento è chiaro: se l'ordine è illegittimo sei obbligato a rifiutarlo. Se l'ammiraglio Venturoni mi dà un ordine illegittimo gli dico: "No, sei il mio capo, ti voglio bene ma mi rifiuto di obbedirti". Ci siamo? Quello dove eseguono un ordine infame è un reparto da sciogliere. Ma un reparto dove si è infiltrato qualche criminale ha il diritto di dire: liberatemi da questo criminale e ridatemi l'onore».
D: Arrabbiati?
R: «No. Perché arrabbiati? Siamo un'istituzione ed è giusto che siamo sottoposti alle critiche e ai controlli della politica, della magistratura, dell'opinione pubblica. Ci mancherebbe altro».
D: Però esser processati sui giornali non vi piace.
R: «Forse non siamo riusciti a spiegarci bene noi. Le missioni all'estero oggi sono molto diverse dal passato. Una volta il "nemico" era una massa compatta e organizzata con una divisa diversa. Adesso è cambiato tutto. Oggi non basta più la conoscenza della tecnica e dei mezzi a disposizione. Bisogna conoscere gli ambienti, la storia, la religione, i vari aspetti dei conflitti etnici. Una volta il comandante dava un ordine e la massa dei militari eseguiva».
D: Mentre oggi...
R: «Oggi no. In situazioni come la Somalia o l'Albania è tutto così frazionato sul territorio che il comandante organizza, addestra, spiega ma poi chi è alle prese con la realtà diretta è il singolo. Che non è più solo un esecutore. E' un uomo che deve interpretare una situazione e decidere caso per caso. Tu puoi dare regole generali o fare dei corsi di diritto umanitario, come facciamo. Ma di fatto poi decide l'uomo. E' un'autonomia quasi totale».
D: Dopo le prime foto pubblicate qualche anno fa su «Epoca» faceste delle indagini?
R: «Aprimmo un'inchiesta interna. Poi, quando intervenne la magistratura, le cedemmo tutto il materiale».
D: E che fine fece quell'inchiesta?
R: «Non lo so. Credo che fosse stato chiarito che i nostri soldati si erano mossi nel quadro delle "regole d'ingaggio". Anche se magari erano talvolta andati al di là del legittimo impiego della forza».
D: Cosa vuol dire?
R: «Che magari qualcuno era stato troppo aggressivo. Ma questa aggressività fu punita, chiaro? Quelli che avevano esagerato, magari legando in modo esagerato un prigioniero o tenendolo troppo tempo sotto il sole, furono castigati».
D: Quindi queste nuove foto...
R: «Ci hanno lasciati stupefatti. Tanto è vero che ho nominato subito una commissione d'inchiesta e dato questo ordine interno. Vede? C'è scritto che la "Folgore" merita la massima tutela "e ciò si può ottenere solo mediante la più rigorosa trasparenza e la ricerca approfondita della verità". Più chiaro di così! Il diavolo a quattro ho fatto: voglio sapere cosa è successo».
D: E se viene fuori...
R: «Qui nessuno copre nessuno. Del resto è quello che chiedono tutti: ufficiali, sottufficiali, soldati. Siamo "noi" che vogliamo sapere la verità. Perché non vogliamo essere derubati dell'orgoglio di aver fatto quello che hanno fatto».
D: Ma può sfuggire un episodio come quello della ragazza legata al carro armato e violentata con una bomba coperta di marmellata?
R: «Noi non siamo ancora riusciti a conoscere bene quel fatto. Credo che ci stia arrivando Intelisano. Certo se becchiamo i protagonisti di quell'episodio non vorrei trovarmi al posto loro. Può sfuggire... Non lo so... So che per esempio pochi giorni dopo il famoso attacco al "check-point Pasta", dove avevamo perso degli uomini, un sottotenente si beccò quindici giorni di rigore (dico: di rigore!) per essere stato "irriguardoso" nei confronti di un somalo. Ed è solo uno dei tanti esempi. Ora: se noi lì ci comportavamo così è pensabile che qualcuno possa aver saputo e coperto delle torture?».
D: Lo dica lei.
R: «Fosse successo non ci sarebbe perdono! Lo giuro su Dio: nessun perdono. Ma mi pare difficile. Si metta nei panni di un giovane ufficiale. Viene a sapere di una violenza come quella sulla ragazza e se la tiene per sé? Mi pare difficile».
D: C'è chi ha parlato di un eccesso di difesa in momenti di particolare pressione...
R: «No. Un conto è reagire per autodifesa, un conto scadere nella criminalità. Sarebbe inaccettabile se ad un attacco si fosse reagito con un gesto criminale. Capisco che uno, attaccato mentre scorta un convoglio umanitario, nel momento in cui disarma chi gli sparava possa farsi scappare un randellata. Ma lo stupro è un'altra cosa. Siamo nel campo della criminalità».
D: Quindi?
R: «Si colpiscano i criminali, se ci sono. Ma si abbia rispetto per chi in Somalia si è giocato la pelle. Come si fa a proporre di sciogliere la Folgore? Come si fa? I nostri che oggi stanno a Sarajevo o a Valona, tra gente che spara, hanno il diritto (diritto, dico) di sentire l'appoggio del nostro Paese. Devono sentire l'orgoglio per il lavoro che fanno».
D: Insomma, casi individuali a parte lei per la Folgore metterebbe la mano sul fuoco.
R: «Ce ne metto due. E non perché io creda, come credo, alle versioni loro: perché non è possibile che mentano tutti. Non è possibile. Se mentono tutti, sciogliamo l'esercito: non merita di vivere. Ripeto: se pensate che siamo così bacati da mentire tutti per proteggere dei criminali, scioglieteci. Ma...».
D: Ma?
R: «Ma se non è così, per favore, un po' di rispetto».