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Paracadutista a Timor, armato con SCS-90 in 5,56 mm e con uno dei copricapi distribuiti per questa missione La Folgore a Timor Est

  Tutti abbiamo presenti le immagini dei miliziani anti-indipendentisti scatenati a Timor Est, giunti a minacciare e a sparare contro il personale civile delle Nazioni Unite, che doveva vigilare sulla regolarità dei referendum del 30 agosto 1999, quasi un simbolo dei limiti ormai cronici di questa grande organizzazione.
Le immagini e i racconti che venivano da quella che è una ex colonia portoghese, annessa dall'Indonesia, con decisione unilaterale, nel novembre del 1975, rendevano necessario un intervento rapido e armato, tale da stroncare sul nascere l'inizio di un nuovo conflitto. Rapidità e forza, due concetti che, purtroppo, sono lontanissimi dal clima che si vive ormai da decenni all' O.N.U . dove ormai si è sviluppata una burocrazia elefantiaca e dove, in pratica, non vi è nessuno in grado di prendere delle decisioni e farle rispettare. Molti anni di esperienza diretta su tanti fronti, ci hanno fatto giungere a questa ferma convinzione.

 
  UN INTERVENTO ARMATO
A Timor Est si rischiava di trovarsi di fronte ad una nuova tragedia, mentre al Palazzo di Vetro s'iniziava, senza troppa lena, a discutere sul da farsi, inframezzando le discussioni con osservazioni molto partecipi sulla qualità dei ristoranti di New York.
Australia e Nuova Zelanda, potenze regionali perfettamente assimilabili ai paesi occidentali, hanno deciso di rompere gli indugi e, come avviene in questi casi, hanno chiesto "in giro" quali paesi potevano essere pronti all'intervento armato, non sotto la bandiera dell'ONU, ma per proprio conto.
Timor Est non è una zona interessante dal punto di vista economico, nè una posizione strategica particolarmente ambita, per cui si trattava di un intervento per puri motivi umanitari, impegnativo perché lontanissimo dall'Europa. La Gran Bretagna, che mantiene nell'area alcuni interessi e ha forti legami con Australia e Nuova Zelanda, non si è tirata indietro e lo stesso ha fatto la Francia. Questi paesi hanno basi e contingenti in permanenza schierati nell'Oceano Indiano, e il Regno Unito, dopo la restituzione di Hong Kong alla Cina, mantiene un battaglione di Gurka nel Brunei, sull'isola del Borneo. Entrambi questi paesi hanno inviato un piccolo distaccamento di forze e unità navali oltre a velivoli da trasporto, molto utili per collegare la città australiana di Darwin con la remota isola. La Germania ci ha un po delusi anche in questa circostanza, in quanto si è limitata ad inviare due velivoli da trasporto C-160 TRANSALL. Il Portogallo, dopo alcuni ripensamenti, ha inviato un piccolo Un VCC-1 controlla la situazione per le strade della capitale contingente che dovrebbe crescere in futuro. Gli Stati Uniti, vale a dire l'unica superpotenza, hanno allertato la 31° MEU dei Marines che ha competenza sull'area, ma a terra, incluso i militari dislocati in Australia, ha inviato meno di 200 militari, impegnati nel settore delle comunicazioni.
Chi ha inviato contingenti robusti, in relazione alle disponibilità, sono stati la Thailandia e le Filippine, forze armate dell'area ma con schemi operativi diversi da quelli occidentali.
Ovviamente l'Australia svolge un ruolo assolutamente predominante, fungendo da retrovia per tutta l'operazione. Camberra ha impegnato con INTERFET quasi 7.000 militari, velivoli da trasporto e unità navali. Molti se si pensa che le Forze Armate del paese contano su poco più di 50.000 uomini in servizio attivo. Ma l'Australia può avvalersi di forze della riserva molto ben addestrate a cui si è fatto largo ricorso in questa circostanza e che hanno dato ottima prova.
Uno sforzo proporzionalmente ancor maggiore è stato compiuto dalla Nuova Zelanda, con oltre 1000 uomini impiegati su forze armate che non arrivano a 10.000 effettivi e 6.500 riservisti. I neozelandesi operano spessissimo in collaborazione con gli australiani e hanno equipaggiamenti in comune.

 
  I RISCHI DELLA MISSIONE
L'isola di Timor è a circa 300 miglia dall'Australia e si trova nella parte orientale dell'arcipelago indonesiano. L'orografia si caratterizza per la presenza di rilievi e la copertura vegetale è di tipo equatoriale, il clima è tropicale con carattere spiccatamente monsonico. I monsoni sono venti che in inverno soffiano dal continente asiatico verso l'Oceano indiano e in estate dal mare verso il continente, dando origine a periodi di forte piovosità. Le fortissime pioggie incidono i versanti e rendono arduo mantenere aperte le strade sui pendii. Inoltre, in tutta quest'area, la marea assume caratteri molto marcati, con dislivelli di 7-8 metri, che implicano seri problemi per l'ancoraggio delle navi. A Timor Est non esistono veri e propri porti, ma l'ancoraggio di Dili è relativamente protetto. Il clima è tale da provocare anche l'insorgere di tifoni, molto pericolosi, che includono anche l'Australia nord-occidentale, tanto che una parte di Darwin venne praticamente distrutta da un uragano nel 1974. Le navi devono essere pronte a rinforzare gli ormeggi e i velivoli ad evacuare le piste nell'interno, con un preavviso di 24 ore.

 
  UNA NATURA SELVAGGIA
Le condizioni atmosferiche a Timor sono quelle tipiche delle zone tropicali, con elevate temperature (dell'ordine dei 34-36° C.) e fortissima umidità relativa, nell'ordine del 95-100%. Insomma, per noi europei le condizioni sono tutt'altro che ideali. Tutta l'isola è ricoperta da una fitta vegetazione, salvo le zone coltivate, in cui la visibilità è limitata a pochi metri e dove si possono sistemare mine difficilissime da scoprire, cosa che, per fortuna, non è avvenuta, come ci hanno detto gli specialisti del BOE. Bisogna stare attenti anche alla fauna, in quanto le speci pericolose non mancano. Per terra vi sono serpenti velenosi e ragnacci poco racconiandabili, con cui bisogna fare i conti. Peggio va in mare, dove non solo occorre guardarsi dagli squali ma lungo le coste di questa zona, spesso assolutamente selvagge, troviamo enormi coccodrilli di mare, desiderosi di placare i loro appetiti. Bestie pericolosissime che sconsigliano a chiunque di avventurarsi in mare lungo la linea costiera e, soprattutto, dall'avventurarsi in acqua.
Paracadutisti di pattuglia a Timor Est Ma oltre che dagli animali pericolosi, bisogna guardarsi dalle malattie, da quelle meno pericolose, come la dissenteria, fino a gravi malattie infettive, diffuse a queste latitudini, come la pericolosa febbre giapponese. L'isola è ricca di acqua ma non di acqua che puo essere bevuta senza un adeguato trattamento di depurazione, a meno che non si proceda a trivellazioni e a stoccaggio in cisterne controllate (in questi contesti l'acqua si ricontamina rapidamente). Gli italiani, date le ridotte proporzioni del contingente, hanno deciso di affidarsi ai rifornimenti idrici messi a disposizione dagli australiani.
Dopo i problemi con gli indonesiani, la situazione della popolazione è molto difficile. Gran parte delle infrastrutture sono state distrutte o saccheggiate mentre per il periodo delle piogge monsoniche, occorre dare un tetto alle popolazioni. In questo contesto, fondamentale è l'aiuto umanitario internazionale, sia quello elargito dai contingenti che quello proveniente dalle varie organizzazioni che, in ogni caso, ricevono un sostegno fondamentale da INTERFET.

 
  REAZIONE RAPIDA
Un fatto molto importante dell'Operazione STABILISE, è stato la rapidità dell'intervento. Poche settimane da quando si è manifestata la necessità di un intervento, a quando i primi contingenti hanno iniziato ad operare. Veramente degna di elogio, la rapidità con cui hanno risposto i militari italiani, chiamati ad operare in un contesto assolutamente non previsto e a oltre 15.000 km dall'Italia. Basta pensare che l' "Advance Party" italiano è giunto in zona di operazione già il 16 settembre 1999, quando i massacri erano iniziati nella prima decade di settembre!
Il 2 ottobre 1999, il generale Connacchiaro e il T.C. Mazza erano a Dili. I militari italiani sono stati fatti affluire con velivoli, sia militari (C-130 e B-707 T/T) che civili (un Boeing 747 Alitalia noleggiato). Una piccola parte è stata imbarcata su nave SAN GIUSTO, al seguito dei mezzi pesanti e della logistica. Il contingente italiano è rimasto per circa un mese in Australia, per un opportuno periodo di acclimatazione, visto lo sbalzo climatico esistente e la necessità di sottoporsi alle varie vaccinazioni. Inoltre era opportuno migliorare i rapporti con i militari australiani, per verificare le modalità operative e prendere le opportune misure linguistiche. La preparazione linguistica dei militari italiani, è in continuo miglioramento ma gli australiani hanno uno "slang" molto particolare.
Il SAN GIUSTO è arrivato a Darwin il 23 ottobre 1999, ha imbarcato gli uomini e il 25 era di fronte a Timor. Lo sbarco, un vero e proprio sbarco sulla spiaggia, è avvenuto il 26, dovendo affrontare grossi problemi connessi con la marea. Il 29 il contingente era già operativo, con una ventina di cingolati VCC-1 (appartenenti alla FOLGORE, dotati di protezione aggiuntiva spaziata e di piastra supplementare che copre la parte superiore del treno di rotolamento), gli ottimi VM-90 (molti con una leggera blindatura in acciaio balistico) e gli autocarri.
A Terra sono schierati in permanenza circa 300 uomini, vale a dire una compagnia rinforzata più i servizi e gli elementi del comando. Un distaccamento abbastanza piccolo ma, come ci ha confermato il comandante della missione, il generale australiano Cosgrove, estremamente attivo e dinamico. Molto apprezzata è stata la presenza della nave SAN GIUSTO, ma anche attivissima è risultata la coppia di G222 della 46° Brigata Aerea ridislocati a Darwin, impegnati ad operare da piste di volo dove i C-130 non potevano, per ragioni di spazio, operare.

 
  IN PATTUGLIA PER TIMOR
Al contingente italiano è toccata la parte orientale dell'abitato di Dili, il capoluogo, ma grazie alle capacità del VM di spostarsi anche su strade strette come quelle dell'isola, è iniziata una serie di pattugliamenti, condotta anche con il ricorso alle moto Cagiva 350. I distaccamenti italiani, fra cui quelli del 9° COL MOSCHIN e del TUSCANIA, si sono distinti per una serie di pattugliamenti anche nelle zone più remote, con pernottamenti esterni, in un ambiente del tutto nuovo per le Forze Armate italiane.
Con i comandanti italiani e con un reparto dell'uno-otto-sette, ci siamo spinti fino a Remixio, una trentina di chilometri nell'interno, in direzione sud, partendo da "PRESIDIO", il centro di comando dell'omonima zona operativa, in cui opera il contingente italiano, un quadrilatero di circa 30 km per 30. La strada si fa subito stretta non appena iniziamo ad arrampicarci sulle pendici delle ripide colline che circondano Dili. Moltissimi alberi sono stati abbattuti e l'erosione sicuraniente creerà dei grossi problemi all'epoca delle terribili piogge monsoniche. Già alcuni tratti sono stati investiti da frane e i VM devono avanzare con cautela. La popolazione è estremamente amichevole ma, bisogna dirlo, in tutta la visita mai nessuno ci ha chiesto niente. Eppure qui i bisogni sono infiniti e i bambini sono vestiti praticamente di stracci.
Un VM 90 e due Cagiva 350 del 9° Col Moschin impegnati in una delle ricognizioni a Timor Est Quando entriamo nella foresta, abbiamo la riprova di quanto insidioso potrebbe diventare un teatro di questo tipo. Anche gli indonesiani debbono aver avuto i loro problemi all'epoca della guerriglia, anche se la non grande estensione dell'isola, facilitava loro il compito nell'attività di controguerriglia. La jungla è sicuramente il teatro operativo più impegnativo, da questo punto di vista. La gente saluta festosamente i militari italiani al loro passaggio, venendo sempre ricambiata con sorrisi e rapidi gesti, in quanto i militari non mollano la presa dalle loro armi, pronti a balzare a terra per dare sicurezza alla colonna. I mesi che trascorreranno sull'isola, trasformeranno questi professionisti e faranno accumulare un importantissimo bagaglio di conoscenze, in un settore nuovo per le FF.AA. italiane. Anzi, occorrera pensare a cicli d'addestramento in ambiente tropicale, per non dover affidare sempre tutto all'improvvisazione.
A Remixio non mancano le tracce delle recenti violenze e il contingente italiano, qui come altrove, si sta dando da fare per alleviare le sofferenze, scortando i carichi di aiuti umanitari che vengono recapitati a destinazione. A Timor Est sono rimasti pochissimi veicoli civili, per cui occorre provvedere con mezzi stranieri, militari o delle organizzazioni internazionali.

 
  ASSISTENZA PER TUTTI
Entriamo in una sorta di magazzino, ancora con il tetto, e troviamo un aiutante di sanità intento a visitare civili e bambini. Sarebbe bene che ci fosse un dottore, ma il sanitario e il suo borsone di medicine è moltissimo rispetto al nulla che i militari italiani hanno trovato al loro arrivo. I comandanti italiani discutono amichevolmente con il capo villaggio e coordinano altri interventi.
I folgorini presidiano l'abitato, ma la gente appare addirittura rispettosa nei nostri confronti, non lesinando i ringraziamenti. I racconti che ci fanno, lasciano intuire gli anni bui (25) che hanno caratterizzato la presenza indonesiana, fino alle drammatiche settimane susseguenti il 30 agosto. Chi è così ostile ai militari, dovrebbe farsi un giro da queste parti per comprendere che, senza un intervento armato, condotto da forze armate capaci, chissà che disastro sarebbe potuto succedere. Anzi, se i militari fossero potuti essere presenti all'epoca del referendum, come, per esempio, accadde in Namibia nel 1989, quasi sicuramente il peggio si sarebbe potuto evitare. Invece vi è sempre qualche superficiale che pensa che i diritti si possano sempre difendere con la forza della ragione, senza un adeguato strumento deterrente. Un errore che anche a Timor Est è stato pagato caro.
Comunque, mentre tornavamo con i paracadutisti a Dili, non potevamo che rimaner soddisfatti da come hanno saputo affrontare e gestire questa situazione, in condizioni invero nuove. Un altro grosso successo delle FF.AA., ottenuto nonostante l'assenza di una chiara programmazione in sede politica. Speriamo che con il 2000 questo atteggiamento muti.

 
  INTERFET: GLI ALTRI CONTINGENTI
Un'analisi degli altri contingenti che hanno partecipato alla missione INTERFET a Timor Est. Il ruolo determinante di quello australiano, i "cugini" neozelandesi, i contingenti europei e quelli asiatici.
Paracadutisti su VM 90 dotato di mitragliatrice Browning 12,7 mm in ricognizione Vediamo ora di analizzare la presenza degli altri contingenti che hanno preso parte alla missione a Timor Est, trattandosi, spesso, di forze armate poco conosciute in Europa ma che sarebbe un errore trascurare, nella prospettiva anche di future alleanze e sinergie operative, la cui importanza sta crescendo anche per l'Italia.

 
  AUSTRALIA E NUOVA ZELANDA
Il governo di Camberra ha avuto un ruolo determinante su questa missione, volendo anche dare una dimostrazione delle sue capacità operative. L'Australia è un paese immenso, con una bassissima concentrazione di popolazione, che si aggira intorno ai 18,5 milioni di abitanti. Dai tempi dell'offensiva giapponese nel Pacifico, nel 1942 (che condusse anche ad alcuni attacchi aerei proprio contro Darwin), non vi sono state minacce dirette, eppure non bisogna dimenticare il ruolo che ebbero gli australiani nella I e nella II Guerra Mondiale. Nel primo caso, si batterono da leoni in Mesopotania come in Palestina ma, soprattutto, a Gallipoli, insieme ai neozelandesi. Durante la Guerra Mondiale, dettero un'importante appoggio alla lotta in Africa settentrionale, come nel caso della prima offensiva britannica e nella difesa di Tobruch, svolgendo un ruolo importante nell'arrestare la dilangante offensiva giapponese in Nuova Guinea. Presenti durante la Guerra di Corea, non mancarono neppure ai combattimenti in Vietnam, essendo grandi specialisti nella lotta in foreste tropicali. Hanno mantenuto tutta una serie di collaborazioni militari nell'area, come nel caso dell'Indonesia (attualmente sospesa, dopo la crisi di Timor), delle Isole Fiji, delle Isole Salomone, della Thaiandia, di Vanuatu, dell'Arcipelago di Tonga, delle Samoa e di Kiribati. Hanno una compagnia in pernianenza schierata in Malesia e istruttori in Papua Nuova Guinea.
Gli australiani sono soldati forti e ben addestrati, che sanno come affrontare insidie come la malaria e altre malattie tropicali ma che si addestrano anche regolarmente con altri paesi, incluso gli Stati Uniti (che mantengono circa 100 uomini dell'US Navy nel paese). Ottimi sono i rapporti con i neozelandesi, con cui vi è un continuo interscambio a livello militare. Singapore ha dislocato in Australia i suoi 27 addestratori a getto italiani SIAI S-211 che, altrimenti, non saprebbe dove far addestrare. La città-stato, dove siamo passati in rotta per l'Australia, ha forze armate rilevantissime (53.000 militari), rispetto alla popolazione (tre milioni di persone) e, soprattutto, alla superficie. Suoi militari sono dislocati, oltre che in Australia, nel Brunei, a Taiwan e in Thailandia, partecipando continuamente a corsi negli Stati Uniti.
I militari australiani, come quelli neozelandesi, sono armati con F-88, vale a dire la versione costruita su licenza dell'AUG austriaco, l'unico fucile d'assalto dell'ultima generazione che ha avuto un buon successo di vendite all'estero. Ancora sono disponibili i FN-FAL, prodotti su licenza dalla Lithgow, che erano l'arma lunga d'ordinanza precedente mentre come arma di precisione è disponibile la replica australiana del fucile di precisione Parker-Hale in 7,62 x 51 mm. L'arma da fianco è l'intramontabile HP-35 della FN mentre come pistole mitragliatrici, per molti anni i soldati australiani hanno utilizzato l'originale F1, in produzione dal 1962 e facilmente riconoscibile per il caricatore superiore (ricurvo), una caratteristica dell'arma australiana più famosa (anche se solo fra gli specialisti), come la pistola mitragliatrice Owen della II G. M. La F1 è stata utilizzata in Vietnam ed è predisposta anche per l'innesto della baionetta. Attualmente viene utilizzata la H&K MP-5. Sono disponibili le mitragliatrici F89 (MINIMI), le FIN MAG, le M-60 statunitensi, le Browning in 12,7 ma anche i vecchi Bren, ricalibrati in 7,62 x 51 mm. Non mancano i lanciagranate da 40 mm M-79 e M-203 mentre come armi c/c troviamo i LAW statunitensi, i senza rinculo CARL GUSTAV da 84 mm, i 106 s.r. M-40 e i missili c/c TOW oltre a un piccolo numero di sistemi MILAN.
Un VCC-1 dei paracadutisti dotato dotato di protezioni aggiuntive in attività tra le rovine di Dili Passando ai mezzi pesanti, troviamo 71 LEOPARD A3 e una cinquantina di M-113 con torretta delle vecchie blindo SALADIN da 76 mm. Per la fanteria, accanto agli M-113, diversi dei quali con torretta chiusa con mitragliatrice, troviamo gli ASLAV-25, vale a dire gli 8x8 LAV, prodotti in Canada per i Marines. L'artiglieria include pezzi da 105/22 mm (vecchi M-101 statunitensi aqqiornati), 104 HAMEL (vale a dire L118/119 LIGHT GUN britannici, replicati dall'Australian Ordinace Factory) e 35 M-198 da 155/39 mm statunitensi. Per la difesa antiaerea sono disponibili rampe quadruple su rimorchio per missili britannici RAPIER e sistemi svedesi a guida laser RBS-70. L'aviazione dell'Esercito si avvale di 38 S-70 (versione leggermente modificata dell'UH-60 BLACK HAWK), 43 Bell-206 KI0WA, 25 UH-1 H (armati), 18 AS-350 B ECUREUIL leggeri francesi e solo 4 CH-47 D.
I soldati australiani sono addestrati correntemente ad operare nel deserto quanto nel la jungla, avendo se mai carenze per quanto attiene i climi freddi, anche se il paese ha basi al Polo Sud. I paracadutisti italiani si sono trovati bene e hanno stabilito subito buoni rapporti con i colleghi australiani. All'Australia è andato il comando dell'Operazione, avendo schierato circa 5.800 militari, e il comando di una delle due brigate a Timor Est.
La Nuova Zelanda ha forze armate inferiori ai 10.000 militari, quindi molto piccole, ma di qualità, avendo dato prova di valore nei due conflitti mondiali. L'armamento leggero è quasi identico a quello australiano, salvo la presenza di un certo numero di M-16 A1 e delle pistole mitragliatrici STERLING. L'armamento pesante include 26 carri leggeri SCORPION, circa 80 M-113, 10 pezzi M-101 da 105/22, 24 HAMEL da 105 mm, lanciarazzi LAW e cannoni s.r. CARL GUSTAV. La Nuova Zelanda ha schierato a Timor circa 1.000 militari e il generale Dunne è il comandante della seconda brigata di INTERFET, nell'ambito della quale opera il contingente italiano.

 
  EUROPEI, CANADESI E STATUNITENSI
I francesi hanno inviato un piccolo contingente con la nave da sbarco SIROCO, un'unità nuovissima, essendo entrata in servizio nel 1998, di 11.900 t di dislocamento, che ha sbarcato nell'isola poco più di 100 uomini. Parigi è abituata ad interventi in tutto il mondo e ha basi sia nel Pacifico che nell'Oceano Indiano.
La Gran Bretagna ha inviato a Timor circa 300 Gurkha, proveneinti dalle loro basi permanenti in Borneo. Si tratta di ottimi soldati, dalle poche necessità e dalla grande resa operativa, adatti alle operazioni sia in montagna che nella jungla.
L'Irlanda una presenza insolita da queste parti, ha inviato 36 membri delle forze speciali. Vanno poi aggiunti 1 danese, 4 norvegesi e i 200 portoghesi giunti a fine 1999. Per Lisbona si tratta di un ulteriore impegno, a grande distanza dal territorio nazionale, quando diversi reparti sono già impegnati in Bosnia e nel Kosovo.
Gli statunitensi della 31° MEU dei Marines hanno fatto intervenire soprattutto personale delle telecomunicazioni mentre è da segnalare la presenza di oltre 500 canadesi, con una nave appoggio. Il Canada, oramai, prevede solo interventi all'estero, per cui ha ridotto il personale, lontano dalla patria. Ha ridotto il personale ma incrementato la sua mobilità strategica.

 
  GLI ALTRI CONTINGENTI
Il più grosso reparto oltre a quelli già segnalati, appartiene alla Thailandia, che ha inviato circa 1.400 soldati. I thailandesi sono soldati preparati e disciplinati, abituati ad operare nella foresta tropicale, ma non hanno standard NATO. Inoltre non esistono le predisposizioni per proiettare potenza a così grande distanza.
I filippini, circa 600, si trovano in una situazione ancora peggiore. Cattolici come gli abitanti di Timor Est, sono alle prese con seri problemi di bilancio e provengono dal difficile impegno nella controguerriglia nell'isola di Mindanao, contro i separatisti musulmani.
I 420 coreani sono soldati efficentissimi, abituati ad essere pronti a una guerra, avendo come vicini i coreani del nord. Sono militari su cui si può contare in ogni momento e che risentono pesantemente dell'appoggio statunitense, anche a livello dottrinale e operativo: in compenso sono nettamente più spartani.
Come si vede, la missione INTERFET ha messo insierne molte realtà differenti, e anche per questo, costituisce un valido test in vista di altri impegni internazionali.

 
  COCCODRILLI DI MARE
La partecipazione della Marina Militare alla missione Stabilise. Nave San Giusto, il COMSUBIN e i fucilieri di marina.
Per tutto il tempo della missione italiana a Timor, la Marina Militare manterrà la nave da sbarco anfibia SAN GIUSTO a disposizione delle operazioni. Si tratta di un contributo importante, in primo luogo perché i mezzi pesanti possono giungere solo via mare e, poi, perchè una nave come il SAN GIUSTO funge da piattaforma mobile per quasi tutte l'esigenze.
Due sottufficiali del COMSUBIN a Timor Est Il ponte di volo è un eliporto, su cui possono trovare posto diversi elicotteri: in questo caso tre SH-3 D e un AB-212, che si sono rivelati utilissimi in un contesto come quello di Timor, dove le strade sono poche e di non agevole percorrenza. Gli elicotteri possono trasportare rifornimenti anche nelle aree più remote e con la massima rapidità: possono provvedere al trasporto di rinforzi e fornire protezione dall'alto, con il fuoco delle MG 42/59 di cui sono dotati: sono ideali per rapide evacuazioni mediche (MEDEVAC) e possono effettuare missioni di ricognizione e trasporto di ogni tipo. A bordo vi sono strutture per il loro rifornimento e per la manutenzione.
Sbarcati dal G222 provenienti da Darwin, siamo stati reimbarcati proprio sui SEA KING, dopo essere stati "presi in consegna" dagli uomini in verde del COMSUBIN. Con gli elicotteri abbiamo fatto un rapido giro su Di1i, in modo da poterci rendere conto delle distruzioni apportate alla città, indubbiamente notevoli dato il poco tempo in cui si sono verificate. Molti edifici sono stati distrutti e interi quartieri periferici, rasi al suolo. I mitraglieri si sporgono con le loro armi ma la situazione a terra appare calma. Il capoluogo non possiede un porto ma dispone di un molo. Non è un'osservazione da poco, come vedremo più avanti. In rada vi sono alcune unità militari e delle navi civili ma il SAN GIUSTO spicca per la sua mole. Con un appontaggio perfetto giungiamo a bordo, già sudati perché al seguito abbiamo tutto l'equipaggiarnento, brandina inclusa (forse sarebbe stato meglio caricare tutto su un VM e mandarlo al campo italiano).
Ci riceve il comandante della nave, capitano di Vascello Parisi, insierne ai suoi uomini, che c'introduce all'attività della Marina con un breve breefing, allietato da una colazione molto apprezzata, dato che ci siamo alzati alle 04.00 a Darwin e avevamo man giato solo un panino offertoci in volo sul G222, L'unità è partita il 13 settembre dalla sua base di Brindisi, ha raggiunto Livorno, dove ha imbarcato i mezzi pesanti, ripartendo il 22 settembre. Il 3 e 4 ottobre era a Gibuti, dove si è rifornita, proseguendo poi per l'atollo di Diego Garcia, la grande base statunitense (ma l'isola è britannica) in mezzo all'Oceano Indiano, dove gli Stati Uniti hanno sempre delle unità da carico preposizionate, con a bordo equipaggiamenti pesanti. Il 23 ottobre, la nave è giunta a Darwin, dove ha imbarcato gli uomini, giungendo davanti a Dili il giorno 25.
Lo sbarco è avvenuto il 26 e 27 ottobre, sulla spiaggia, dopo un'attenta ricognizione dei fondali ad opera degli incursori di marina. I fondali sono un'insidia continua, anche in condizioni normali, in quanto in questi mari si registrano maree di 7-8 m. Due foto del SAN GIUSTO riprese al molo di Darwin, evidenziavano durante il breefing, questa Situazione. Nella prima la nave era in condizioni visive normali, nella seconda sembrava ... affondata, tanta era la differenza rispetto al molo. Maree di questa entità implicano che un mezzo da sbarco può, in pochi minuti, rimanere bloccato in secca fino alla susseguente alta marea. Si creano anche delle correnti molto forti. Il SAN GIUSTO dispone di una grossa struttura sanitaria, preziosissima in questo contesto. A bordo è più semplice mantenere asettici gli ambineti, in particolare in questi climi. Piattaforme di questo tipo evidenziano tutte le loro potenzialità, proprio in situazioni come questa. L'unità si è rivelata molto utile per il trasporto di equipaggiamenti e aiuti umanitari. La Marina australiana, coinvolta in modo notevole nella missione STABILISE, si trova in una fase delicata per quanto riguarda le unità anfibie, perché ancora non sono entrate in servizio le due LST classe NEWPORT, acquistate di seconda mano negli Stati Uniti e in corso di profonda trasformazione, essendo disponibile solo la TOBRUK, un'unità di 5.800 t di vecchia concezione. La SAN GIUSTO ha effettuato vari viaggi fra Dili e Darwin, allo scopo di trasportare materiali sia militari che aiuti per la popolazione. I suoi mezzi consentono di sbarcare anche i mezzi ruotati sulla spiaggia, evitando d'ingorgare le deboli strutture portuali di Dili. Per inviare i materiali a Timor, sono stati imbarcati diversi container su di una nave civile in rotta per l'Australia, e lo stesso sistema è stato utilizzato per altri invii, considerando sempre che su questa rotta occorre circa un mese di navigazione per raggiungere Darwin.

 
  IL COMSUBIN A TIMOR
A Dili abbiamo trovato gli uomini del Gruppo Operativo Incursori del COMSUBIN. Si tratta di un ufficiale e 18 operatori, quindi tre distaccamenti, che non hanno bisogno di presentazione. Il loro compito principale è la protezione della nave e la ricognizione sui fondali, ma si tratta di personale altamente addestrato che, nel caso di problemi di qualsiasi tipo, possono dare un importante contributo a risolverli. Il reparto dispone di tre gommoni a chiglia rigida, di cui uno più grande dotato addirittura di radar e di molto altro equipaggiamento, fra cui abbiamo notato, sulle loro H&K MP5, i nuovi mirini Trijicon Reflex, con fonte di alimentazione a lunghissima durata (si parla di otto anni !), senza dover ricorrere alle batterie, un accessorio sempre critico in ambiente anfibio.
L'unica lamentela che abbiamo sentito da parte di questi uomini, riguarda la brevità dei periodi a terra. Loro, ovviamente, vorrebbero avventurarsi in addestramenti di più giorni nella jungla e in pattugliamenti su queste coste selvagge, per raccogliere un bagaglio d'esperienze che può sempre tornare prezioso.
Comunque sono loro a verificare la chiglia della nave e, se ve ne fosse la necessità, darebbero assistenza anche alle altre unità che operano per INTERFET. Il reparto ha ricevuto da poco dei nuovi autorespiratori ma queste acque vanno affrontate con estrema attenzione. Non solo vi sono degli squali per niente addomesticati, ma le coste sono infestate dai coccodrilli di mare: animali decisamente da trattare con rispetto, anche se gli incursori della Marina hanno per simbolo proprio un coccodrillo che, dato il teatro elettivo d'impiego, dovrebbe essere proprio un coccodrillo di mare!
A bordo abbiamo trovato, inevitabilmente, anche cinque ufficiali e 11 fra sottufficiali e comuni del Comando Truppe Anfibie, la cui presenza sulle unità anfibie della Marina Militare è una costante inscindibile. A loro sono affidati compiti di guardia e il controllo delle operazioni di sbarco, la nave dispone anche di quattro sottufficiali e altrettanti comuni, addetti proprio ai mezzi da sbarco, sistemati sulle apposite mensole laterali e nel grande bacino interno.
Sono stati proprio gli uomini del COMSUBIN e i fucilieri, a riaccompagnarci a terra. Ci siamo imbarcati nel bacino su di un MTM tipo MEN e ci siamo diretti sulla spiaggia di Dili, dove ci attendevano i VM dei paracadutisti.
In conclusione, ci sembra che la Marina abbia fatto un grosso sforzo per la missione a Timor Est, ricoprendo un ruolo importante (e notato), nell'ambito della missione INTERFET; un utile banco di prova anche per le missioni future e un richiamo per i politici che, troppo spesso, si dimenticano che senza un'adeguata politica d'investimenti, non è possibile mantenere certe ambizioni, senza dimenticarsi che le materie prime per il nostro paese provengono da zone a rischio e si spostano su mari che potrebbero divenire pericolosi, come già è accaduto in passato.




E' l'alba e questo paracadutista sta per terminare il suo turno di guardia

Il Colonnello Mazza con un bambino di Timor

Paracadutista in perlustrazione

Paracadutista nella foresta tropicale di Timor Est

Paracadutista nella foresta tropicale di Timor Est
INTERVISTA CON IL
GENERALE COSGROVE
Il Gen.Cosgrove comandante di INTERFET, con il Col. Mazza comandante del Gruppo Tattico Folgore

Il generale Cosgrove è il comandante dell'Operazione STABILISE a Timor Est. E' un veterano della guerra in Vietnam e, a differenza di alcuni suoi connazionali, parla un buon inglese. L'abbiamo incontrato nella base italiana a Timor Est, accompagnato dal generale neozelandese Dunne, responsabile della brigata in cui operano gli italiani.
Il generale Cosgrove ha avuto parole di sincera e profonda ammirazione per il contingente italiano: "Ottimi soldati e vi dico subito che le relazioni fra australiani e taliani sono eccellenti: Gli italiani lavorano in silenzio ma molto bene, con professionalità. Voglio sottolineare come il futuro di Timor Est, necessiti di stabilità politica oltre che della pace. Ormai la situazione d'emergenza è stata brillantemente superata, grazie all'impegno di tutti, per cui ora occorre stabilire che cosa vuole la popolazione."

Ci può dare un'idea del numero delle vittime a Timor Est durante i recenti disordini?
"La contabilità dei massacri è in continua evoluzione. Non si conosce il numero dei morti e vi sono anche delle difficoltà dovute al fatto che, in precedenza, l'anagrafe era molto confusa. Per ora stiamo portando avanti delle ricerche, scoprerdo fosse e altre evidenze. Noi forniamo delle cifre piuttosto conservative, in quanto ci riferiamo solo ai cadaveri effettivamente rintracciati. Ma molti morti si trovano in zone remote, molte possono essere state bruciate o gettate in mare, dove i coccodrilli pensano a far scomparire ogni traccia."

Cosa pensa dell'ipotesi di una riduzione del contingente INTERFET?
"Possiamo incominciare a pensare a una riduzione, ma il tutto va portato avanti con giudizio. I pericoli sono sempre in agguato. Comunque ci tengo a sottolineare che i militari italiani hanno fatto un ottimo lavoro. Questo si deve sapere in Italia, in quanto una missione a così grande distanza dalla patria è difficile da seguire.
Dopo queste chiarissime parole del comandante di INTERFET, abbiamo scambiato anche alcune opinioni con il generale neozelandese Dunne, comandante della brigata multinazionale in cui opera il contingente italiano. Anche il generare Dunne si e detto entusiasta del modo di operare dei militari italiani, non nascondendo che, per altri contingenti, sono sorti alcuni piccoli problemi. Invece, con i reparti dei paesi della NATO, vi è piena comunanza operativa: la qual cosa assume una notevole importanza se si pensa a quanto complicato sia gestire una missione di questo tipo, allestita in tempi brevissimi.


LE MILIZIE
FILO INDONESIANE

L'origine dei gruppi di miliziani filo indonesiani a Timor est, risale a molti anni orsono, all'epoca della guerriglia, quando Jakarta voleva avere delle forze per affiancare l'azione delle truppe regolari. Con particolari incentivi furono fatti immigrare cittadini indonesiani, che si affiancarono agli abitanti di Timor Est favorevoli all'indonesia. Il primo gruppo di miliziani, venne organizzato nei primi Anni '80 dal genero del presidente Suharto, il generale Prabowo Subianto. L'attuale capo di stato maggiore indonesiano, il generale Wiranto, ha negato i contatti fra Forze Armate indonesiane e le milizie. Forse proprio per interrompere questi contatti, lo scorso marzo il colonnello Tono Suratman, un musulmano, è stato sostituito a Timor dal parigrado Muhamad Noer Muis, la cui moglie è una cattolica. Bisogna dire che, insieme ai musulmani dei Balcani, questi sono gli unici musulmani bianchi e, inoltre, finora sono stati esenti da fenomeni d'integralismo anche se, proprio in questi ultimi tempi, sono cresciuti in tutta l'Indonesia, i contrasti fra musulmani e cristiani.
I principali gruppi di miliziani proindonesiani erano:
Forum per l'Unità, Democrazia e Giustizia, di Basilio Araujo, portavoce dei gruppi di miliziani.
Il gruppo di Joao da Silva Tavares, che opera a Bobonaro.
La milizia Aitarak, capitanata da Eurico Guterres, già in prigione nel 1988 per attività anti-indonesiana.
La milizia Mahidi, basata nell'aria di Suai e Ainari. Formata nel 1998 da Cancio Carvalho, dichiarava 15.000 mebri ma forse ne poteva schierare 1/5. Probabilmente è stato questo gruppo, molto aggressivo, a causare i gravi massacri a Suai.
Besi Merah, creata il 27 dicembre 1998, questa milizia era diretta da Manuel de Sousa e basata a Liquica.
Milizia Saki, con base nel villaggio di Lai.Sorulai, nel distretto di Bacau, con alla testa il sergente Joanico. Creata nel lontano 1083, quando gli indonesiani si battevano contro il FALINTIL.
Pamuda Panca Sila 2, è un gruppo sospettato di aver alimentato anche la rivolta di Jakarta nel maggio del 1998, quindi diffuso in varie zone dell'indonesia, con accenti fortemente nazionalisti.
Forze di Pace e di Difesa dell'integrazione, con a capo Tomas Gonsalves, con 400 membri effettivi.
Alcune organizzazioni accusano, anche su dichiarazioni dei leader delle milizie, il tenente colonnello Yahijat Sudrajat, comandante dell'intelligence indonesiano a Timor e delle forze speciali (KOPASSUS), di aver pianificato le azioni violente in una riunione tenutasi lo scorso 16 febbraio. In ogni caso, le fonti di RAIDS indicano come l'atteggiamento dei militari sulla questione di Timor Est è tutt'altro che univoco. Il 19 settembre 1999, quattro gruppi pro indonesiani, hanno firmato la dichiarazione di fondazione del nuovo Fronte di Unità Nazionale, il cui obiettivo è ricondurre Timor Est all'indonesia. Francamente ci sembrano propositi velleitari. Fin da novembre, si sta lavorando alla formazione di una polizia a Timor Est (per ora sono stati autorizzati 55 poliziotti, basati a Aileu), dopo che il 6 novembre gli ultimi militari indonesiani hanno abbandonato il territorio della ex colonia portoghese. Nessuna formazione di miliziani è rimasta in circolazione e, anzi, i militari di INTERFET sono intervenuti per evitare problemi a persone accusate di aver appoggiato gli indonesiani.



 
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