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Operazione “Haven Denial”
del Cap. Paolo Fanin Tratto da Congedati Folgore
9 luglio 2003, Caldo! Caldo torrido! e sabbia che si infila dappertutto. Sono queste le costanti che accompagnano le colonne di mezzi della Task Force “Nibbio” mentre, nel pomeriggio di domenica 3 luglio, dalla base “Salerno” – così gli Americani hanno battezzato la locale Forward Operational Base - attraversano la regione di Khost per raggiungere le zone assegnate per condurre l’operazione “Haven Denial”.
Questa operazione, condotta in coordinazione con le truppe USA, si prefiggeva lo scopo di interdire, nella turbolenta zona orientale del Paese, le attività di Al Qaeda e dei Talebani contro le forze della Coalizione.
In particolare, i nostri Paracadutisti hanno avuto il compito di prevenire movimenti illegali da e per il Pakistan, di recuperare e distruggere armi e munizioni e nel contempo ricercare il consenso della popolazone locale per supportare le attività della GCTF (Global Counterterrorism Task Forces).
Le autocolonne si sono mosse con la tecnica del Ground Assault Convoy, messa a punto dai Sovietici durante la loro avventura afghana, che consiste nel far muovere insieme un cospicuo numero di mezzi tattici dotati di una vasta gamma di armi di accompagnamento: in questo modo sono in grado di raggiungere velocemente un’area predeterminata ed occuparla per il successivo allestimento di posti di blocco, essendo nel contempo in grado di reagire autonomamente ad ogni tipo di minaccia.
Nel caso in cui la minaccia si rivelasse superiore alle capacità di reazione della colonna, la presenza di un FAC (Forward Air Controller) nella colonna stessa permette di richiedere e gestire al meglio le necessarie missioni CAS (Close Air Support) fornite dalle forze aerotattiche della Coalizione.
La fase condotta dell’operazione è stata ovviamente preceduta da una lunga fase di pianificazione, necessaria a svolgere le ricognizioni dell’area e a coordinare le varie pedine che si sono mosse sul terreno.
L’operazione, infatti, ha visto l’impiego di tutti gli assetti della Task Force “Nibbio”: circa 300 Paracadutisti del 187° Reggimento “Folgore”, con unità specializzate di artificieri, team del 185° Reggimento acquisizione obiettivi, incursori del 9° Reggimento d’assalto “Col Moschin”, nuclei per le rilevazioni nucleari biologiche e chimiche e team medici.
Sono stati impiegati circa 50 VM-90 nelle varie versioni, tra cui quella equipaggiata per la guerra elettronica.
La zona assegnata al contingente italiano è caratterizzata da un paesaggio aspro e ostile, con vegetazione quasi assente, corsi d'acqua a carattere torrentizio (normalmente secchi ma pronti a trasformarsi in impetuosi torrenti in occasione delle brevi ma violente precipitazioni caratteristiche di queste latitudini) e viabilità garantita da piste e mulattiere, dato che l’unica strada asfaltata è quella che collega la città di Khowst con Gardez.
Sommando a questi fattori il caldo (con temperature che arrivano facilmente ai 40°) e l’altitudine (tra i 1200 e i 1600 metri sul livello del mare), si intuiscono facilmente le difficoltà che i militari devono affrontare, tenendo anche conto del fatto che le attuali misure di sicurezza impongono l’obbligo di indossare sempre l’elmetto ed il giubbetto antiproiettile al di fuori della base.
La zona di operazione è stata divisa in tre settori, uno, a ridosso del confine pakistano, sotto la responsabilità delle forze speciali (9° Reggimento d’assalto “Col Moschin” e Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare), gli altri due affidati a una compagnia paracadutisti della Folgore e una compagnia alpini paracadutisti del Battaglione “Monte Cervino”.
Il movimento verso le rispettive aree, come accennato, si è svolto autonomamente in colonne a livello compagnia, coordinato dal Comandante del 2° Battaglione dell’187°, Magg. Borghesi, che ha costituito il Posto Comando sul terreno, mentre il Comandante dell’187°, Col. D’Apuzzo, comandante della parte italiana dell’operazione, ha costituito il proprio Posto Comando nella base “Salerno”, dove si è potuto avvalere di tutti gli assetti già esistenti, monitorizzandoli da una sala operativa tramite un centro trasmissioni (che ha garantito i collegamenti con tutte le unità sul terreno, cosa non semplice a causa della compartimentazione dello stesso).


Parà della Folgore impegnati nella missione "Heaven Denial" in Afghanistan.
Gli itinerari scelti hanno messo a dura prova i mezzi impiegati, ma fortunatamente non si sono registrati seri inconvenienti, pur avendo percorso centinaia di chilometri in pochi giorni su vari e difficili tipi di terreno.
Durante gli spostamenti sono stati attraversati diversi villaggi e piccoli centri abitati: in tali occasioni molti ragazzini si sono avvicinati ai nostri veicoli, dapprima con diffidenza, poi, quando i nostri militari hanno cominciato a distribuire spontaneamente cibo e preziosa acqua minerale (data la scarsità di acqua in queste zone), con entusiasmo e curiosità.
Questa iniziativa ha contribuito a dissipare il velo di diffidenza che una popolazione prostrata da decenni di guerre mostra nei confronti di personale straniero in uniforme. Lo stesso scopo ha ottenuto un team inviato nel villaggio di Elmarat allo scopo di distribuire viveri e medicinali e fornire cure mediche, necessità quanto mai sentita dal momento che le strutture sanitarie locali sono poche e non in grado di prestare assitenza a tutta la popolazione.
Altro risultato importante che occorre sottolineare è che i medici del nostro contingente riescono, dopo pazienti tentativi e grazie all’aiuto del nostro personale militare femminile, a prestare cure mediche alle donne locali, vincendo un tabù culturale che di fatto negava ogni tipo di assistenza medica alle donne.
L’attività operativa si è concretizzata nella costituzione di posti di blocco su punti di obbligato passaggio, attivi per qualche ora e quindi rimossi e riattivati in un altra zona, per evitare che la loro dislocazione diventasse troppo nota.
Un particolare momento di tensione è stato vissuto quando, poi, i nostri militari si sono imbattuti in un posto di blocco illegale dedito al taglieggiamento della popolazione locale.
Dopo averlo “cinturato” e messo sotto tiro, hanno ingiunto agli occupanti di consegnare le armi e sgomberare, cose che hanno fatto senza alcuna reazione, vista evidentemente la mala parata.
L’operazione è durata in tutto 5 giorni, la più lunga attività continuativa svolta dal Contingente italiano fino ad oggi.
Le aree di bivacco per le notti, controllate preventivamente dai nuclei EOD assegnati ad ogni colonna (la zona è una delle più minate dell’Afghanistan), sono state scelte tenendo conto delle possibilità di difesa e sono state organizzate mettendo in atto tutti gli accorgimenti tattici necessari a garantire la sicurezza del personale e dei materiali (vigilanza continua con visori notturni, posti di osservazione ed allarme su punti dominanti, concertina stesa intorno al perimetro, luci IR sui mezzi per l’identificazione aerea, ecc...).
Durante le ultime due notti, violenti acquazzoni hanno impedito il riposo ai nostri militari, oltre ad aver ingrossato i corsi d’acqua della zona, rendendo difficoltoso il loro guado (vista l’inesistenza di ponti) ed impedendo lo svolgimento di un’altra attività pianificata di distribuzione di viveri e di assistenza medica in un villaggio rimasto isolato dalla piena di un fiume.
Quest’ultima attività è stata “recuperata” qualche giorno dopo, in condizioni ancor più critiche: il violento acquazzone, infatti, ha provocato il parziale crollo della moschea e la morte di alcuni fedeli che stavano pregando al suo interno.
L’aiuto fornito dai nostri militari è stato molto apprezzato ed ha meritato la riconoscenza della popolazione.


(Sopra)
Paracadutisti controllano mezzi e persone in uno dei tanti posti di blocco.
(Sotto)
Paracadutisti del 187° Rgt. su VM 90 dotato di mitragliatrice Browning 12,7 mm in ricognizione.
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