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Il rientro della Folgore da Timor Est di Luca Poggiali
Pisa 17 febbraio 2000
Il Boeing B-747 JUMBO JET dell'Alitalia si profila a oriente, virando per fare il circuito finale e
atterrare sulla pista dell'Aeroporto di Pisa. Immediatamente politici, militari e giornalisti si fanno
sotto per accogliere i militari che stanno rientrando da Timor Est, dopo una missione ininterrotta,
della durata di sei mesi. Il primo a scendere dalle scalette, è il generale Cornacchioni
(Senior National Rappresentative a Timor Est),con la faccia abbronzata dall'estate australe, il quale
presenta la forza al nuovo Ministro della Difesa, onorevole Mastella, al generale Arpino, Capo di Stato
Maggiore della Difesa, e al generale Francesco Cervone, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito.
Ad attendere questi uomini, anche una bella rappresentanza della Brigata Paracadutisti FOLGORE, e
- soprattutto - familiari e parenti una folla che si sporge per riconoscere e salutare i loro cari che
stanno rientrando dopo tutto questo tempo. La prima cosa da dire è che ci è sembrata un'accoglienza
adeguata alla circostanza.
Dopo il discorso ufficiale, vi è stato il "rompete le righe", con le ormai tradizionali scene con abbracci
e famiglie riunite dopo molti mesi. Abbiamo rivisto molti uomini che avevamo incontrato durante la nostra
visita a Timor Est lo scorso novembre, tutti soddisfatti dal risalto che avevarno dato alla missione.
Mancavano gli uomini del COL MOSCHIN, rientrati a dicembre, quando era apparso chiaro che la loro presenza
in quel teatro non era più necessaria, gli equipaggi dei due G-222 e gli uomini in navigazione con la
SAN GIUSTO, che tornerà in Italia addirittura a fine marzo, dopo altri 35 giorni di navigazione, dato
che lungo la strada farà, visto che si trova da quelle parti, alcune soste di rappresentanza.
A bordo, insieme a molto equipaggiamento pesante, vi sono anche elementi del COMSUBIN e del SAN MARCO.
I reparti scendono rapidamente dal grande velivolo e, di corsa, raggiungono il loro posto nello
schieramento di reparti che li attende, davanti ai grandi hangar della 46° Brigata Aerea.
Su tutti i volti è visibile la gioia e la soddisfazione per il ritorno a casa, ma anche la consapevolezza
di aver compiuto molto bene il loro dovere. Come ricorderà nel suo discorso anche il Ministro, i
riconoscimenti all'impegno di questi militari sono stati molteplici, univoci e sinceri, da parte sia di
militari (come il comandante dell'Operazione INTERFET, il generale australiano Cosgrove) sia dai civili
(per esempio il premio nobel per la pace, monsignor Belo). I lettori di RAIDS sanno quanto la rivista ha
dedicato larghi spazi ed energie, alla missione a Timor Est, ritenendo di dover essere vicini a militari
impegnati in condizioni sicuramente difficili, a una distanza enorme dall'italia (15.200 km), impegnata
in quella che è stata la più distante operazione terrestre mai realizzata dal nostro Paese, in
condizioni climatiche e sanitarie molto difficili e assolutamente nuove.
Pur se fra molteplici difficoltà, la missione si è conclusa con un successo clamoroso. A Timor Est nessuno
viene più massacrato e la popolazione, mite e disponibile, si sta riprendendo con l'aiuto internazionale.
"Siamo tornati tutti a casa", ha detto il generale Cornacchioni a noi giornalisti che lo pressavamo da
vicino. Sicuramente questo è un risultato altamente positivo perché i rischi non mancavano. Il contingente
ha avuto un ferito grave e 25 militari colpiti dalla "febbre di dengue", una malattia contro cui non vi è
vaccino, che presenta quattro gradi di gravità (per fortuna i casi che hanno riguardato i militari
italiani non erano fra i più gravi, grazie anche all'opera di prevenzione effettuata). I militari sono
stati fatti rientrare in anticipo e tutti gli uomini hanno dovuto sottoporsi a complesse visite e analisi
di controllo, a scanso di problemi e per studiare le reazioni a questo nuovo tipo di teatro operativo, a
carattere tropicale. Questi studi, fra l'altro, riguardano anche l'ospedale del Celio.
UN BILANCIO ESALTANTE
Tutti rientrati a casa, quindi, ma anche con un capitale di esperienze e prestigio in più.
Anche il colonnello Mazza comandante del Gruppo Tattico FOLGORE, ha tenuto a sottolineare quanto è
stato fatto in favore della popolazione, con una prova veramente maiuscola. Non solo tutti riconoscono
il ruolo svolto dai militari italiani, ma ottima è stata anche la collaborazione con gli altri contingenti,
non essendovi stata in precedenza alcuna esperienza. Per esempio, era la prima volta che i militari
italiani operavano fianco a fianco con quelli australiani e neozelandesi, per non parlare di paesi come
la Thailandia o il Brasile. Anche in questo delicato settore, la missione si è conclusa in modo ottimo.
Un colonnello italiano era vice comandante di una delle due brigate di INTERFET e il generale Cosgrove
non ha esitato a dire che gli italiani sono stati fra i migliori soldati ai suoi ordini. Non ci riferiamo
solo agli ottimi paracadutisti ma, ai carabinieri e alle altre componenti a terra, alla Marina Militare
con la nave SAN GIUSTO, e agli equipaggi dei due G222, impegnatissimi nel fornire il loro appoggio alla
missione.
Tanto per cominciare, oltre alla distanza eccezionale, occorre ricordare la rapidità con cui le FF.AA.
italiane hanno saputo rispondere a questa nuova e difficile sfida. Il referendum si era svolto il 30
agosto 1999 e i gravi disordini erano iniziati subito dopo. Lo Stato Maggiore dell'Esercito è stato "allertato"
il 12 settembre 1999. I primi militari di collegamento sono partiti per 1'Australia il giorno 15 settembre.
I due C-130 sono partiti il 20, con mezzi e materiali. Tre giorni dopo è stata la volta di 50 uomini,
seguiti, l'11 ottobre, dal grosso del Gruppo Tattico FOLGORE, che è rimasto circa un mese in Australia,
a Townsville, per ambientarsi, per le vaccinazioni e per migliorare l'addestramento. Il 26 ottobre è
avvenuto lo sbarco a Dili del grosso del contingente. Francamente era difficile chiedere di più in
queste circostanze. Sappiamo tutti quanto importante sia partecipare rapidamente a missioni come questa
e come la parte iniziale sia, in genere, quella più pericolosa e carica di rischi.
Il contingente italiano, pur rappresentando una minoranza rispetto ai 12.000 militari di INTERFET
(di cui circa 5.500 australiani e un migliaio neozelandesi), si è fatto notare per la professionalità e
l'efficienza di tutte le sue componenti, a terra, in aria e in mare, fino al 14 febbraio, data in cui è
cessata la sua missione a Timor Est. Basta pensare che sono state effettuate qualcosa come 700 missioni
di pattuglia, 270 check-point, 75 scorte di convogli, percorrendo, sulle strettissime e tormentate strade
dell'isola, ben 108.500 km, la maggior parte con i VM-90, i mezzi più adatti a queste condizioni di
viabilità. Il personale sanitario ha visitato 1.100 persone (molti i bambini) e sono stati toccati ben
45 località, incluse le più sperdute. La SAN GIUSTO, oltre ad essere sempre pronta a dare assistenza
sanitaria, ha effettuato nove missioni di trasporto da Darwin per INTERFET, con 65 giorni di navigazione,
a cui va aggiunto l'apporto molto importante degli elicotteri. I due G222 hanno effettuato 450 ore di volo
sulla medesima tratta, operando anche sulle piste più difficili, trasportando 4.250 persone e circa 200
tonnellate di materiale in supporto all'Operazione STABILISE in circa 120 giorni di attività.
Se si pensa che a terra operavano circa 260 militari, si è trattato di un lavoro enorme, svolto senza
ritardi. Da segnalare anche il qrosso lavoro fatto volontariamente, come la raccolta di fondi in favore
della popolazione locale e le ore dedicate all'attività umanitaria.
Non per niente, la popolazione locale ha avuto parole di grande apprezzamento per il contingente italiano,
rammaricandosi per la sua partenza. La presenza internazionale a Timor Est comunque non è terminata ma,
passata l'emergenza, le Nazioni Unite hanno dato vita alla missione UNAMET (United Nations Mission in Est Timor),
che ha il compito di proseguire l'attività di sorveglianza e aiuto alla popolazione.
Stante la situazione italiana, non era più possibile proseguire il nostro impegno a Timor Est, rivelatosi
molto importante nel periodo più difficile. Visto che dal punto di vista militare, non vi sono grossi
problemi, si tratterà ora di tenere sotto controllo la situazione e fornire il massimo aiuto a quelle
genti che, come ci sono apparse, sono pacifiche e laboriose.
I SIGNIFICATI DI QUESTA MISSIONE
La partecipazione all'INTERFET e stata per l'Italia un grosso sforzo. Nel passato, possiamo ricordare
le navi della Marina Militare andate a recuperare i "boat people" vietnamiti nel 1979 e la missione
dei carabinieri in Cambogia, ma si trattava di operazioni ben diverse. Con grande sacrificio e capacità
d'adattamento, i militari hanno operato lontanissimo dall'Italia, quando, fino al 1989, chi andava ad
esercitarsi in Norvegia era visto quasi come un marziano! Abbiamo dimostrato di saper operare bene in un
contesto del tutto nuovo e gli uomini sono stati magnifici.
Peccato che, proprio a causa della distanza, la missione ha avuto scarsa visibilità in Patria e,
per fortuna, è stato organizzato un volo con i giornalisti, a cui abbiamo avuto la possibilità di accedere
(Comunque a Timor ci saremmo andati lo stesso, essendo un'esperienza troppo importante), dovendo
ringraziare lo Stato Maggiore Difesa.
I tropici e la jungla sono realtà nuove per i militari italiani e, stante la situazione economica, non era
stato possibile avere nei magazzini l'equipaggiamento adatto. Come abbiamo già scritto, se si hanno
aspirazioni d'intervento globali, è indispensabile acquisire il materiale e fare l'addestramento per tempo.
Per esempio, dato che in Italia non esistono foreste tropicali, sarà necessario trovare un paese amico
dove sia possibile trovare questo tipo d'ambiente. Occorrerà disporre di un numero adeguato di uniformi
adatte, di calzature e via proseguendo, studiandole e scegliendole per tempo. Gli acquisti fatti in
emergenza, oltre a poter risultare inadatti, costano anche di più. Occorrono cose anche semplici ed
economiche, come zanzariere individuali e da brandina, cappelli, liquidi repellenti contro gli insetti e
via proseguendo, senza di cui la vita in quei luoghi, non solo è più scomoda, ma rischia di diventare
anche più pericolosa a causa degli insetti.
Per l'attività nella jungla e in estremo oriente, abbiamo fatto una preziosa esperienza; ora vediamo di
non mandarla sprecata e di non capire la filosofia che deve stare dietro a queste operazioni.
Gli uomini si sono sacrificati, tanto che alcuni hanno avuto un figlio e lo hanno conosciuto solo al loro
rientro, una cosa che pensavamo non succedesse più. L'Esercito nel 1999 ha dato tutto quello che poteva
dare, quasi a ribaltare l'eccessiva prudenza fatta registrare nel 1990, all'epoca della Guerra del Golfo.
Ora è assolutamente necessario poter disporre di fondi adeguati. I VM-90 dei paracadutisti, ad esempio,
o i VCC-1, evidenziavano chiaramente sintomi d'invecchiamento e logoramento. Un tempo se ne stavano in
caserma e uscivano solo per qualche esercitazione: ora sono impegnati in continuazione in missioni
all'estero. I VCC-1 che abbiamo incontrato, non solo sono vecchi di circa 20 anni, ma hanno fatto
il Libano, il Kurdistan, la Somalia e la Bosnia. I VM, vere spine dorsali della mobilità dei contingenti,
sono stati anch'essi già utilizzati in molte missioni e necessitano di sostituzioni e riparazioni.
I B-747 dell'Alitalia, inclusi quelli nella versione "cargo" e "combi", vanno bene per molte missioni ma
tutti attendono i nuovi C-130 J e l'aggiornamento dei vecchi C-130 H. Anche la Marina Militare ha bisogno
urgente di altre navi, sapendo che oggi non si dovrà più addestrarsi a dare la caccia a OTTOBRE ROSSO e
ad altre terribili macchine da guerra, ma si sono moltiplicati gli interventi operativi reali, come le
lunghe missioni - della durata di anni - nel Golfo e in Adriatico, senza dimenticarci di tutte le altre
attività, che vanno dalla protezione dei pescherecci alla lotta all'immigrazione clandestina, fino allo
sminamento in Adriatico.
Nessun paese occidentale ha fatto nel settore militare, i mutamenti compiuti dalle Forze Armate italiane.
Possiamo anzi dire che il paese ha ricevuto dai suoi militari più di quanto sia poi stato in grado di
gestire e ancora non si è reso conto dello sforzo immane che è stato compiuto. Mentre si attendeva
l'arrivo del volo, un nome correva nelle conversazioni: "Corigo", che poi sta per Repubblica
democratica del Congo o Zaire che dir si voglia. Potrebbe essere la meta per una nuova e
difficilissima missione a cui sarebbero chiamati i militari italiani. Per questo, se si arrivasse alla
decisione, che spetta ai politici, per un intervento, bisogna essere assolutamente pronti con
l'equipaggiamento e l'addestramento, sfruttando anche l'esperienza fatta a Timor. Non basta un cappello
e un machete per adeguare un equipaggiamento studiato per l'Europa e che, infatti, sta dando buoni
risultati, specie dopo gli ultimi adeguamenti, nei Balcani. Inoltre, purtroppo siamo certi che le cose in
Congo/Zaire, non potranno andare altrettanto liscie.
In conclusione, pensando di interpretare i sentimenti di tutti i lettori di RAIDS e dei visitatori del Bunker,
vogliamo anche noi ringraziare questi uomini per quanto hanno saputo fare: e lo spazio che abbiamo dedicato
alla missione, penso abbia fornito la misura della gratitudine per quanto hanno saputo fare, in circostanze non semplici.
Archiviando questo capitolo della storia militare italiana, pensiamo che si possa esprimere un
"Bravi e ben fatto!" che serve anche per ripagare da certe malevoli polemiche che si sono dovute
registrare in questi tempi.
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| UN LANCIO NELL'EMISFERO AUSTRALE
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I paracadutisti italiani non hanno voluto rinunciare, anche agli antipodi, a un bel lancio nel periodo
natalizio. Il capitano Franco Zanetti, ha indossato i panni di Babbo Natale ed è atterrato nello stadio
di Dili, dove era raggruppato anche un numeroso gruppo di bambini, a cui il personale del Gruppo tattico
FOLGORE, ha distribuito dolciumi e giocattoli, concedendo un momento di serenità dopo tante
sofferenze. Chiamatela attività CIMIC o PSY OP (da PSYcological Operations) ma in queste attività i
militari italiani sono insuperabili. Questa attività va aggiunta a molte altre, come le visite mediche,
effettuate fin nei più sperduti villaggi. Nel quartiere di Bokara uno dei più popolosi di Dili dove era
basato il contingente italiano, è stato attivato un ambulatorio che, a giorni alterni, offriva la sua
assistenza. Si tratta di iniziative simili a quelle che abbiamo visto nelle altre missioni all'estero.
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