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| SOMALIASECTION |
Cicli operativi umanitari: con la Folgore nel Bush Somalo
di Gianandrea Gaiani
11 maggio 1993. Mancano pochi minuti al tramonto quando l'HH 3F del 15° Stormo, individuato
l'accampamento dei Paracadutisti, atterra a una decina di metri dai veicoli disposti in cerchio.
Mentre un altro elicottero dello stesso tipo circuita sulla zone di atterraggio, il mitragliere di destra
del velivolo sul quale sono imbarcato mi comunica che sono giunto a destinazione: il campo della
XII Compagnia Leopardi del 183° Reggimento Paracadutisti Nembo impegnata in un Ciclo Operativo Umanitario
in pieno bush somalo.
Raccolto il sacco e la branda pieghevole salto a terra...... a meno di un metro da una coppia di grossi
scorpioni! Ti ci abituerai presto - mi dice sorridendo un Sottufficiale Paracadutista venutomi
incontro - qui nella savana insetti, parassiti, ragni, serpenti e scorpioni sono i compagni
inseparabili di ogni missione.
Mentre gli elicotteri ripartono a bassa quota alla volta di Itala, dove verranno sbarcati una dozzina di
poliziotti somali incaricati di contrastare le bande armate, il Capitano Girolamo De Masi, comandante dei
Leopardi, fa il punto della situazione: Ci troviamo a pochi chilometri dal villaggio di Ragacel, lungo la
pista che unisce Balad, sulla strada Imperiale, a Itala, sulla costa. Il compito di questo Ciclo Operativo
Umanitario consiste nell'effettuare un'opera di presenza in questa regione mirata a portare soccorso
sanitario e alimentare alle popolazioni, a identificare la presenza di banditi e bande armate ed a
requisire le armi in circolazione.
I Cicli Operativi Umanitari sono operazioni che vengono effettuate a cadenza regolare a livello di compagnia
dal Comando Italpar in Somalia; volute dal Generale Bruno Loi, comandante dal 5 maggio 1993 di tutte le
forze italiane nel Paese africano, hanno il doppio vantaggio di garantire la presenza militare anche
lontano dall'unica via di comunicazione asfaltata rappresentata dalla strada Imperiale e di dimostrare
l'efficacia e l'utilità delle truppe italiane alle popolazioni delle aree periferiche del settore affidato
all'Italia spesso minacciate dai Morian (banditi somali) e bisognose di aiuti sanitari e alimentari.
Dal punto di vista tattico i C.O.U. hanno una durata variabile tra i 5 e i 10 giorni, a seconda del
percorso da affrontare e dei problemi incontrati. Durante questo periodo gli uomini vivono in pratica
sempre sui veicoli passando la notte sulle brande (sotto le stelle all'interno di accampamenti che
ricordano quelli dei pionieri americani nel West, con i VM-90 e gli autocarri (al posto dei carri trainati
dai cavalli) disposti in cerchio. Le condizioni di vita dei militari impegnati nei C.O.U. sono realmente
dure: poca acqua per lavarsi, razioni da combattimento per nutrirsi, ore e ore sulle piste polverose dove
la velocità dei veicoli non supera i 30 km/h e, dopo il tramonto, l'assalto di migliaia di insetti
particolarmente numerosi e fastidiosi nel periodo primaverile delle "piccole piogge".
UN LAVORO PER I PARÀ
Il plotone di Paracadutisti dell'aliquota tattica affronta gli stress maggiori dovendo curare la sicurezza
del campo durante la notte, la scorta ai veicoli durante la marcia, il rastrellamento preventivo dei
villaggi dove potrebbero nascondersi gruppi armati e la protezione delle attività umanitarie quali la
distribuzione del cibo e le visite mediche che richiamando in pratica tutta la popolazione del villaggio,
ben si prestano ad atti di terrorismo e attacchi indiscriminati contro i militari italiani e i civili
somali.
Durante i C.0.U. dormiamo in media 3/4 ore per notte e durante la giornata il lavoro da svolgere è tanto:
bisogna stare sempre con gli occhi ben aperti, in modo particolare quando i veicoli marciano in colonna
sulle piste che ben si prestano alle imboscate e quando si entra nei villaggi, ci dice un giovane
Sottufficiale di leva dell'aliquota tattica.
I rapporti con la popolazione dei villaggi raggiunti dai C.O.U. sono in genere ottimi, anche perchè in
questo caso la zona di operazioni è abitata dall'etnia Abgal, particolarmente legata agli Italiani fin dal
periodo coloniale. Abgal è anche lo scout, la guida affidata a quasi tutte le missioni C.O.U. che
funge da interprete e conosce alla perfezione il terreno.
La sua importanza appare evidente il mattino successivo quando la colonna entra nel villaggio di Ragacel:
mentre l'aliquota tattica perlustra le capanne rinvenendo due vecchi AK-47, il Capitano De Maso con lo
scout Mohamed Nur Elmi illustra al capo villaggio lo scopo della presenza militare italiana. La
diffidenza iniziale degli abitanti del villaggio scompare quando Elmi spiega che entro pochi minuti un
dottore distribuirà medicinali e visiterà malati e feriti mentre numerose confezioni di cibo
(contenenti olio, pasta e alimenti conservati) verranno distribuite alla popolazione.
Le attività umanitarie vengono effettuate appena fuori dal centro abitato in un'area aperta dove è possibile
controllare il perimetro per prevenire eventuali attacchi: vengono realizzati passaggi e corridoi con i
reticolati in modo da controllare l'afflusso e il deflusso delle centinaia di persone che solitamente si
ammassano per ritirare cibo e medicinali.
I problemi sanitari che incontriamo ogni giorno in queste operazioni sono di ogni tipo: dalla malaria alla
tubercolosi (entrambe endemiche in queste regioni), dalle infezioni intestinali a quelle ginecologiche,
oltre alle ferite di arma da fuoco e alle malattie infantili che contribuiscono a elevare la mortalità
entro i primi dieci anni di vita, sottolinea il Sottotenente medico Fabio D'Onofrio, responsabile
dell'aliquota sanitaria. Oltre a ciò - continua il dottore - sono gli stessi stregoni e guaritori locali ad
aumentare i problemi sanitari curando qualunque dolore con bruciature praticate su tutto il corpo e
operando in assenza di qualunque forma di sterilizzazione aumentando così il rischio di infezioni. Il
nostro intervento di fronte a problemi di questo tipo non può che rappresentare un piccolo contributo alla
risoluzione di problemi sanitari che potranno essere risolti solo con la creazione di strutture ospedaliere
e con la diffusione di una vera educazione igienico sanitaria.
Probabilmente, al di là delle strutture sanitarie del tutto inesistenti dopo due anni di guerra civile, il
problema sanitario rappresentato dalle malattie diffusissime tra i Somali (tra le quali includiamo anche la
sifilide e l'Aids) dovrà essere risolto infondendo anche un maggior senso di responsabilità tra la gente:
in troppe occasioni si sono viste madri che vendevano al mercato i generi alimentari e le medicine che i
militari italiani donavano per alimentare e curare i loro figli. D'altra parte la differenza tra città e
campagna è ben avvertibile in Somalia e proprio i C.O.U. permettono ai militari, ma anche alla stampa, di
vivere questa differenza che non è solo paesaggistica ma anche sociale ed economica, immersi nella vera
Africa, selvaggia e affascinante, dove la sopravvivenza è ancora una scommessa quotidiana con il destino.
UN'ESISTENZA DIFFICILE
La realtà descritta nel villaggio di Ragacel vale anche per gli altri villaggi raggiunti dai Leopardi della
XII Compagnia Paracadutisti, per la maggior parte ragazzi di leva che qui in Somalia toccano per la prima
volta con mano quanto possa essere difficile l'esistenza umana.
Il nucleo tattico, comandato dal Sergente Maggiore Marco Corrias, è stato ricambiato da una riconoscenza
infinita quando ha riparato la pompa del pozzo del villaggio di Ajikali lasciando al capo villaggio alcuni
litri di nafta indispensabili al suo funzionamento a dimostrazione di come un pezzo di ricambio e un pò di
carburante possano fare la differenza tra vivere e morire qui nel bush somalo.
Ma i C.O.U. sono anche e soprattutto operazioni militari. In molti casi attraversare le regioni più isolate
della Somalia significa addentrarsi nei feudi delle bande armate che vivono saccheggiando, violentando e
spesso uccidendo la popolazione dei villaggi.
Gli uomini della Folgore impegnati nei C.O.U. hanno affrontato i Morian in molte occasioni subendo agguati
e attentati che purtroppo hanno provocato vittime anche tra i soldati italiani; numerosi i banditi catturati
e in alcuni casi uccisi durante questi scontri che hanno quasi sempre visto la popolazione locale schierata
al fianco del Contingente Ibis.
Ogni villaggio dispone di un buon numero di armi leggere impiegate per difendersi dagli attacchi dei banditi
- ci spiega il Capitano De Masi - di conseguenza noi requisiamo le armi che troviamo nelle capanne ben
consapevoli che altre armi sono già state nascoste appena fuori dal centro abitato, interrate od occultate
sugli alberi. Del resto nel bush somalo è difficile poter distinguere le armi impiegate per autodifesa da
quelle utilizzate per compiere rapine e saccheggi.
Il problema non è di poco conto e ogni contingente aggregato a UNOSOM applica regole particolari. Noi
Italiani requisiamo ogni tipo di arma rinvenuta mentre gli Americani si limitano a requisire le armi pesanti
riconoscendo il diritto all'autodifesa del singolo: un concetto del resto ben radicato negli Stati Uniti
dove quasi ovunque il cittadino è autorizzato a portare un'arma per difendersi da eventuali aggressioni, ci
aveva detto il Colonnello Fantini, del Quartier Generale di Italpar, durante un rastrellamento a Mogadiscio.
A otto mesi dall'inizio di Restore Hope, la Somalia è ancora un Paese selvaggio dove, specie nelle campagne,
la legge la impone ancora chi ha un'arma; alla luce di questa realtà dei fatti ha spiacevolmente sorpreso lo
scandalismo attuato da alcuni organi di stampa italiani dopo la pubblicazione da parte del settimanale
Epoca di alcune foto realizzate durante un C.O.U. nelle quali appaiono due banditi catturati e incappucciati
dagli uomini della Folgore.
Alcuni giornalisti e direttori di testate nazionali si sono affrettati a parlare di "disonore per
l'Esercito Italiano" e di "brutalità degli uomini dell'Ibis", mentre la sinistra più accesa ha colto
l'occasione per chiedere in Parlamento il ritiro del contingente dalla Somalia "macchiatosi di brutalità
nei confronti della popolazione".
Chi scrive ha passato un mese in Somalia accanto agli uomini dell'Ibis e ha assistito alla cattura di
numerosi banditi macchiatisi di reati gravissimi ancor più infamanti se si considera che sono stati attuati
contro connazionali inermi.
I militari italiani si sono sempre limitati a immobilizzare e interrogare i prigionieri per poi affidarli
alla Polizia e alla neocostituita magistratura somala per il processo: la pratica dell'incappucciamento poi,
oltre a impedire ai banditi di vedere la disposizione dei campi e delle strutture militari italiane, viene
attuata anche per proteggere i prigionieri stessi dalle ritorsioni dei loro complici ancora in libertà
qualora decidessero di collaborare con le autorità militari. I cosidetti benpensanti e gli opinionisti da
scrivania che imperversano su gran parte della stampa italiana farebbero meglio a recarsi in Somalia
affrontando i disagi di un C.O.U. per rendersi conto de visu di quanto avviene in questo
Paese.
Le operazioni a lungo raggio nel bush sono in realtà l'occasione migliore per rendersi conto di
quanto viene fatto a favore della popolazione. Dopo aver distribuito viveri e medicinali nel villaggio di
Galgoub, dove per quattro ore siamo stati sotto un diluvio di pioggia caldissima, la colonna si è rimessa
in marcia lungo una pista trasformatasi rapidamente in una sorta di palude. Da ogni pozza attraversata dai
veicoli uscivano impaurite iguane lunghe oltre un metro mentre uomini e animali si concentravano nei pressi
delle pozzanghere più grosse per raccogliere l'acqua piovana e abbeverarsi.
Nel primo pomeriggio il Capitano De Masi decide di stabilire il bivacco notturno in una radura situata a
duecento metri dalla pista: il nucleo tattico guidato dal Tenente Ferdinando De Simone esplora l'area
prescelta e i suoi dintorni mentre gli abitanti di alcune capanne isolate si avvicinano timidamente agli
uomini e ai mezzi già disposti in circolo chiedendo viveri o medicinali.
Se le condizioni di vita in molti villaggi sono precarie, per gli abitanti delle capanne isolate, per lo
più contadini e pastori, possono divenire tragiche a causa di una qualsiasi malattia e di un raid di
banditi; se nei villaggi un'abitazione in lamiera ondulata assume già la dignità di una casa, qui famiglie
di otto/dieci persone vivono in piccole capanne costruite con rami e fango.
UNA NOTTE INTENSA
Verso il tramonto giunge al campo una famiglia con un bambino di appena dieci mesi in fin di vita. Elmi
traduce il racconto del padre del piccolo, "curato" da una gastrite con due incisioni sulle gengive
praticate da uno stregone (che per ricompensa ha chiesto cinque dollari) con una lama arrugginita.
Il bambino sta morendo di tetano - diagnostica il Tenente medico d'Onofrio - è necessaria una
evacuazione sanitaria urgente all'ospedale militare di Giohar.
Viene rapidamente allertato via radio l'ospedale e il Mamba Flight composto da tre elicotteri
HH 3F dell'Aeronautica basati a Mogadiscio mentre il Capitano De Maso esce dal campo cercando un'area
idonea all'atterraggio del grosso elicottero, un'operazione resa più difficile dalla
totale oscurità calata sulla savana. Identificata una Z.A.E. (Zona Atterraggio Elicotteri) distante appena
trenta metri dal perimetro dell'accampamento, vengono disposti dei segnalatori luminosi che assieme ai
lampeggianti dell'ambulanza rendono più facile il lavoro ai piloti dell'Aeronautica, peraltro dotati di
sistemi infrarosso e a intensificazione di luminosità.
Lo scout Elmi, che non nasconde l'orgoglio di lavorare per gli Italiani, spiega con fierezza ai
genitori del piccolo Abdì che gli Italiani mobilitano uomini, mezzi e anche elicotteri per salvare il loro
bambino e in effetti tra i cinquanta uomini aggregati a questo C.O.U. si coglie la tensione provocata dalla
trepidazione per la sorte del bambino e dalla rabbia per le cause che hanno provocato la malattia.
Mentre gli infermieri del nucleo sanitario impegnati ad assistere il bambino e a confortarne i genitori si
lasciano andare a ingiurie giustamente pesanti nei confronti dei "guaritori" somali che speculano
sull'ignoranza in campo igienico sanitario della popolazione, la voce del Tenente Colonnello Paolo Manzoni,
comandante degli HH 3F Combat SAR, esce forte e chiara dall'altoparlante della radio: Molla 5, Molla 5
(nome in codice radio della C.O.U.) da Mamba 1, vi vediamo..... atterriamo tra due minuti.
Il pesante elicottero atterra nella Z.A.E. mentre una squadra di Paracadutisti prende posizione in un
raggio di duecento metri onde evitare spiacevoli sorprese: il piccolo Abdì viene imbarcato con la famiglia
e portato a Giohar dove verrà curato dal tetano ma dove verranno riscontrate lesioni cerebrali
irreversibili dovute all'alta febbre e alle conseguenze della malattia.
Nel campo immerso nell'oscurità della savana (il sole tramonta alle 18 e la luna sorge solo dopo le 22)
gli uomini cominciano a rilassarsi quando vengono avvertiti dei rumori sulla pista: i visori notturni
confermano la presenza di un paio di veicoli disarmati e di almeno una ventina di somali.
Sembrano tranquilli, forse non sanno neppure che siamo qui - dice il Tenente De Simone - le
sentinelle tengono comunque gli occhi aperti in ogni momento anche perchè le bande armate spostano le
"tecniche" (Mezzi fuoristrada armati di cannoni senza rinculo da 106 mm o mitragliatrici
Browning M2 da 12,7 mm) e le armi pesanti durante la notte, quando minore è il rischio di essere
visti o intercettati dai militari.
Un paio di notti fa una jeep armata è passata vicino al campo dei Leopardi della XII Compagnia (che
fa parte dei 183° Reggimento Paracadutisti Nembo ma che qui in Somalia è al momento posta sotto il comando
del 186° Reggimento Paracadutisti Folgore, comandato dal Colonnello Celentano) e si è dileguata prima che i
militari potessero intervenire. I banditi si dirigevano verso il villaggio di Allouin, per rubare i viveri
lasciati alla popolazione dalla colonna della Folgore ma gli abitanti sono riusciti a respingere l'attacco
dopo un breve scontro a fuoco.
La possibilità di incontrare gruppi armati impone ai Paracadutisti un equipaggiamento vario che comprende
il fucile SCP Beretta 70/90 calibro 5,56 mm dotato in alcuni casi di lanciagranate da 40 mm, granate
anticarro da fucile, mitragliatrici in calibro 7,62 MG 42/59.
La C.O.U. Molla 5, è composta da 14 veicoli (5 ACM 80, 8 VM di cui uno ambulanza e 1 ACL 75)
ha percorso in 5 giorni circa 500 chilometri su piste che con le piogge non permettono velocità superiori
ai 15 km/h, raggiungendo 6 villaggi e distribuendo viveri e soccorso sanitario a oltre 2.000 Somali.
É lo scout Elmi, che ha combattuto con l'Esercito Somalo in Ogaden contro etiopici, russi e cubani a
esprimere meglio di chiunque altro il bilancio di questa operazione e il senso della presenza italiana in
Somalia: Nessun somalo potrà mai dimenticare quello che hanno fatto i militari italiani. Nessuna autorità,
somala o straniera, aveva mai fatto tanto per aiutare la mia gente!
(Sopra) Il nucleo tattico effettua il rastrellamento del villaggio di Dacar. Benchè la popolazione
accolga solitamente con entusiasmo i militari italiani esiste sempre la possibilità che qualche bandito o
terrorista possa aprire il fuoco da qualche capanna. I Paracadutisti perquisiscono attentamente ogni
abitazione senza abbassare mai la guardia.
(Sotto)Durante la stagione delle pioggie le piste sabbiose si trasformano in poche ore in paludi
che devono essere "guadate" dalle colonne della Folgore. La marcia dei veicoli, che solitamente viaggiano
a non più di 30 km/h, risulta in queste condizioni ulteriormente rallentata.
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