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SOMALIASECTION
Carabiniere del Tuscania con in braccio un bambino somalo Intervista a Fabrizio Battistelli di Francesco Paterṇ dal "Manifesto"
  FABRIZIO BATTISTELLI è docente di sociologia dell'organizzazione all'università di Roma e direttore dell'Archivio disarmo, un centro studi indipendente sui temi della pace e della sicurezza.
 
 INTERVISTA A FABRIZIO BATTISTELLI DEL 29/06/97

D: In tv, il capo di stato maggiore dell'esercito ha invocato le sue ricerche sul comportamento dei militari italiani in Somalia per legittimare l'intera missione. E' proprio così?
R: Il mio lavoro è stata una ricerca su 800 uomini, metà paracadustisti e metà bersaglieri, che hanno operato in Somalia nella missione Ibis. Ho raccolto testimonianze da cui, certo, deviazioni non emergono. Ma non si può dire che "studiosi esterni hanno esercitato un controllo". Non lavoriamo sulla verità ma sulla rappresentazione della realtà che hanno gli attori. Detto questo, penso che in Somalia il contingente ha fatto pienamente la sua parte. Un giudizio positivo che non esclude che singoli casi di devianza e di crimine siano avvenuti da parte di individui o di piccoli gruppi.

D: Dove nascono le deviazioni?
R: Il primo fattore è l'emergenza. In situazioni estreme possono esserci comportamenti estremi. Emergono figure di leader negativi che prendono il gruppo e lo portano alla trasgressione. Il gruppo è una grande risorsa. Duplice: in negativo, può trasformarsi in branco ed esser la culla di ogni nefandezza. Per questo è importante un controllo gerarchico.

D: Un comandante può non sapere di certe deviazioni?
R: Il problema non è sapere o non sapere, è tollerare o non tollerare. Sono certo che il comandante in capo delle forze non avesse notizia di episodi di cui oggi sono accusati alcuni militari del contingente. E' un fatto di statistica: se non si supera un certo livello di numerosità e di gravità, la notizia non arriva al comando. Su 13.000 uomini impiegati a rotazione, avere due, tre o il cinque per mille di casi di violenza identificati e puniti è, ahimé, la fisiologia. Se il fenomeno non fosse stato limitato, scatterebbe allora il discorso della tolleranza. Nelle guerre classiche e anche nel Golfo, il controllo è molto più rigoroso e più efficace perché ci sono condizioni altamente programmate. Nel peacekeeping, abbiamo una disarticolazione della situazione che porta a dare autonomia a gruppi molti piccoli. Il peacekeeping pone sfide che i comandi non hanno ancora interamente capito.

D: Nel caso della Folgore, non c'è anche un problema di cultura e di formazione in certe deviazioni?
Sono corpi d'élite che danno prestazioni limite e marciano sul filo di un sottile equilibrio del limite. Chi si lancia da cinquemila metri d'altezza, come diceva nel mio libro un cappellano militare costretto a prendersi anche lui il brevetto di parà per farsi accettare, è un grande individualista. Perché sei solo quando ti lanci. Lo stesso cappellano era stato per cinque anni con gli alpini e sottolineava la differenza di cultura tra i due corpi, entrambi truppe scelte: una individualista, l'altra collettiva. Perché in montagna si va insieme. Certo che su questa cultura si può intervenire, attraverso la formazione e la selezione. Oggi in questo corpo non ci sono più riferimenti nostalgici al fascismo, ma una cultura eroica che deve essere attentamente vigilata. Non smantellata: se vuoi persone che fanno aiuti umanitari e basta, non sono i parà il corpo adatto. Devi dargli un'ideologia adeguata, soggetta a un rigoroso controllo democratico. Gli Stati uniti, dopo il Vietnam, hanno riletto completamente il libro dei corpi speciali.

I generali Loi e Fiore sono stati costretti a mettersi da parte. A suo parere, la reazione del governo in cui è presente la sinistra, è stata all'altezza?
Non sottovaluterei l'allontanamento dei due generali, un dato assolutamente inedito. Ma anche la reazione dei militari è stata sostanzialmente misurata, con l'accettazione del primato della politica. Più in generale, c'è un grande problema di disattenzione della politica sui temi delle forze armate. Che riguarda governo, parlamentari e sinistra. Alla Difesa, in seguito ad alchimie politiche che hanno meravigliato persino gli stessi militari, il Pds si è autolimitato e non ha espresso un titolare per questo dicastero. Andreatta è un personaggio di grande intelligenza pura, ma dialoga con la sua intelligenza e non con il mondo. Poi c'è il sottosegretario Brutti che corre qua e là per arginare la situazione e coprire le gaffe. Eppoi basta: si possono contare sulle dita di una mano i parlamentari in grado di leggere un bilancio della difesa. La sinistra "critica", quella per intenderci che non sta al governo, è poi adolescenziale su questo argomento: continua a rispondere male ai genitori invece di porsi in posizione propositiva. Qui penso all'on. Manconi: se avesse dedicato ai problemi militari un decimo dell'attenzione che ha dedicato alla distribuzione delle frequenze televisive, si sarebbero potuti affrontare meglio i problemi delle forze armate.

 

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