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| MISSIONISECTION |
La Folgore in Libano
Creatisi i presupposti per un ritorno nel Libano della Forza Multinazionale costituita, previo accordo con le autorità locali, da Stati Uniti, Francia ed Italia e che già aveva prestato la sua opera nel martoriato Paese tra il 24 Agosto ed il 12 Settembre 1982.
Data la complessità della missione fu necessario costituire un contingente più numeroso e diversificato quanto a specializzazioni di quello che già era stato precedentemente impiegato, strutturato su tre battaglioni meccanizzati, uno fornito dalla Brigata paracadutisti "Folgore", uno di fanteria di marina del "San Marco" ed il terzo, il battaglione bersaglieri "Governolo" della Brigata '"Legnano" già esperto delle problematiche libanesi per aver fatto parte della missione "Libano uno".
Il contingente italiano, più conosciuto con la sigla ITALCON, fu posto al comando del Colonnello Franco Angioni.
Nella seconda metà del settembre 1982 furono allertati gli uomini del 1° battaglione carabinieri
paracadutisti ed un reparto del 9° battaglione d'assalto, che furono trasferiti mediante i C-130 della
46° Aereobrigata a Cipro. Successivamente, a Larnaka, i carabinieri si imbarcarono sul traghetto Canguro
Bianco, requisito per l'operazione, mentre gli incursori si imbarcavano sulla fregata Perseo.
Il settore italiano, circa 32 chilometri quadrati, si estendeva dalla linea di demarcazione
tra Beirut-est e Beirut-ovest (la tristemente nota "linea verde"), sino al mare, comprendendo i campi
profughi di Chatila e Bori el Barajne. Quest'ultimo doveva essere presidiato dagli uomini della "Folgore",
Chatila dai bersaglieri, mentre i marò del "San Marco" garantivano le spalle dello schieramento italiano,
presidiando la costa e le spiagge per garantire in caso di necessità una rapida evacuazione.
Considerando la pericolosità della zona da presidiare ed il particolare tipo di conflitto che vi si
svolgeva, basato soprattutto su improvvisi bombardamenti d' artiglieria e attentati di tipo
terroristico, particolari misure di sicurezza furono prese per garantire, ove possibile, l'incolumità
dei nostri soldati.
La composizione di ITALCON, studiata dagli Stati Maggiori e approvata dal Ministro della Difesa, era la seguente:
- Comando di raggruppamento - plotone carabinieri, con compiti di polizia militare
- compagnia comando e trasmissioni - reparto paracadutisti incursori
- battaglione paracadutisti - battaglione fanteria di marina
- battaglione fanteria meccanizzata - plotone esplorante - plotone genio - battaglione logistico
- ospedale da campo - sezione disinfezione e disinfestazione con una forza variabile, a seconda del periodo, fra i 1.200 e i 2.100 uomini.
Notevole, come si può rilevare, l'impiego di reparti forniti dalla Brigata "Folgore": dal settembre 1982 al marzo 1983 - 1° battaglione carabinieri paracadutisti "Tuscania"; dal marzo 1983 al luglio 1983 - 2° battaglione paracadutisti "Tarquinia";
dal luglio 1983 al novembre 1983 - 5° battaglione paracadutisti "El Alamein"; dal novembre 1983 al febbraìo 1984 - 1° battaglione carabinieri paracadutisti "Tuscania".
Compito principale del battaglione era il presidio di uno dei sottosettori nei quali la zona di pertinenza italiana era stata suddivisa, un'area particolarmente delicata, densamente popolata per la maggior parte da musulmani sciiti e nel cui ambito si trovava il campo profughi di Bori el Barajne, che ospitava migliaia di palestinesi.
L'ordine di rimpatrio giunse il 16 febbraio: ordinatamente furono abbandonate le posizioni tenute per diciotto mesi, e transitando per una Beirut semidistrutta.
Si chiudeva così la missione "Libano due", nel corso della quale i nostri soldati, messi a confronto con dei professionisti della guerra quali i Marines americani o i Paras francesi, seppero guadagnarsi stima e ammirazione in campo internazionale.
RIEPILOGO Scortate dalla fregata Sagittario, le tre navi - i trasporti della marina militare Grado e Caorle e il traghetto civile Buona Speranza, che avevano
lasciato Brindisi cinque giorni prima - attraccarono nel porto di Beirut alle 10 in punto del 26 agosto 1982 e, in meno di un ora, l'intero corpo di spedizione italiano - formato dai 900 bersaglieri del battaglione Governolo - era schierato in ordine perfetto, elmetto bianco con piume nere, divisa cachi a maniche rimboccate, fucili mitragliatori impugnati, sullo stretto e polveroso molo numero 5: in testa, accanto al tricolore, il comandante, tenente colonnello Bruno Tosetti.
Così, per la prima volta dal 1945 - trentasette anni, tre mesi e diciotto giorni dopo la fine della seconda guerra mondiale - un reparto in armi della repubblica italiana era uscito dai confini del Paese ed era andato in Libano in missione speciale a fianco dei contingenti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia come forza multinazionale di pace su uno dei fronti più tormentati e insanguinati di questo secolo.
Nello spazio di due sole settimane la missione del Governolo a Beirut - chiamata in codice "Libano 1" - raggiunge in pieno l'obbiettivo di proteggere l'esodo dalla capitale libanese del capo palestinese Arafat e del suo esercito.
Senza incidenti di rilievo, senza perdite umane e in anticipo su tutte le previsioni, 13.000 palestinesi vengono accompagnati dalle nostre forze al confine con la Siria,
nei porti siriani e nell'isola di Cipro. Nei confronti dei parà francesi, dei marines americani e degli ussari inglesi, i bersaglieri del Governolo vincono una prima battaglia, quella dell'efficenza:
"Noi contavamo molto sulla vostra presenza - dice un ufficiale siriano al colonnello Tosetti - con gli americani il disimpegno
in questa zona sarebbe stato difficile e nemmeno con i francesi tutto sarebbe filato liscio".
L'operazione "Libano 1", iniziata in Italia il 20 agosto 1982, si conclude il 12 settembre col rientro del Governolo, via aerea, all'aeroporto di Cameri, presso Novara, e il capo di stato maggiore del III corpo d'armata, generale Rinaldo Santini, può dichiarare in una conferenza stampa: «Il comportamento dei nostri ragazzi, che anche il mediatore americano Habib ha definito esemplare, è la dimostrazione che i soldati di leva, i cosiddetti soldatini, quando sono bene inquadrati sanno fare il loro dovere... ». Ed è proprio dalla difficile prova del Libano che l'Italia scopre di avere un esercito moderno, capace - almeno in alcune sue componenti speciali - di svolgere compiti delicati che richiedono estrema decisione, qualità organizzative e abilità diplomatica.
Il corpo di spedizione italiano ha appena rimesso il piede in patria quando avviene in Libano una spaventosa tragedia che richiederà nuovamente l'impiego della forza multinazionale di pace. La sera del 16 settembre 1982 - un giorno che sarà ricordato come "il giovedì nero del popolo palestinese" - reparti di miliziani, probabilmente falangisti della capitale ai quali si sono uniti estremisti che collaborano con Israele, circondano i campi profughi di Sabra e Chatila, alla periferia meridionale di Beirut fra la città e l'aeroporto. Poi irrompono nella sterminata distesa di baracche e di catapecchie: per due giorni interi, senza tregua, donne e bambini vengono uccisi sul posto, tutti gli uomini validi sono abbattuti a raffiche di mitragliatrice, decine e decine di case sono distrutte con i razzi. Il bilancio è allucinante, oltre 600 morti.
Già la mattina del 19 settembre il ministero italiano degli esteri annuncia che, in seguito al passo compiuto presso la segreteria generale delle Nazioni Unite dai governi francese e americano. l'Italia è pronta ancora a partecipare a una forza interriazionale di pace con il compito di assicurare l'incolumità della popolazione nella capitale libanese. L'Italcon - il nuovo contingente italiano affidato al comando del generale Franco Angioni, cinquantenne, che ha già coordinato l'operazione "Libano 1" - è
costituito da due battaglioni, uno paracadutisti del 9° Col Moschin e uno fanteria di marina del San Marco che sarà poi rinforzato dal battaglione bersaglieri meccanizzato Governolo. In totale, 8345 uomini sbarcano a Beirut dalle navi Grado, Canguro Bianco e Staffetta Jonica nella tarda mattinata del 26 settembre 1982: l'ordine gli è giunto, in cifra, dal Comitato politico militare composto dagli ambasciatori dei tre paesi che partecipano alla forza di pace e diretto dal presidente del Libano, Amin Gemayel.
Comincia così l'operazione "Libano 2". A mezzogiorno e trenta i reparti dell'Italcon, in fila per tre e
guidati dal generale Angioni che marcia, solo, in testa alle colonne, si dirigono attraverso la città
devastata, in un silenzio spettrale interrotto soltanto dalle cupe esplosioni delle artiglierie e dalle
scariche secche dei Kalashnikov, alla zona che dovrà essere presidiata dalle nostre forze: è il settore
di mezzo tra quello francese e quello americano, dove c'erano già stati i bersaglieri del "Libano 1", uno spazio immenso, dal mare alle colline che salgono ai monti dello Chouff, densamente popolato da musulmani e grandissima parte da sciiti. Qui si trovano tre campi - Sabra, Chatila e Borj-el-Barajne ma, all'ultimo momento, Sabra è assegnato ai francesi.
Anche se del nostro contingente fa parte una compagnia di sessanta-settanta specialisti del coltello e del plastico, delle imboscate e delle incursioni contro posti comando - e questo può apparire una ostentazione eccessiva di forza - il compito che nel settore di mezzo gli italiani dovranno svolgere è tutt'altro che facile: i campi, gremiti di gente impaurita fra la quale si nascondono provocatori, debbono essere protetti da attacchi improvvisi che possono arrivare da qualsiasi parte e in qualunque momento e questo senza ricorrere all'impiego dei cannoni da 105 o agli sbarramenti di mortai per cui bisogna fare quello che diceva, in circostanze analoghe, Theodore Roosevelt «Portare un grosso bastone e parlare dolcemente».
Pertanto,la vita di soldati e ufficiali del contingente è dura: dodici ore consecutive di guardia, libera
uscita ridotta a una passeggiata nei dintorni del settore (e soltanto dalle 8 alle 12 del mattino, a turni di
venti uomini per battaglione). In compenso la paga è buona: in media un soldato guadagna sui 1500
dollari al mese (al generale Angioni ne toccano 2327, al netto) dei quali 500 versati con assegno e il
resto in contanti. Un soldato incassa 51 dollari al giorno, un sottufficiale fra i 53 e i 60, un colonello 78,
da questa somma i furieri detraggono, secondo il regolamento 5256 lire al giorno per i pasti. Ma a
Beirut ci sono poche possibilità per spendere (il cinema, qualche pizza, le radioline giapponesi) e
quindi tutti fanno risparmi per andare poi a trascorrere un week-end distensivo a Larnaca nell'isola di
Cipro. Quando gli uomini del contigente non sono impegnati nel servizio si esercitano al tiro o fanno
attività ginnico-sportive e vivono comunque con molto impegno la loro missione.
Bene informati (ogni giorno ricevono i quotidiani che arrivano dall'Italia con la carne, la verdura, l'olio, la farina),
preparati sul compito da svolgere (prima di partire sono state loro impartite vere e proprie lezioni sul Libano e
sul Medio Oriente), bene addestrati (si tratta,dei tre fra i migliori corpi del nostro esercito),
a Beirut mostrano, come annota "The Financial Times", «il volto di un'Italia efficiente e seria».
Visto in Libano infatti, l'esercito italiano è ben diverso dall'immagine tradizionale fornita dal cinema,
dalla letteratura e dal giornalismo e regge ottimamente il confronto con i marines statunitensi e i légionnaires francesi,
le tende da campo funzionano, le divise dei soldati sono stirate ed eleganti, gli scarponi di cuoio grasso non lasciano filtrare l'acqua,
il rancio è gustoso e uguale per ufficiali e soldati (pasta, carne, verdura, pane fresco confezionato dal forno da campo,
dolce, caffè e liquore), gli automezzi sono lucidi e le armi nuove (i libanesi che, purtroppo, se ne intendono,
sono affascinati dal mitra d'assalto Beretta Sc 70).
Con questa presenza italiana la vita riprende, seppur lentamente, nei campi di Chatila e Borj-el-Barajne: sono certezze e costanti punti di riferimento, per i palestinesi profughi, le ventun postazioni fisse italiane, le otto pattuglie mobili, le ambulanze che sostano agli incroci pronte ad intervenire; con le loro bandierine tricolori che sventolano sulle antenne radio, ma anche con le mitragliere puntate a scoraggiare qualsiasi tentazione aggressiva, il contingente italiano di pace entra così a far parte di una realtà prima inesistente, che garantisce aiuto e sicurezza. Non per nulla, nella casbah di Borj-el-Barajne, dove nessun falangista e israeliano è riuscito a entrare nemmeno dopo gli eccidi di Sabra e Chatila, è stato scritto col gesso: "Only ltaly", soltanto italiani.
In questo campo e in quello di Chatila non dimenticano che il nucleo bonifica del contingente ha lavorato bene e a fondo fin dal primo giorno della missione per disinfettare il terreno da ogni tipo di ordigni mortali che fanno strage specie fra i bimbi:
migliaia di bombe antiuomo vengono disattivate, colpi di mortaio, granate di artiglieria, razzi anticarro e anche bombe da una tonnellata; soprattutto gli artificieri italiani rendono innocue le micidiali
"cluster-bombs" a frammentazione: sono grappoli di mini ordigni che si spargono all' intorno, seminando la morte, quando si apre un contenitore lanciato dagli aerei,
che ne raccoglie 360, o scoppiato da un proiettile d'artiglieria che ne porta 80.
Per i soldati del contingente le distrazioni sono rare, ma a metà di marzo del 1983 la compagnia teatrale di
Walter Chiari e Ivana Monti approda a Beirut con uno spettacolo di successo, "Il gufo e la gattina".
E' la sera di martedi 15 marzo, i due attori stanno recitando al centro di un tendone da circo, circondati da
un migliaio di soldati (c'è anche il generale Angioni con lo stato maggiore). Manca poco alla fine del primo atto e sono le 22:10
quando a meno di un chilometro di distanza avviene un attentato a una nostra pattuglia con lancio di bombe: un soldato è colpito a morte, tre suoi compagni rimangono feriti e, durante la ricognizione per individuare i terroristi, un gruppo di incursori paracadutisti è a sua volta attaccato e due uomini rimangono feriti, uno gravemente.
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La vittima è Filippo Montesi, 20 anni. di Fano, militare di leva nel San Marco, raggiunto da una
scheggia alla spina dorsale. Sa che non si salverà ma è coraggioso «Se muoio, se va male, pazienza - dice
al generale Angioni - Ma voglio essere operato, non rimanere tutta la vita su una carrozzella». Poi
chiede come stanno i suoi compagni feriti, i marinai Luigi Fiorella e Salvatore Conciatori.
Trasportato in ospeda1e a Roma. Filippo Montesi muore pochi giorni dopo, il 22 marzo:
dopo quasi quarant'anni di pace l' Italia ha ,con lui, il primo caduto di guerra.
Un'anno dopo la morte del soldato Montesi si conclude la missione dell'Italia in Libano col dono
ai palestinesi dell'ospedale da campo: al momento della consegna, gli ufficiali medici ritirano i registri
dove hanno annotato in diciassette mesi i nomi degli assistiti (senza indicazione di comunità, religione,
censo o razza) e il numero corrispondente all'ultimo nome è 64.483.
Il 26 febbraio 1984, sotto pioqqia battente, il contingente sbarca a Livorno dove è accolto dal presidente
della Repubblica, Pertini, e da una marea di folla commossa e festante. E' una cerimonia fuori dall'ordinario,
che sottolinea come "l'esperienza Libano" entri di diritto nell'archivio storico delle nostre forze armate.
Angioni appunta il distintivo del contingente sul bavero della giacca di Pertini: «L'ho già dato a oltre ottomila
soldati - dice - credo di poterlo dare anche a Lei».
In questo momento la vita del contigente finisce: sono le 14:30 del 26 febbraio 1984.
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GENERALE FRANCO ANGIONI
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Franco Angioni, di origine sarda, nasce a Santa Marinella (Roma) il 25 agosto 1933. Sedicenne, Angioni è alla Nunziatella e di qui la sua carriera nell'esercito si dipana rapida: divenuto comandante degli incursori, va negli Stati Uniti dove frequenta la scuola dei Rangers, passa in Canada agli studi strategici dello Staff College e segue infine un corso di guerra elettronica in Gran Bretagna. Quando torna in Italia
Angioni ha 32 anni, si sposa e poi affronta la scuola di Guerra per diventare ufficiale superiore: è nel 1974 che riceve l'incarico di costituire corsi di
ardimento e che raggiunge il grado di colonnello. Divenuto capo dell'ufficio operazioni dello stato maggiore dell'esercito, ha il suo primo contatto col Libano nel 1979 quando
l'Italia invia uno squadrone i di elicotteri a Nakaura, sul confine con lsraele, per integrarlo al contingente
dell'Onu che fa da tampone fra la frontiera israeliana e i fedayn palestinesi. Il colonnello Angioni è incaricato del controllo
operativo della missione ed è naturale quindi che più tardi venga scelto per seguire tutte le fasi
preparatorie di "Libano 1" e che poi, col grado di generale, gli sia affidato il comando delle nostre forze
destinate alla ben più lunga e impegnativa operazione di "Libano 2".
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