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Btg. Alpini Paracadutisti "Monte Cervino" in Bosnia
IL BATTAGLIONE MONTE CERVINO SI È SCHIERATO A ROGATICA NELL'AMBITO DELLA SFOR, AVENDO IL CONTROLLO DELLA PARTE SUDORIENTALE DELLA BOSNIA, UNA DELLE AREE PIÙ DELICATE.
ROGATICA - APRILE 2000
"Perché non ci viene a trovare in Bosnia?" Un nostro affezionato lettore, sottufficiale del Battaglione MONTE CERVINO, ci telefona durante una sua breve licenza in Patria. Come sanno bene i nostri lettori, noi preferiamo visitare i reparti in zona d'operazione, in quanto è in queste circostanze che meglio si possono fare delle valutazioni più attendibili. Del Battaglione di alpini paracadutisti ci siamo occupati al tempo della missione in Mozambico e con un articolo di Alberto Scarpitta circa tre anni orsono. Da allora molte cose sono cambiate in quanto anche questa unità, basata a Bolzano, si è trasformata con l'arrivo dei Volontari a Ferma Breve, nel quadro della generale professionalizzazione del reparto.
Per la verità, il MONTE CERVINO, con ancora una componente di leva, aveva fatto una brevissima apparizione in teatro (meno di due mesi), circa due anni or sono, venendo ritirato proprio perché non composto interamente da professionisti, una regola rispettata in modo fin troppo ferreo, dato che un'aliquota di personale di leva, ovviamente volontario per le missioni all'estero, non sarebbe stata una tragedia, visto che avevamo fatto con robusti contingenti di leva missioni molto impegnative.
NELLA REPUBBLICA SERBA
Torniamo a Sarajevo dopo diversi mesi e le tracce della guerra si stanno rimarginando in modo progressivo. La SFOR ha subito un processo di ristrutturazione e riduzione delle forze per cui gli alpini paracadutisti devono gestire tutto l'angolo sud-orientale della Bosnia, vale a dire in gran parte territori facenti parte della Srpska Republika, l'entità dei serbi di Bosnia-Erzegovina. Ma in queste zone vi era anche una forte presenza di musulmani e durante il conflitto vi erano delle sacche di resistenza musulmana, come Srebrenica, Zepa e Gorazde, l'ultima delle quali resistette, con immani sacrifici, fino alla fine del conflitto.
Per raggiungere Rogatica da Sarajevo, bisognava prendere la strada per Pale, la storica roccaforte serba fra i monti Trebevic e Romanija. Ma da qualche settimana una frana si è letteralmente portato via 100 metri della strada realizzata circa 20 anni orsono e riaprirla sarà un lavoro lungo e costoso. Non rimane che la strada che da Vraca sale sul Trebevic, passa per Pale e prosegue verso oriente. Non solo è stretta, ma con neve e ghiaccio è molto più pericolosa dell'altra. Saliamo lungo le vecchie postazioni serbe che dominavano Sarajevo e dove siamo stati durante il conflitto. A Pale, già stazione turistica, si stanno costruendo nuove abitazioni. ma l'ex capitale dei serbi di Bosnia ha l'aria pesante del paese in grave crisi economica, con una frazione del traffico che c'è a Sarajevo. Pochi negozietti spogli e basta. Niente più parlamento e presidenza (che erano in due piccoli alberghetti) e poca polizia. Passiamo poi per il monte Romanija, cara all'epopea serba e partigiana, zone di montagna, dove la neve e alta e il traffico rado.
All'importante bivio per Sokolac, incontriamo i primi VM-90 del MONTE CERVINO in pattuglia. Andando verso oriente si prosegue per Sokolac, Han Pijesak (dove c'era il grande comando in galleria costruito all'epoca di Tito), fino alla Drina e al confine con la Serbia. Andando a meridione, su altipiani piuttosto brulli e spazzati dai venti freddi, si arriva a Rogatica, un piccolo centro che, nelle dimensioni bosniache, ha una certa importanza, 21.300 abitanti nel 1991, al 60% musulmani e il resto serbi. Qui il controllo della zona fu deciso non solo dal fatto che i mezzi della JNA rimasero sotto controllo dei serbi, ma dal fatto che affluirono serbi da oltre la Drina, vale a dire dalla Serbia. In paese vi furono delle scaramucce, ma troppo grande era il divario delle forze in campo, così i musulmani fuggirono verso Sarajevo e Gorazde. Numerose sono le case bruciate (evidentemente di musulmani) ma essendo stata la lotta molto breve, non vi sono state distruzioni estese.
Le uniche attività che sembrano in funzione sembrano essere quelle connesse all'agricoltura (soprattutto pastorizia) e al legname. I camion carichi di tronchi rappresentano buona parte del traffico. All'entrata del paese vi è una struttura utilizzata come caserma dalla Vojska Republike Srpske. Tutto sembra in stato abbastanza cattivo, con molti camion affiancati da chissà quanto tempo, le gomme sgonfie e un'aria di abbandono. I pochi militari presenti sembrano intenti più che altro a far passare il tempo.
Il MONTE CERVINO ha rilevato un albergo proprio nel centro del paese (Park Hotel), già occupato dal battaglione portoghese, che per oltre quattro anni ha operato con la SFOR, nell'ambito della Brigata Multinazionale Nord della Divisione SALAMANDER. Per onor del vero, dobbiamo fare alcune critiche ai simpatici soldati portoghesi. Intanto hanno scelto un'installazione nel mezzo del centro abitato, con le case letteralmente attaccate alla struttura. Modestissime anche le misure difensive adottate, con poco filo spinato e il parcheggio, nella parte posteriore, con una recinzione fatta con una bassa rete elettrosaldata, un ostacolo ridicolo. Un altro problema sono state le condizioni igieniche in cui è stato lasciato l'edificio. Già utilizzato come caserma dai serbi, e quindi danneggiato, con il reparto della SFOR ha subito altri problemi, tanto che per diversi giorni gli alpini paracadutisti hanno dovuto utilizzare le cucine da campo, in attesa che quella dell'albergo fosse ricondotta a una condizione igienica accettabile, lavorandoci sodo. Inoltre al momento della nostra visita si stava lavorando duro per rinforzare il perimetro difensivo, a scanso di guai. A parziale giustificazione della situazione lasciata dai portoghesi, occorre dire che erano in numero molto elevato per le ridotte dimensioni della struttura.
La situazione in zona sembra abbastanza tranquilla, ma è regola d'oro prepararsi sempre al peggio. Comunque davanti alla struttura sono parcheggiate un paio di blindo B-1 CENTAURO pronte ad intervenire nel caso sorgessero dei problemi. Al Battaglione eravamo attesi, preavvertiti da una telefonata dell'ufficio stampa di Sarajevo, e veniamo accolti non dal comandante, in missione proprio nella capitale bosniaca, ma dal tenente Danieli e dai suoi colleghi.
SUL TETTO DELLA BOSNIA
L'altipiano su cui sorge Rogatica lo si può considerare, per la sua importanza strategica, il tetto della Bosnia, controllando l'area che da Sarajevo si spinge fino alla Drina e la strada principale da Sarajevo verso la Serbia. Il Battaglione ha la responsabilità di un'area estesissima e dall'orografia tormentata, una situazione completamente diversa da quelle che si studiavano un tempo in Accademia.
Per il controllo si fa ricorso soprattutto a pattuglie che percorrono in continuazione gli itinerari principali, fanno posti di controllo volanti e presidiano alcune installazioni, come per esempio i ripetitori, assicurando la libera circolazione dei mezzi.
Dobbiamo dire che la situazione è veramente migliorata, in quanto i musulmani per raggiungere Gorazde devono percorrere i territori dell'entità serba e non ci risulta che vi siano stati grossi problemi. Ricordiamo ancora di essere stati all'avanguardia della prima colonna di civili musulmani che ritornavano a Gorazde nel gennaio 1996, organizzata in ben altro clima, non solo meteorologico. In testa il COL MOSCHIN con le armi spianate, altri VM carichi di bersaglieri, autobus e camion con la scorta di due blindo B-1 CENTAURO. Oggi queste misure non sono più necessarie e in tutto il viaggio non abbiamo incontrato un solo posto di blocco (che, comunque non possono rimanere in atto per più di 30'). Insomma, non è la pace come la intendiamo noi, ma è una situazione completamente diversa da quella che si è vissuta per anni, con gente massacrata e una ferocia che è difficile descrivere. Questo, è bene ricordarlo, lo si deve in gran misura all'impegno e all'abilità politica della SFOR. Per il controllo del territorio e la sicurezza degli uomini, un ruolo assolutamente fondamentale svolto dalle comunicazioni. La SFOR ha installato una serie di ripetitori che permettono il collegamento in quasi tutto il territorio anche se, per motivi orografici, esistono ancora delle zone d'ombra radio. Purtroppo non possiamo incontrare, perché è in licenza in Italia, il maresciallo Liuzzi, genio delle telecomunicazioni, di cui avevamo potuto apprezzare la grande professionalità e le capacità all'epoca della missione ALBATROS in Mozambico, nel 1993. In quel contesto, le difficoltà maggiori erano date dalle grandissime distanze da coprire. Qui invece è la tormentata orografia che ostacola i collegamenti. Vi sono gole molto profonde in cui le onde radio stentano a propagarsi. Invece è assolutamente indispensabile essere sempre in costante contatto con il comando, specialmente quando si opera in piccoli gruppi isolati. Al Comando di Battaglione tengono sempre sotto controllo la situazione, non solo con l'ascolto continuo, ma riportando i movimenti di tutte le pattuglie. Un conto è operare nell'area di Sarajevo, dove esistono forze notevoli e i rapporti con la federazione croato-musulmana sono buoni, altro è operare in una zona controllata dai serbi, che non solo hanno vissuto i bombardamenti della NATO del 1995 (che la gente si ricorda benissimo) e, pochi mesi or sono, il conflitto fra la Serbia e la NATO. Il clima in questa parte della Repubblica Serba è sempre più pesante che non nella zona di Banja Luka nella parte nord occidentale del paese. Per esempio in questa zona non vengono ancora effettuati i corsi per le forze armate locali gestiti dalla SFOR.
Gli alpini paracadutisti stanno lavorando duro per migliorare la loro installazione e il morale ci è sembrato buono, nonostante l'assegnazione non fra le più semplici. A Sarajevo la sera si può uscire in libera uscita, passeggiando per una città che non sarà Milano o Roma, ma che ha vetrine illuminate e dove i segni del conflitto sono ormai abbastanza ridotti. A Rogatica esiste praticamente solo una strada e pochissimi locali aperti, per non parlare del circondario. Quando gli uomini del MONTE CERVINO sono giunti, a febbraio, qui c'era la neve e i freddi venti orientali spazzavano l'altipiano.
All'interno della struttura vi è un piccolo spaccio gestito dalla Ciano Trading Service, ma al di fuori della televisione satellitare, della palestra e di qualche passatempo, non vi sono molte occasioni di svago. Per fortuna con la bella stagione il paesaggio è molto bello ma, per esempio, a Rogatica non funzionano i telefoni mobili, a differenza di altre zone. Insomma, bisogna sapersi abituare a questa situazione.
L'area di giurisdizione del reparto include, come accennavamo, l'ex enclave musulmano di Gorazde, un'area molto sensibile. I serbi che dalla Bosnia orientale vogliono raggiungere Foca, devono passare da quelle parti, per cui occorre sorvegliare sempre attentamente la situazione. Inoltre stanno tornando i profughi, e questo è motivo di forte tensione. La SFOR fa di tutto per farli tornare, ma sono rischi elevati. Tutti sono armati e basterebbe poco per far scoppiare una tragedia.
DI PATTUGLIA CON GLI ESPLORATORI
Siamo andati di pattuglia con il Plotone Esploratori del Battaglione, cinque ragazzi su di un VM-90, in una delle innumerevoli attività che giornalmente vengono svolte. Ovviamente conoscono e apprezzano RAIDS, per cui ci tengono a fare bella figura. L'equipaggiamento è in perfetto ordine, le armi ben curate e il maneggio adeguato. Con loro scendiamo verso la Drina, in una serie di gole veramente da incubo. Notiamo subito che prendono nota di tutti i particolari, segnalando perfino le targhe delle auto che incontrano. Arriviamo a Ustipraca, un importante nodo stradale con annessa frazione, completamente distrutta.
Qui vi è un importante ponte sul torrente Praca, proprio dove sbocca nella Drina. A sinistra si prosegue per Visegrad, mentre a destra è la strada per Gorazde, Foca, entrambe lungo la Drina, che qui scorre da occidente verso oriente, prima di puntare a nord.
Giungiamo alla periferia della martoriata Gorazde e ci inerpichiamo fin dentro ad alcune piccole frazioni. Gli uomini notano che è aumentato il numero di coloro che stanno costruendo dei prefabbricati e dimostrano di conoscere nel dettaglio ogni angolo. Il comandante della squadra ci mostra una casa dove si erano accampati alcuni profughi tornati in zona. Vi sono stati dei problemi con il padrone dei resti di un abitazione e, notti dopo, la casa è saltata in aria, non si sa se per rappresaglia per la mancata ospitalità o per far capire, con un avvertimento, che i profughi non erano graditi. Insomma, la situazione va tenuta sotto stretto controllo. Anzi, dispiace che i giornalisti se ne rimangano a Sarajevo e non vengano a vedere che cosa accade da queste parti. Dovrebbero vedere l'impegno con cui operano i nostri militari in quanto vi sono tanti modi di fare un pattugliamento di questo tipo. L'interpretazione che ne davano gli alpini paracadutisti è la più corretta e produttiva.
Il controllo minuzioso, condotto di giorno come di notte, consente di fare un'opera di dissuasione e prevenzione che riduce i pericoli.
Dopo una serie di soste e pattuglie anche con sbarco dal mezzo, risaliamo verso Rogatica, dirigendoci verso un'area montuosa a oriente della cittadina, posti decisamente sperduti, su un itinerario alternativo per Visegrad e la Drina, in direzione di quello che fino al 1995 fu la sacca musulmana di Zepa, una sperduta località fra monti e foreste. Gli esploratori riportano sulla carta zone che potrebbero servire da ZAE (Zone Atterraggio Elicotteri) nel caso fossero necessari interventi di questo tipo; una giusta misura operativa, in modo che se vi sono dei problemi, da uno scontro a fuoco fino a una MEDEVAC, si sappia subito dove indirizzare i velivoli. Come in Mozambico, notiamo che gli uomini si muovono con sicurezza e professionalità, per niente intimoriti dal fatto di muoversi in pochi uomini. Le radio gracchiano sempre e in molti hanno le Motorola addizionali, da portarsi sempre dietro. Sulla maglia si sentono le altre pattuglie e questo è un fattore di grande sicurezza. I ragazzi del Plotone Esploratori hanno partecipato tutti alla prima parte del Corso Ranger tenuto dal Reparto Addestramento Forze per Operazioni Speciali (meglio noto come RAFOS), tenuto nell'ambito del 9° Reggimento Paracadutisti d'Assalto COL MOSCHIN. Per ottenere il brevetto di ranger sono necessarie circa 44 settimane di addestramento, articolate in modo molto interessante. Attualmente ai primi elementi che hanno partecipato al corso, per ottenere il brevetto manca solo il modulo di addestramento anfibio di due settimane. Gli effetti di questa "cura" li abbiamo potuti constatare proprio durante la nostra visita. Alla fine veniamo riportati al comando, ma il lavoro della pattuglia riprende su di un altro itinerario.
UNA PEDINA DELLE NUOVE FORZE SPECIALI
Il MONTE CERVINO non appena tornerà in Italia entrerà in una fase più avanzata della sua trasformazione in reparto delle forze speciali. In pratica, in questo modo si disporrà di una pedina spendibile, per certe missioni, al posto del COL MOSCHIN, che ha vissuto anni di stressante e logorante impiego, costituendo una pedina importante del COFOS (Comando Forze Speciali) , il nuovo comando delle forze speciali italiane. Ci è stato detto che ormai i militari di leva al reparto erano rimasti pochissimi, per cui le tre compagnie sono tutte su VFP insieme al plotone esplorante. All'inizio vi sono stati alcuni problemi per quanto riguardava l'alimentazione del personale, come è avvenuto per la Brigata Paracadutisti, in quanto giungevano al reparto anche elementi che non erano intenzionati a prendere il brevetto di paracadutismo militare, ma ora la situazione si è regolata e il gettito è buono, con personale motivato, presupposto indispensabile per ottenere un buon reparto. "Scriva che non abbiamo bisogno di volontari, ma di soldati !" ci dice un giovane sottufficiale, a sottolineare quanto sia importante disporre di personale altamente motivato.
L'alpinismo e il paracadutismo sono due discipline altamente selettive e formative, per cui il risultato finale è un militare altamente preparato e motivato, proprio quello che serve all'Esercito oggi. L'inserimento a pieno titolo fra le forze speciali, costituirà un ulteriore motivo d'arricchimento e d'impegno. I primi risultati li abbiamo potuti constatare in zona d'operazione e possiamo dire agli istruttori del COL MOSCHIN che i loro allievi ci hanno fatto un'ottima impressione.
Veniamo, come nostra consuetudine, alle note meno positive o negative, proprio per fornire qualche utile spunto. Queste riguardano soprattutto l'equipaggiamento e non dipendono sicuramente dal reparto. Per esempio, i GPS sono sempre i medesimi per numero e modello (Magellan 1000) che avevamo incontrato in Mozambico nel 1993. Per quanto riguarda i GPS è un problema che riguarda tutto l'Esercito in quanto vengono utilizzati modelli civili di varie marche, mentre sarebbe un gran bene utilizzare quelli a codice militare P(Y), in quanto gli Stati Uniti potrebbero decidere per motivi operativi di degradare la precisione della rete GPS civile, in modo che rimangano affidabili solo quelli militari, che non vengono forniti a tutti. Ci è stato detto che il reparto dispone di missili c/c MILAN, ma non di PANZERFAUST 3. La seconda esigenza è più sentita della prima, in quanto il PANZERFAUST può risolvere diverse situazioni, è molto più facilmente trasportabile e rapido da utilizzare. Un'altra carenza riguarda i fucili di precisione. Dopo i primi 18 Accuracy International in 308 Lapua Magnum, l'Esercito si è bloccato, mentre è necessario andare avanti sulla strada intrapresa e, sicuramente, il MONTE CERVINO dovrà essere dotato di armi di precisione e anche di un buon numero di pistole mitragliatrici, sempre utili in tante situazioni. Per le tute da combattimento e le calzature in Gore-Tex é un problema comune a tutta la forza armata che dovrà essere risolto al più presto.
Gli ufficiali e i sottufficiali del reparto ci sembrano in grado di continuare la tradizione di un reparto che non solo deriva dal Battaglione Sciatori che si coprì di gloria durante la Campagna di Russia, ma che dette un'ottima prova durante la missione in Mozambico, un terreno così diverso dai versanti innevati in cui si erano preparati ad operare. Indubbiamente il rischieramento del Battaglione MONTE CERVINO in Bosnia-Erzegovina apporterà un grosso bagaglio di esperienze che permetterà di mettere a frutto anche il nuovo addestramento ricevuto, contribuendo a valorizzare l'impegno di questi uomini.

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