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S.M. 81 Pipistrello

Z.1007 Alcione

B.R.20 Cicogna

Fiat G.50 Freccia

M. C.200 Saetta

M. C.202 Folgore

Ju 87 Picchiatello

M 11/39 e M 13/40

Carro M 15/42

Autoblindo 40 e 41

Fiat 508 C.M.

Beretta 1938A




Me Bf 109

Me Bf 110

Fi 156 Storch

Opel Blitz

MG 34

MP 38 e MP 40




EL ALAMEINSECTION
Soldati britannici della 7ª divisione corazzata all'attacco Creata e addestrata
dal maggior generale
Percy Hobart,
la 7ª divisione
corazzata britannica
dimostrò la sua
superiorità nella
"guerra mobile"
contro le forze italiane
in Nordafrica.

  La 7ª divisione corazzata britannica non era nuova ai combattimenti nel deserto orientale del Nordafrica. I suoi uomini si erano scontrati con gli italiani per molte settimane ed ora, all'inizio del 1941, erano assai provati, al pari dei loco carri armati. Avevano combattuto bene, ed erano soddisfatti che la prima grossa unità corazzata messa assieme dall'esercito inglese si fosse dimostrata all'altezza delta situazione.
Il tempo delle riflessioni sarebbe stato tuttavia molto breve: ben presto infatti la divisione avrebbe ricevuto l'ordine di infliggere il colpo di grazia al nemico in ritirata. A meno di 2 mesi dall'inizio dell'operazione "Compass", gli inglesi avevano deciso di sloggiare l'esercito italiano dalle postazioni lungo il confine egiziano. Il 9 dicembre 1940 le forze britanniche avevano sgominato buona parte dell'armata al comando del maresciallo Rodolfo Graziani, a le truppe ormai stanche aspiravano a un pò di riposo.
Gli ufficiali del comando inglese avevano però altre idee; il generate sir Richard O'Connor ricevette ordine dal comandante in capo generale Archibald Wavell di continuare l'inseguimento verso ovest organizzando un'incursione a lungo raggio contro Bengasi, la più grande città della Cirenaica. Se il piano avesse avuto successo, la 10ª armata italiana sarebbe stata intrappolata tra le due divisioni di O'Connor a si sarebbe dovuta arrendere.
Alla fine di gennaio del 1941, O'Connor ordinò alla 6ª divisione australiana di conquistare la città costiera di Derna a alla 7ª divisione corazzata di concentrarsi a Mechili prima di effettuare una rapida puntata attraverso il deserto per bloccare eventuali forze nemiche in ritirata lungo la principale arteria costiera, la via Balbia.
A Mechili, comunque, risultò chiaro che un'avanzata nel saliente cirenaico sino a Beda Fomm, a una distanza di oltre 190 km, avrebbe richiesto perlomeno 3500 tonnellate di rifornimenti e pezzi di ricambio per la riparazione dei veicoli durante la marcia. Inoltre, gli uomini, stanchi, affamati e assetati avrebbero avuto bisogno di 5 (meglio 6) giorni per riposare e ritrovare una forma migliore. Alla divisione furono invece concesse solo 2 ore. Uno dei partecipanti ricorda la frenetica attività che accompagnò i preparativi: "Ogni camion aveva il cofano alzato perchè la maggior parte aveva superato il limite del chilometraggio. I soldati si lavavano con il gallone d'acqua loro assegnato giornalmente. I capelli vennero tagliati e i veicoli scaricati. A questo punto il generale Wilson diede l'ordine di partire. Il nemico stava dando segni di lasciare Bengasi e rinunciare completamente alla Cirenaica. Il piano prevedeva di mandare una divisione corazzata attraverso il deserto, per buoni 200 km, in modo da bloccare la strada tra Bengasi e Tripoli nel punto in cui costeggia il Golfo della Sirte. Non c'era tempo da perdere".
Riunione nel deserto. Il generale Wavell capo del comando per il Medio Oriente (a destra) discute i piani strategici con il tenente generale O'Connor comandante delle Forze del deserto occidentale. Le avanguardie inglesi, soprannominate "Combe-force", dal nome del loro comandante John Combe, si mossero il 4 febbraio.
Gli squadroni A e C dell' 11° reggimento Ussari, con l'appoggio dei Dragoni del Re (King's Dragoon Guards) appena arrivati dal Medio Oriente, furono i primi a partire. Il loro compito era di tagliare la strada al nemico.
A parte le informazioni che potevano ricavare dalle mappe sottratte al nemico (inadeguate e spesso erronee) gli uomini della divisione non avevano alcuna idea sulle condizioni e i problemi che avrebbero incontrato nel deserto.
Al seguito dei camion blindati vi erano 60 carri armati a grande autonomia A9 e A10; e 40 carri armati leggeri VIB della 4ª brigata corazzata, gli unici ancora in grado di operare dopo diverse settimane di costante movimento. Comunque, anche i carri armati a grande autonomia avevano disperato bisogno di una revisione. Ogni veicolo portava una scorta d'acqua per 2 giorni, carburante appena necessario per raggiungere l'obiettivo e quante munizioni si potevano caricare. Dietro i carri armati seguivano alcuni pezzi della Royal Horse Artillery (RHA): i cannoni da 25 libbre della batteria C, e 13 pezzi anticarro portatili serviti da uomini della 106ª RHA e del 2° battaglione della brigata fucilieri. Questi ultimi erano i soli elementi del gruppo di supporto davvero pronti per l'azione.
Nessuno ricordava di aver mai fatto una così folle corsa. Il tenente Joly, comandante di uno dei carri di testa, ricorda quest'avventura: "Miglio dopo miglio mi si paravano dinnanzi enormi rupi, attraverso le quali dovevo scegliere il cammino con attenzione per evitare il rischio di perdere la pista. Venivo continuamente incitato dal colonnello ad aumentare l'andatura. Nella mente di tutti vi era la visione degli italiani che si allontanavano da Bengasi verso sud.
Mi resi conto che il gusto dell'inseguimento stimolava molto le truppe, malgrado le frustrazioni dell'incredibile paese che ci trovavamo ad attraversare, e le incertezze delle mappe sulle quali dovevamo fare affidamento.
Quando il terreno migliorò, accelerammo freneticamente per guadagnare più tempo possibile; ma dove il suolo tornava sassoso e pieno di massi, eravamo costretti a scegliere vie lente e tortuose per limitare al massimo il rischio di guasti meccanici.
A mezzogiorno del primo giorno di marcia le autoblindo erano avanzate troppo e si trovavano isolate. Piuttosto che farle tornare indietro, si decise di inviare qualche rinforzo. Gli automezzi della colonna che potevano spostarsi a una velocità superiore a quella dei carri armati furono fatti avanzare insieme alla batteria della Royal Artillery e alla brigata Fucilieri al comando del colonnello Jock Campbell. Restava tuttavia da percorrere una notevole distanza. Alle 15 l'11° Ussari aveva sloggiato una stupita guarnigione italiana dal forte di Msus e stava allontanandosi sempre più dai rinforzi, verso Antelat, con l'intenzione di pattugliare una zona più vicina alla via costiera e di fare rapporto sui movimenti nemici.

 
  LA 4ª BRIGATA ERA ORMAI LONTANA DAL PERICOLO
L'ufficiale comandante degli Ussari, John Combe, era rimasto a Msus con i Dragoni del Re per riunirsi con i rinforzi, quando fossero arrivati. Il primo fu Jock Campbell. Fece la sua apparizione a mezzanotte, sulla sua auto, a fari accesi, per individuare le cosiddette "bombe thermos" che potevano trovarsi sulla strada. Questi diabolici piccoli ordigni avevano già fatto saltare via le ruote di alcuni veicoli e costituivano una seria minaccia anche per i cingoli dei carri armati. A dispetto di queste insidie, la 4ª brigata corazzata aveva ormai superato la zona più pericolosa.



Il tenente Joly ricordò chiaramente quel viaggio: "Fu per me un'esperienza nuova. Faceva un gran freddo e il mio viso era così gelato che mi faceva male a toccarlo. Di tanto in tanto gettavo uno sguardo all'interno della torretta per rassicurarmi che non stavo sognando. Nella strana luce soffusa dell'unica lampadina rossa di emergenza potevo vedere al di là della scintillante calotta del cannone la figura indistinta di Tilden. Ai miei piedi, rannicchiato in avanti e con lo sguardo fisso nel periscopio del cannone, sua unica possibilità di contatto con il mondo esterno, era seduto Holton, all'erta come sempre sin da quando ci eravamo trovati in testa alla divisione.
In seguito l'avanzata divenne più dura. Oltre al freddo giunse un vento violento, che portò con sé una pioggia torrenziale. La colonna fu costretta a fermarsi e durante la sosta gli equipaggi malconci dovettero provvedere alla manutenzione essenziale dei carri. Riuscirono anche a consumare il loro primo pasto in 18 ore, ma solo di cibi freddi perché non si potevano accendere fuochi.
I carri arrivati a Msus nella mattinata del 5 febbraio consentirono ai Dragoni, e a Jock Campbell con la sua fanteria e i suoi cannoni, di proseguire a sud verso Antelat con l'ordine di bloccare la strada da Bengasi il più presto possibile. La RAF aveva riferito che il traffico era in aumento a sud del porto. Alle 14 una compagnia della brigata fucilieri era in posizione sulla strada con l'11° Ussari a protezione del fianco destro e altre 2 compagnie alle spalle. In questo luogo, sotto la guida di Jock Campbell, le batterie si stavano preparando per la più grossa concentrazione di fuoco dal momento della loro creazione. Avevano munizioni per 48 ore e nessuno sapeva quando ne sarebbero arrivate altre.

 
  OGNI COLPO DOVEVA CENTRARE IL BERSAGLIO
Il primo attacco non si fece attendere. Mezz'ora dopo che i fucilieri avevano preso posizione fece la sua apparizione l'avanguardia di quella che risultò poi essere la colonna di testa della 10ª armata italiana in ritirata dalla Cirenaica. L'avanguardia fu respinta, ma un forte contingente di soldati nemici, con artiglieria, camion e carri armati leggeri prese posizione di fronte agli inglesi, mentre il resto della 10ª armata continuava a procedere verso sud.
I fucilieri inglesi, inferiori in numero, furono salvati dalla ristrettezza del fronte e dalla loro esperienza. Gli uomini sapevano che ogni colpo doveva centrare il bersaglio e che ogni granata doveva fare le sue vittime.
Soldati della 7ª smontano da un'automezzo e si apprestano a raggingere le posizioni I soldati italiani continuavano però a combattere, e una volta finite le munizioni, gli inglesi avrebbero sicuramente perso la battaglia. Verso le 17 la colonna italiana, che in un primo momento aveva soltanto bloccato la strada, si era così ingrossata che il fronte si estendeva ormai dalla costa sino ai piedi delle colline. L'11° Ussari guidava le sue autoblindo Rolls Royce come un gruppo di cowboy tenta di tenere assieme un'indisciplinata mandria di mucche. La situazione stava sfuggendo dalle mani degli inglesi, anche perché nel frattempo il comando italiano stava pianificando un serio attacco.
Fortunatamente, in questo momento cruciale, una squadra di carri armati leggeri del 7° Ussari spuntò da dietro una collina ed entrò in azione. Il maggiore Younger, arrivò con la prima unità: "Verso le 17 la squadra B fu incaricata di scoprire se la località di Beda Fomm, con un mulino a vento situato su un'altura, fosse occupata dal nemico. Rapidamente il comandante dell'avanguardia riferì che era sgombra e che una lunga colonna di mezzi era ferma sulla strada verso ovest.
Sapevamo che le truppe di Combe si trovavano poche miglia a sud ovest, al di là della strada. Malgrado la scarsità di carburante le squadre B e C attaccarono la colonna italiana, e solo l'oscurità rotta dalle fiamme di un deposito di benzina la salvò dalla distruzione".
Il mare di fiamme che si sprigionava dal deposito colpito impedì qualsiasi possibilità di contrattacco nemico.
Nella confusione creata dall'azione degli Ussari, sopraggiunsero 6 A13 del 2° reggimento Royal Tank. La vista di questi carri armati, che insieme con quelli degli Ussari infuriavano lungo i fianchi della colonna, provocò un tale panico che molti italiani decisero di arrendersi. Il controllo dei prigionieri poneva però gravi problemi perché la battaglia continuava a infuriare.
Per gli uomini della 7ª divisione la notte successiva fu tutt'altro che tranquilla. Tutti i tentativi italiani di sfondare le linee inglesi erano stati respinti, ma l'esito dello scontro era ancora incerto.
Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio, il comandante italiano, generale "Barba elettrica" Bergonzoli, preparò un piano per portare la sua armata fuori dalla trappola inglese. L'artiglieria era sopraggiunta in forze e 60 carri armati della brigata corazzata Babini stavano avanzando verso il fronte. Bergonzoli era convinto che facendo una finta contro le truppe di Combe, i suoi carri armati avrebbero potuto abbandonare la strada in una località detta "Il foruncolo" per aggirare le linee inglesi.
La fanteria inglese sferra un attacco contro le posizioni nemiche Gli uomini di Combe avevano ancora molte munizioni, ma a parte pochi litri nei serbatoi dei carri armati, la benzina era del tutto insufficiente per una ritirata e anche per una manovra a vasto raggio. Qualsiasi fossero le probabilità di successo, gli inglesi dovevano far fronte al nemico.
Il soccorso, tuttavia, era a portata di mano. Il giorno seguente, 6 febbraio, arrivarono i carri armati della 4ª brigata corazzata, scampati alla battaglia di Msus.
Con questi rinforzi gli inglesi crearono un sottile cordone attorno ai soldati italiani prigionieri.
Molti di loro avevano tentato di fuggire durante la notte, mentre la coda della colonna in ritirata, a 16 km dalle posizioni inglesi, stava muovendosi sotto la pressione della 6ª divisione australiana che avanzava lungo la via costiera da Derna.
Quel giorno gli italiani sferrarono un ultimo disperato attacco e quasi riuscirono a sfondare le linee nemiche: ma il fuoco di sbarramento delle truppe di Jock Campbell li bloccò sul cammino. Il caldo torrido del giorno lasciò il posto al gelo delle notti nel deserto, e le due parti dovettero fermarsi. Il silenzio calò sul campo di battaglia, e gli uomini dormirono sonni agitati pensando agli orrori che il mattino seguente avrebbe portato.
Dopo i tormenti di quella notte, fra il 6 e il 7 febbraio, molti inglesi accolsero l'alba con il pensiero che la fine fosse ormai prossima.
Il primo attacco degli italiani sembrò confermare questi tristi presagi: 13 carri armati M13, giunti durante la notte, attaccarono le posizioni della brigata Fucilieri prima che i cannoni dei carri armati inglesi fossero messi a punto. L'intera zona divenne un campo di battaglia con furiosi corpo a corpo. Fuoco e fiamme spazzarono a lungo l'area del combattimento senza che nessuna delle due parti sembrasse in grado di aver la meglio.
Improvvisamente una leggera brezza percorse il campo di battaglia e il quadro della situazione di ventò chiaro. Sotto lo sguardo incredulo degli esausti fucilieri e dei carristi, 13 relitti di mezzi blindati nemici erano ancora fumanti: alcuni avevano avuto i cingoli divelti da granate; altri erano immobilizzati perché gli equipaggi erano stati uccisi da soldati che si erano arrampicati sulle torrette e avevano fatto fuoco dalle feritoie. Un carro armato nemico era stato fermato dall'ultimo colpo di un cannone controcarro che aveva sparato sino all'esaurimento delle munizioni.
Quattro dei 28.000 prigionieri italiani di Beda Fomm. Fra le prede di guerra figuravano anche più di 100 carri armati. La disfatta di questo nucleo corazzato fu decisiva. Il silenzio tornò sul campo di battaglia, rotto solo dal sibilo delle munizioni che saltavano in aria e dalle esplosioni dei veicoli in fiamme. Gli italiani erano vicini alla resa.
Joly ricorda la scena: "Gradualmente divenni consapevole di uno stupefacente cambiamento. Prima apparve una bandiera bianca fra le truppe nemiche, e poi un'altra. Nel giro di pochi minuti l'intera colonna divenne un mare di bandiere bianche. Il nemico aveva rinunciato a combattere".
Per gli inglesi si trattò di un grosso successo. La 7ª divisione corazzata aveva combattuto con carri armati e automezzi così malandati che la maggior parte sarebbe dovuta rimanere nei depositi in attesa della demolizione. Nonostante ciò, era riuscita a sconfiggere e catturare il grosso della 10ª armata italiana. La 10ª armata italiana del Nordafrica era stata praticamente distrutta. Nella battaglia di Beda Fomm vennero catturati più di 25.000 prigionieri, 1500 automezzi, 216 pezzi d'artiglieria e 100 carri armati. O'Connor inviò un breve messaggio a Wavell: "Volpe uccisa allo scoperto".

 
  I CARRI ARMATI DELLA 7ª
La 7ª divisione corazzata poteva contare su due tipi di veicoli durante i primi mesi di guerra nel deserto: carri armati leggeri e pesanti. Il carro armato leggero Mark VIB pesava 5,3 t e lo spessore massimo della corazza arrivava a 14 mm. Era stato concepito come mezzo di trasporto per la cosiddetta "cavalleria meccanizzata", che era considerata "gli occhi e le orecchie" dell'esercito britannico.
Nonostante la sua poco brillante prova contro i tedeschi nella battaglia di Francia nel 1940, il carro armato leggero era in grado di fronteggiare nel deserto i mal equipaggiati italiani, facendo buon uso della sua velocità (56 Km all'ora) per sfuggire ad eventuali attacchi.
L'armamento principale era costituito da 2 mitragliatrici da 0,303 e 0,5 pollici. Fu ritirato dal servizio alla fine del 1941. Nella campagna del Nordafrica gli inglesi misero in campo anche 3 tipi di carri armati a grande autonomia: l'A9,l'A10 e l'A13. L'A9, entrato in servizio nel 1937, era stato il primo carro armato inglese con brandeggio meccanico della torretta principale, dove erano montati un cannone da 2 libbre e una mitragliatrice da 0,303 pollici. Altre due torrette, ciascuna delle quali con una mitragliatrice, erano di supporto. Il carro armato pesava 12,2 t, aveva 14 mm di corazza e poteva trasportare 5 uomini.
Ne vennero costruiti solo 125 esemplari, che restarono in servizio sino alla fine del 1941. L'A10 fu disegnato come versione dell'A9 di supporto alla fanteria, ma la corazza addizionale (30 mm) ridusse la sua velocità a soli 24 km l'ora. Il disegno dell'A10 fu un infelice compromesso: era malamente armato per il suo ruolo e troppo lento per essere usato come carro armato "veloce".
L'A13 possedeva un'armamento simile all'A1O (un cannone da 2 pollici e una mitragliatrice da 0,303 pollici) e aveva la stessa corazza, ma era più veloce: poteva infatti raggiungere i 48 km orari.


LA 7ª DIVISIONE
CORAZZATA
La 7ª divisione corazzata (il cui emblema è raffigurato di fianco) era una "creatura" del maggior generale Percy Hobart.
Il generale Hobart, entusiastico sostenitore della guerra corazzata, aveva abbandonato il suo incarico governativo di capo dell'addestramento militare dopo la crisi di Monaco del 1938, ed era andato in Egitto per organizzare la prima divisione corazzata messa in campo dall'esercito inglese. Nonostante lo scetticismo dei superiori, Hobart riuscì a formare una brigata corazzata leggera composta da 3 reggimenti di Ussari; una brigata corazzata pesante composta dal 1° e 2° reggimento dei Royal Tank; e un gruppo, cosiddetto "cardine", formato dal 3° Royal Horse Artillery (Artiglieria reale a cavallo) e dal 1° battaglione King's Royal Rifle Corps (corpo dei Fucilieri del re).
Alla fine del 1938 Hobart condusse la sua "forza mobile" nel deserto occidentale per metterla alla prova.
Nonostante qualche problema iniziale (che procurò agli uomini di Hobart l'ironico soprannome di "farsa immobile") ufficiali e soldati impararono ben presto il loro mestiere.
Nel febbraio 1941, 9 mesi dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia, la "forza mobile", ribattezzata 7ª divisione corazzata, fu inquadrata nella "forza del deserto occidentale" al comando del tenente generale R.N. O'Connor. La divisione comprendeva 2 brigate corazzate con 6 reggimenti in tutto, e un gruppo di supporto di fanteria e artiglieria con unità logistiche e contraeree.


Distintivo della 7ª divisione corazzata britannica soprannominati ¨I TOPI DEL DESERTO¨
Caporale della 7ª divisione corazzata nel 1941. Le mostrine rosse e gialle sulle spalline e il fregio nero identificano questo sottufficiale come un membro del 6° reggimento dei Royal Tank una delle più importanti unità della 7ª divisione corazzata. Il berretto nero con il fregio d'argento (motto: «Senza paura») era il distintivo del Royal Tank Regiment. La camicia, i pantaloncini, i calzettoni e le ghette erano la tipica uniforme della guerra nel deserto.

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