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La “Folgore” sotto tiro in Afghanistan
Bagram, Comando Contingente Italiano Afghanistan – Una pattuglia su due automezzi della Task Force Nibbio, di stanza a Khost, è stata fatta oggetto di un atto ostile ieri, alle ore 14:00 locali in una zona a circa 20 km a sud-est di Gardez. L’unità stava partecipando ad un’attività di controllo e sorveglianza nell’area di responsabilità italiana, quando una forte esplosione pochi metri avanti ad un automezzo lo ha fatto uscire di strada. La zona interessata all’operazione è rappresentata dall’itinerario montano che congiunge i capoluoghi di provincia di Gardez e Khowst, da sempre indicati quali aree delicate e difficili. Il Contingente Italiano, in particolare, è responsabile dell’area di Khowst che comprende un lungo tratto di confine con il Pakistan. Dopo l’esplosione, il personale, immediatamente appiedato come previsto dalle procedure di autodifesa, ha fatto fuoco in direzione della minaccia individuata, sganciandosi e ripiegando senza altre gravi conseguenze. Nella circostanza, oltre al fuoco delle armi automatiche, sono state create cortine fumogene per impedire agli aggressori di prendere la mira. I militari coinvolti appartengono alla 4ª Compagnia del 187° Reggimento Paracadutisti FOLGORE e dagli accertamenti sanitari risulta aver riportato solo ferite di lieve entità.
Per il caporal maggiore scelto Gianpaolo Corbisiero, 28 anni, di Montoro Inferiore (Avellino),
la missione in Afghanistan è finita in anticipo. Sarà rimpatriato col primo aereo militare. Nell’attentato
del 20 luglio 2003 contro la pattuglia della Task force Nibbio, in perlustrazione in una delle aree più calde
dell’Afghanistan, è quello che se l’è cavata peggio: ha avuto la frattura del metatarso e ne avrà per 45 giorni.
Più fortunati i suoi tre compagni, che nell’uscita di strada del VM 90 dell’Esercito, hanno riportato solo abrasioni e leggere contusioni guaribili in un massimo di 10 giorni.
Così, Vito Michele Mucci, 26 anni, di Rapone, vicino a Melfi (Potenza), e i 24 enni Vito Fumai, di Palo del
Colle (Bari) e Roberto Parente, di Cassino (Frosinone), tra qualche giorno torneranno regolarmente in
pattuglia. E a fare i conti con le tante insidie di questa difficilissima missione afgana.
«Nessuno ha mai pensato che fosse una missione semplice», spiega da Bagram il generale Marco Bertolini,
comandante del contingente italiano.
«Non dico che ce l’aspettassimo, ma un episodio del genere è comunque da mettere in conto. Che l’Afghanistan sia un posto pericoloso
lo sanno tutti».
Le indagini sull’attentato sono in corso, ma i particolari emersi ieri sono inquietanti. A cominciare dalle
caratteristiche dell’ordigno: due mine collegate tra loro, per amplificarne l’effetto esplosivo, azionate
con un comando a distanza. Per fortuna, lo scoppio è avvenuto poco prima l’arrivo dei soldati, altrimenti
il bilancio sarebbe stato ben più drammatico. Forse è stato solo un avvertimento oppure un errore degli
attentatori.
Il congegno elettronico era «artigianale ma sofisticato», spiega una fonte militare. Gli artificieri della
task force Nibbio, che hanno esaminato quel che resta dell’ordigno, si sono trovati di fronte ad un lavoro
fatto da mani esperte, da persone con ottime conoscenze sia di elettronica che di esplosivi. «Un fatto che
la dice lunga - spiega la fonte - su come il livello qualitativo della minaccia si sia decisamente innalzato».
Livello qualitativo, ma anche quantitativo.
Il numero degli atti ostili è infatti cresciuto sensibilmente nelle ultime settimane, e gli organismi
di intelligence occidentali avvertono che ce ne saranno sicuramente altri nei prossimi giorni.
Ieri, nella base aerea di Bagram, il portavoce americano di Enduring Freedom, pressato dai giornalisti,
ha ammesso che da qualche tempo si assiste ad una recrudescenza degli attacchi da parte dei «guerriglieri
talebani» nel sud-est del Paese, dove operano anche i parà italiani.
Attacchi che solo negli ultimi quattro giorni hanno portato al ferimento di 9 militari della coalizione e a
vere e proprie battaglie come quella che sabato scorso si è conclusa con l’uccisione di almeno 24 nemici da
parte delle forze speciali americane nella zona di Spin Boldak.
Su chi ci sia dietro ai sempre più frequenti attentati nei confronti dei soldati di Enduring Freedom, ormai
giornalieri, le ipotesi sono sempre le stesse: nei rapporti dell’esercito Usa si continua a parlare di «talebani,
seguaci di Al Qaida, fedelissimi di Gulbuddin Hekmatyar e di altri signori della guerra locali».
La novità, casomai, è che ora l’obiettivo sembra essere costituito proprio dai militari italiani, che di
recente si sono distinti, tra l’altro, per avere scoperto e distrutto dei veri e propri arsenali della guerriglia.
Il generale Bertolini spiega che i suoi militari sono tutti ben addestrati:
«Siamo abituati a situazioni pericolose. Non ci spaventiamo». Ed infatti anche i ragazzi feriti hanno
reagito subito, sono stati prontissimi.
«Continuiamo a fare, in modo sereno e consapevole, il nostro lavoro».
Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, ha aperto un fascicolo e nelle prossime ore riceverà
un primo rapporto da parte della polizia militare.
IL LUCANO SCHERZA «ORA SONO FAMOSO»
RAPONE (Melfi) «In questo modo sono diventato famoso». Così Vito Michele Mucci, 26 anni di Rapone (piccolo
centro a nord della Basilicata, nella zona di Melfi), caporalmaggiore scelto della brigata paracadutisti Folgore,
sdrammatizza, nella prima telefonata fatta alla madre, l’incidente in cui è rimasto coinvolto insieme ad altri
tre militari italiani, impegnati in Afghanistan nell’operazione Enduring Freedom.
I militari sono stati feriti, in modo non grave, per l’esplosione di una mina che ha fatto finire fuori strada il veicolo sul quale erano di pattuglia.
«E’ un ragazzo scherzoso – dice la madre – pieno di vita, che sente e crede fortemente in quello che fa».
E' solo la passione che ha spinto il giovane lucano ad arruolarsi come volontario nella Folgore, lasciando
Rapone, paesino di mille anime, per stabilirsi a Livorno. «Se non ti chiamo, significa che è successo
qualcosa». Questa è un’altra delle tante battute dell’esuberante Vito fatta alla madre al suo primo
lancio. Da questo aneddoto sono sono trascorsi circa otto anni. Vito non si è più fermato:
«Troppo forte ed indescrivibile la sensazione provata». E’ stata quindi la volta delle missioni: Bosnia, Kosovo
(due missioni), Afghanistan. Quest’ultima è di certo la più difficile. «E’ Vito che mi chiama – racconta l’amico
di Rapone Vito Cappiello – perché non è possibile raggiungerlo via cellulare. Lo conosco da una vita, siamo
cresciuti insieme. E’ sempre stato attirato dalla vita militare, dalle emozioni che si potessero provare
lanciandosi con un paracadute. Quando può, torna qui da noi e ci fa divertire un mondo con la sua simpatia».
Il papà Giuseppe è orgoglioso della scelta del figlio,ma
irrimediabilmente preoccupato. «Sentivo che questa
missione – afferma – non era come le altre. Quando è
stato in Bosnia ed in Kosovo, potevamo chiamarlo con
più facilità. Ora è lui che si mette in contatto con noi. Ci
ha subito telefonato, dopo l’incidente, per tranquillizzarci,
prima che potessimo apprendere la notizia dai telegiornali.
Speriamo sia davvero tutto a posto».
Un ragazzo allegro, socievole, ma nello stesso tempo ligio
al dovere e coraggioso. E’ questo Vito Mucci dai racconti
e dalle descrizioni di familiari e parenti. «Qui ci
conosciamo un po’ tutti. Abbiamo appreso con paura –
dicono alcuni compaesani – la notizia dell’esplosione.Ora
che veniamo a sapere che Vito sta bene, siamo contenti
per lui e per la sua famiglia».
I militari italiani rimasti
feriti, tutti appartenenti alla 4ª compagnia del
187° reggimento, sono da poco subentrati agli alpini
della brigata Taurinense. Prima dell’agguato, stavano
partecipando a un’attività di controllo e sorveglianza
nell’area di responsabilità italiana. I timori di familiari
ed amici si sono ingigantiti alla notizia che la mina fosse
radiocomandata. «Mentre in Kosovo ed in Bosnia –
spiega l’amico Vito Cappiello – era impegnato in operazioni
di pace, qui in Afghanistan la situazione sembra
un po’ diversa, più pericolosa». Ma Vito non ha paura.
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