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MISSIONISECTION
Paracadutista del 187° Reggimento Par. Folgore a Timor Est Conclusioni
sull'operazione
Stabilise a
Timor Est

A cura del Gen. D.Dott. Osvaldo Cucuzza

  Gran parte del territorio su cui si è sviluppata l'operazione "Stabilise" comprende la parte orientale dell'isola di Timor, l'enclave di Ambeno-Oecussi e Atauro, l'isola a nord di Timor Est.
Con il termine gran parte si vuol semplicemente indicare quella superficie che ha visto la presenza dei soldati impegnati in prima linea, senza togliere invero alcun merito a chi ha operato dietro le quinte e, in particolare, per quanto attiene gli italiani, al Gruppo Avanzato di Sostegno (Forward Support Group), di stanza a Darwin in Australia, dove il continuo impegno logistico per gestire i movimenti del personale e dei materiali da e per l'Italia o nella tratta Darwin-Timor non ha conosciuto soste. Gli operatori della Logistica da sempre sanno bene che il successo del loro lavoro significa successo per l'operazione, ma che probabilmente la loro esistenza rimarrà misconosciuta ai più.
Mentre, nella stessa località australiana, il Centro Amministrativo d'Intendenza (Cai) si occupava delle delicate attività contabili e contrattuali per gli approvvigionamenti in loco, per il pagamento delle indennità di missione o per le altre operazioni del settore finanziario interforze, la parte principale della Forza Armata, come indicato, operava sul territorio isolano con base in un istituto scolastico di Dili, la capitale di Timor Est. Inizialmente coordinato e poi monitorizzato da una cellula italiana diretta da un Ufficiale Generale, il cuore operativo ha visto, in sintesi, un gruppo tattico - o, all'inglese, task force - formato da reparti del 187° Reggimento paracadutisti e incursori della Brigata "Folgore", carabinieri del "Tuscania", trasmettitori del "Leonessa" e altri elementi di Forza Armata, tutti inquadrati in una Brigata Multinazionale di staff a maggioranza neozelandese.
Ingrandisci Per completare il quadro italiano interforze che ha preso parte alla coalizione, alla componente terrestre si sono affiancati la nave da trasporto "S. Giusto", con elementi del battaglione "S. Marco" e del "G.0.I." del "Comsubin" per la nostra Marina Militare, nonché due velivoli da trasporto G-222 della 46ª Brigata Aerea dell'Aeronautica Militare. Va aggiunto, per completezza, che i trasferimenti verso il teatro hanno visto protagonisti anche 2 velivoli C-130 e un B-707 dell'Aeronautica Militare, un B-747 dell'Alitalia e una nave cargo della Marina Mercantile.

Rivolgendo lo sguardo alle caratteristiche orografiche del teatro, una catena montuosa percorre Timor Est in senso longitudinale, formando una stretta linea costiera nella parte a nord con dorsali spesso a picco sul mare, mentre, nella parte meridionale, offre ampie verdi pianure e distese di mangrovie. Numerosi letti di corsi d'acqua, per lo più a carattere torrentizio, scavano profondamente le valli ostacolando i movimenti verso oriente. Le caratteristiche morfologiche hanno, infatti, permesso lo sviluppo di due sole principali vie di comunicazione con capacità ognitempo, la costiera a nord e una seconda parallela a sud. Le vie principali si collegano attraverso strade perpendicolari di minore importanza, impervie e sicuramente dipendenti dalle condizioni meteorologiche. Purtroppo, a dimostrazione dell'instabilità delle minori rotabili, la prima vittima militare dell'operazione "Stabilise" è stata proprio causata da un incidente automobilistico avvenuto per il cedimento del manto stradale durante il passaggio di un mezzo pesante neozelandese. I condizionamenti che emergono da tale panoramica si possono brevemente riassumere con una lista di restrizioni causate dal terreno:

  • Alle comunicazioni VHF e UHF e, in occasione dei numerosi cataclismi atmosferici della stagione monsonica, a quelle HF.


  • Ai movimenti canalizzati unicamente lungo le rotabili e, spesso, totalmente impediti durante il tempo inclemente.


  • Al materiale collegamento tra le forze sul terreno che, allorché isolate, risultano irraggiungibili persino con l'impiego di elicotteri.


  • Al sostegno logistico dei reparti nella parte meridionale, che non presenta porti direttamente utilizzabili dalle navi militari né aeroporti completamente affidabili.


  • Per altro verso, sul piano della minaccia umana, l'aspetto sicurezza delle truppe, sin dall'inserimento della forza di pace Interfet (International Force in East Timor), è apparso meno condizionante. Vuoi per la rapidità dello spiegamento nel territorio sino alle regioni più remote con la cosiddetta tecnica delle "macchie d'inchiostro", vuoi per il ritiro da Timor Est delle truppe regolari del Tni, l'esercito indonesiano, senza dimenticare le pressioni internazionali sul governo di Giakarta per la cessazione del sostegno clandestino alle forze miliziane. Di fatto, nonostante il presunto rischio di possibili attacchi ad Interfet da parte della milizia, una vera minaccia alle forze di pace non si è materializzata. I maggiori incidenti sono riconducibili a due attacchi a giornalisti occidentali il 21 settembre, giorno successivo allo spiegamento dei primi soldati, in cui ha perso la vita un reporter olandese.
    Dal punto di vista dell'intelligence, tali attacchi e altri episodi di saccheggio e furto ai danni dei rifugiati hanno comunque immediatamente evidenziato il legame tra i gruppi miliziani e alcune unità dell'esercito indonesiano, elemento che ha fatto emergere nella collaborazione tra Interfet e Falintil (gruppo indipendentista combattente del movimento politico di resistenza timorese Cnrt) un punto di forza per la conoscenza e sconfitta delle forze miliziane. La valutazione informativa della minaccia di Interfet ha, peraltro, sempre evidenziato una certa presenza di gruppi clandestini
    anti-indipendentisti nel teatro d'operazioni. Tuttavia, il rapido ritiro del Tni dalla parte orientale dell'isola e la giustificata ritrosia degli elementi che in qualche modo avevano avuto legami con le milizie a rientrare nella zona orientale hanno reso possibile il mantenimento di un adeguato livello di sicurezza in tutto il territorio di Timor Est.
    I rischi maggiori sono invece affiorati nel settore sanitario per il difficile e malsano ambiente tropicale ad alto tasso di umidità in cui la coalizione è stata chiamata ad operare. La profilassi vaccinale contro l'encefalite giapponese, la difterite e l'epatite ha sicuramente dimostrato la sua validità, ma l'insorgere di parecchi casi di malaria nelle zone di confine o di febbre "Dengue", anche fra le forze italiane, non ha certamente contribuito a mantenere sempre alto il livello morale.

     
      LA MISSIONE
    Dopo un primo delicato periodo (denominato parte prima dell'operazione "Warden" dagli australiani), in cui forze speciali hanno acquisito le necessarie informazioni per la valutazione della situazione, la data del 20 settembre 1999 segna l'ingresso dei primi soldati australiani in Dili sotto il comando dell'Australian Deployable Joint Force Headquarters che si trasformerà poi in Comando Interfet. Con la successiva rapida immissione in teatro di reparti neozelandesi, inglesi, coreani, tailandesi e filippini, verso la prima metà di ottobre, si entra nel vivo dell'operazione "Stabilise", quando la responsabilità di Timor Est viene suddivisa tra:

  • Un Comando Brigata su base australiana in "prima linea" a ovest, in corrispondenza delle regioni di confine.


  • Un Comando centrale di Brigata Multinazionale su base neozelandese denominato Dili Command (che alla fine dello stesso mese accoglie tra le sue file il gruppo tattico italiano della "Folgore").


  • Le forze speciali di risposta, Respfor, al centro sud.


  • I contingenti filippino, tailandese e coreano nella parte più orientale.


  • Uno strumento così variegato non poteva che avere organismi di staff multinazionali, e così è stato per Dili Command che, oltre ad avere un Comandante di Brigata neozelandese e un vice italiano, inquadrava ufficiali e sottufficiali australiani, brasiliani, danesi, inglesi, irlandesi, italiani, kenioti, malesi e, ovviamente, neozelandesi.
    Nell'ambito della missione di Interfet, nel quadro del mandato conferito dalla risoluzione Onu n. 1264 del 15 settembre 1999, Dili Command doveva assumere la responsabilità per il coordinamento della sicurezza nell'area denominata "Citadel" dalle ore 18 del 13 ottobre, al fine di favorire l'ampliamento delle operazioni in Timor Est da parte delle forze di Interfet.
    Per assolvere la missione, le forze che Dili Command ha avuto a disposizione si sono avvicendate nel tempo in relazione ai diversi arrivi in Teatro dei contingenti, per cui settori e responsabilità hanno subito diversi aggiustamenti.
    In linea di massima, la parte centrale di Dili, dove erano dislocati i Comandi di Interfet, Dili Command, quello della Polizia, delle Nazioni Unite e la maggior parte dei rappresentanti "Senior" delle varie nazioni partecipanti, è stata affidata ad una batteria d'artiglieria paracadutisti australiana e alla Polizia Militare che ha anche assunto la responsabilità di un Centro di Detenzione per il personale sospettato o macchiatosi di crimini avvenuti durante i disordini.
    Il gruppo tattico della "Folgore" ha invece assunto la responsabilità del settore orientale dell'area "Citadel" che comprendeva una parte della capitale e un'ampia zona collinare con remoti villaggi spesso irraggiungibili in caso di maltempo.
    La rimanente porzione occidentale di "AO Citadel", eccetto la zona aeroportuale, l'eliporto, l'ospedale da campo francese, e altri punti particolari, hanno visto protagonista il 5/7 RAR (Royal Australian Regiment), un reggimento meccanizzato australiano che in una fase successiva ha dato il cambio ai reparti di stanza lungo il confine con Timor Ovest, lasciando l'oneroso compito della Forza di Reazione Rapida ai reparti italiani e il controllo del territorio alle unità del Kenya giunte in teatro a gennaio. Il Royal Gurkha Regiment, reparto inglese inserito tra i primi in Timor dal vicino Brunei, ha variato per ben tre volte il settore di responsabilità acquisendo, alfine, il compito di mantenere una presenza sull'isola di Atauro (a 15 minuti di elicottero da Dili) sino all'arrivo della Polizia delle Nazioni Unite che, peraltro, ha assunto senza problemi tale responsabilità, data l'inesistente minaccia e la completa assenza di miliziani sin dai tempi dei disordini.
    Per la difesa delle zone aeroportuali o di altre aree sensibili e per il sostegno logistico in generale, altre unità australiane sono state affidate a Dili Command che ha provveduto alla loro gestione attraverso lo staff multinazionale.

    Il concetto operativo del Generale di Brigata neozelandese di Dili Command prevedeva un risoluto accentramento per la gestione e il coordinamento di tutte le unità dell'area "AO Citadel" presso la sala operativa in Dili. L'intenzione era di imporre, oltre ad assicurare un continuo monitoraggio, un costante controllo delle operazioni in un quadro di sicurezza, grazie al quale gli abitanti potessero pensare alla ricostruzione del Paese ricevendo, senza soluzione di continuità, gli aiuti umanitari internazionali, nonché di evitare conflitti di competenza tra le forze di differenti nazioni e mantenere, al tempo stesso, la garanzia di una rapida risposta in caso di minaccia ad Interfet.
    La combinazione di adeguati assetti per la protezione delle forze, il lavoro di intelligence ed una continua attività di pattugliamento, avrebbero inoltre permesso a Dili Command di mantenere un continuo dominio fisico e informativo dell'area. Il successivo arrivo di risorse disponibili avrebbe poi incrementato le potenzialità degli aiuti umanitari e favorito l'espansione delle responsabilità.
    L'obiettivo finale, o meglio, l'endstate dell'operazione, sarebbe quindi stato rappresentato dalla possibilità di garantire un adeguato livello di sicurezza per permettere ad un governo di transizione di guidare democraticamente il nuovo Paese. Alla luce del concetto sopraindicato, la condotta delle operazioni era articolata in tre fasi:

  • Assunzione delle responsabilità.


  • Espansione ed incremento dell'assistenza umanitaria.


  • Allargamento delle responsabilità al di fuori dell'area "AO Citadel" con immissione di altre unità sotto il controllo operativo di Dili Command.


  • Nell'assunzione delle responsabilità dell'area d'operazione il comandante intendeva porre particolare cura all'aspetto "guadagno della fiducia dell'opinione pubblica", nella considerazione che gli
    est-timoresi avevano visto nei soldati e loro affiliati della milizia le cause della rovina del Paese e che, quindi, ogni uniforme militare era vista con un certo sospetto. Far assumere come punto di riferimento per la nascita della nuova democrazia il soldato Interfet avrebbe invece favorito l'incremento della capacità informativa e, parallelamente, un miglioramento della sicurezza delle forze della coalizione.
    Se l'attività di pubblica informazione si poteva inserire nel quadro della "battaglia in profondità", e pertanto impostata da personale ed unità specifiche di ordinamento superiore, quella più "vicina" al livello delle possibilità operative della Brigata era incentrata sulla difesa dell'area vitale dei comandi, denominata Precint HQ, della zona delle comunicazioni, dei rifornimenti idrici, degli apparati logistici in genere e punti di imbarco/sbarco, nonché sulla custodia dei detenuti per crimini commessi dopo il referendum sull'indipendenza di fine agosto. Il controllo di dette aree avrebbe garantito quel mantenimento del sufficiente livello di sicurezza delle forze accennato in precedenza, favorendo un rapido ritorno alla normalità.
    Per l'identificazione della minaccia e la configurazione di adeguate contromisure, assumeva un'importanza fondamentale l'attività ricognitiva, la cui condotta veniva affidata spesso alle Forze speciali o ai Carabinieri nell'assunto che altre unità non avevano in realtà così profondamente radicata quell'esperienza nelle meticolose procedure per l'acquisizione di informazioni.
    Il perché del condizionale impiegato in alcuni paragrafi precedenti è presto spiegato: di fatto, quanto pianificato all'inizio ha subito diversi aggiustamenti e cambiamenti di programma dovuti, soprattutto, ad aggiornamenti intelligence che hanno fatto preferire opzioni diverse da quelle pianificate per le forze di Interfet, la cui missione era, ben vero, quella di fornire un ambiente sicuro ai timoresi, assistere l'Organizzazione delle Nazioni Unite, facilitare gli aiuti umanitari e favorire il passaggio ad un governo di transizione; ma aveva anche il fine - come d'altronde è stato assunto a paradigma in ogni operazione di pace - di garantire l'incolumità dei militari portatori di pace.

     


      Un VCC-1 dei paracadutisti dotato dotato di protezioni aggiuntive in attività tra le strade di Dili.

     
      LE ATTIVITÀ
    Sebbene i rapporti informativi sul TNI non rivelassero movimenti delle unità dell'esercito indonesiano al di fuori delle aree occidentali, appariva evidente e viva una certa attività di raccolta intelligence sull'operato di Interfet a Timor Est. Si riteneva, inoltre, che alcuni gruppi del "Kopassus", le forze speciali, addestrassero di nascosto le residue forze clandestine di miliziani che, nonostante tutto, avevano mantenuto una certa capacità operativa. Le principali esigenze per Dili Command si potevano pertanto riassumere nella necessità di:

  • Assicurare una cornice di sicurezza ai punti sensibili.


  • Mantenere un efficace collegamento tra le forze di Interfet all'interno dell'area "AO Citadel".


  • Condurre attività controinformativa.


  • Operare in un contesto di assoluta imparzialità anche nei confronti del Falintil che attuava, nel suo piccolo, misure di counter-intelligence.


  • Dopo l'analisi delle iniziali richieste del Comandante - passo che ogni intelligence staff deve affrontare per un'adeguata impostazione del piano di ricerca informativa - alle unità erano stati affidati specifici compiti per la raccolta dei dati utili a configurare le capacità, le possibili intenzioni, ovvero la minaccia in termini generali, che gli elementi pro-integrazione avrebbero potuto porre in essere nei confronti delle forze di Interfet nell'area "AO Citadel".
    Oltre alla valutazione dell'ambiente (terreno e meteo) per la stima dei condizionamenti all'andamento delle operazioni di Dili Command, la ricerca informativa era rivolta soprattutto a:

  • Composizione, dislocazione ed intendimenti di elementi del TNI, di Kopassus o della Polri, la polizia militare del TNI, eventualmente ancora presenti nell'area di responsabilità.


  • Attività in corso della residua milizia.


  • Attività intelligence in generale contro Interfet, modus operandi e intenzioni di coloro che circolavano liberamente a Timor Est, come il Cnrt, le organizzazioni umanitarie internazionali, governative o non, Onu, organizzazioni religiose locali (anche se ovviamente tutti pro-Interfet).


  • Situazione dei rifugiati e attività dei senzatetto.


  • Il prerequisito per il passaggio da un Paese che, tutto sommato, si trovava sotto il controllo di forze militari verso un'amministrazione democratica, ancorché di transizione, si traduceva, sostanzialmente, nell'impostazione e nel mantenimento dell'ordine pubblico, ed era proprio tale impegno a costituire il perno su cui ruotavano le attività dei reparti di Dili Command.
    Facilmente immaginabile, la principale di queste era di tipo ricognitorio, sia per una mappatura delle condizioni di sicurezza per la conoscenza delle esigenze di carattere umanitario. In tale contesto, il gruppo tattico "Folgore" ed il 5/7 Mech Regiment avevano indubbiamente i compiti più ardui, dovendo percorrere strade tortuose e, talvolta, impraticabili per raggiungere le remote zone rurali. Molte di queste ricognizioni abbinavano lo scopo della presenza territoriale a quello di fornire ai reparti del Genio indicazioni utili al lavoro di ripristino delle rotabili danneggiate dal maltempo.
    Sulla scorta dei dati acquisiti, Dili Command era così in grado di pianificare anche le scorte ai convogli umanitari svolte per la maggior parte dalle unità italiane lungo il percorso Dili-Bacau, in territorio controllato dal contingente tailandese. Allo stesso modo, i movimenti via autocarro dei rifugiati timoresi, dall'aeroporto ai centri di raccolta o da quest'ultimi ai loro villaggi d'origine, venivano facilitati dalle notizie acquisite sulla praticabilità delle strade e sulla sicurezza nell'area.
    L'accoglienza ed il controllo dei rifugiati, o IDPs (Internal Displaced Persons), e la sicurezza dei centri di raccolta hanno costituito le attività più delicate dal punto di vista del mantenimento dell'ordine pubblico per Dili Command. In occasione dell'arrivo di aerei o di traghetti da Timor Ovest, infatti, un gran numero di persone si radunava attorno ai punti di disimbarco, sia per verificare l'identità di parenti o amici, sia per indicare ai militari presenti - con reazioni non molto pacifiche - i sospetti miliziani che talvolta si mescolavano nel gruppo di profughi. In questo, il coordinamento con le organizzazioni umanitarie delle Nazioni Unite non ha sempre fornito buoni risultati, creando alcuni problemi quando a bordo delle navi venivano imbarcati, senza fornire alcuna indicazione ad Interfet, alcuni "casi speciali", ovvero persone che in passato avevano militato nel Tni o nell'amministrazione pubblica indonesiana. Attività parallela al controllo era quella investigativa condotta dalla Compagnia di Polizia Militare del Comando Brigata e, successivamente, detentiva che gli stessi militari realizzavano utilizzando una prigione di circostanza in cui venivano custoditi i presunti autori dei crimini commessi durante i disordini pre e post-referendum. In attesa della formazione di una Corte di Giustizia timorese e del passaggio alle autorità civili, i poliziotti militari, in prevalenza australiani e brasiliani, raccoglievano ogni notizia utile su schede individuali per gli archivi della Civpol, la Polizia Civile, allorché costituita.
    Gli interrogatori e gli schedari sui prigionieri hanno rivelato la loro utilità soprattutto per la scoperta di quei luoghi dei massacri dove ogni testimone era stato brutalmente eliminato.

    Se quanto sopra descritto, dopo il primo periodo di assestamento del Comando, era diventato attività di routine, ciò che ha invece provocato le maggiori turbative allo Stato Maggiore di Dili Command è individuabile nei cambiamenti di programma delle Nazioni partecipanti, nei ritardi dei Paesi nell'assunzione di responsabilità, nelle mancate autorizzazioni a svolgere determinate attività perché non concordate prima dell'inizio della missione o nelle interpretazioni sulle modalità esecutive. L'Italia, sotto questo aspetto, grazie alle tempestive informazioni ed all'attività di collegamento dei due Ufficiali nazionali presenti nello staff, nonché ai continui contatti del nucleo di coordinamento nazionale con il Comando Operativo Interforze di Roma, non solo ha lasciato trasparire una certa dose di flessibilità, ma ha spesso contribuito a risolvere problematiche scottanti.
    L'allargamento dell'area di responsabilità italiana, l'attribuzione di delicati compiti investigativi o l'invio di pattuglie al di fuori della giurisdizione operativa di Dili Command sono alcuni esempi di contingenze affrontate dallo staff multinazionale e risolte attraverso contatti telefonici tra il Rappresentante Nazionale e le Autorità Centrali della Capitale, spesso nottetempo. Ma altri minori episodi, che non richiedevano particolari autorizzazioni o pianificazioni di contingenza, hanno comunque reso incandescente la Sala Operativa di Dili Command dove l'assolvimento del compito di mantenimento dell'ordine pubblico era intimamente collegato alla priorità di salvaguardare l'incolumità fisica dei militari impiegati nell'Operazione "Stabilise".
    Numerosi disordini, invero, si sono verificati verso la fine del mandato, quando in Timor Est il numero della popolazione cresceva in seguito al massiccio rientro dei rifugiati ed il malcontento comune per la mancanza occupazionale aumentava. Episodi di ordinaria violenza tra i locali per rivendicazioni di proprietà o per accuse di presunta appartenenza alla milizia, spesso sfociavano in risse di gruppo che richiedevano l'intervento delle pattuglie militari quando le forze di polizia, responsabili in primis dell'ordine pubblico, non riuscivano a contenere l'esuberanza dei riottosi. Malgrado tutto, il solo incidente che ha provocato feriti tra i militari si è verificato in occasione di una manifestazione di protesta per il basso livello stipendiale dei dipendenti locali delle Nazioni Unite, quando un giovane, lanciando una pietra contro gli impiegati dell'Onu, ha colpito in viso per errore un soldato australiano impegnato nella cordonatura dell'edificio.
    Al di là degli episodi estemporanei che ogni operazione si deve aspettare anche in presenza di onnicomprensivi piani di contingenza, la giornata di Dili Command era cadenzata da attività abbastanza comuni a tutti i comandi in operazione:

  • Briefing del mattino al Comandante o Vice Comandante di Brigata da parte di ogni singolo componente lo staff, alle 7:30.


  • Direttive di dettaglio per la giornata, per la pianificazione futura o suggerimenti per l'esposizione dell'Ufficiale di Servizio del Comando al successivo briefing al Comandante di Interfet.


  • Eventuale emanazione di ordini (Opoders, Fragos, Warnings, ecc.).


  • Programmazione delle visite; pianificazione per l'ingresso in Teatro di nuove unità o per cambi di responsabilità.


  • Gestione delle contingenze; riunioni periodiche per l'emanazione di ordini e aggiornamenti di situazione.


  • Briefing serale sulle attività della giornata, alle 17:30.


  • Monitorizzazione delle attività dei reparti H-24.



  •  
      CONCLUSIONI
    L'operazione di pace a Timor Est ha evidenziato un'azione di comando alquanto dinamica, almeno per quanto riguarda le attività a Dili Command. È un aspetto alquanto interessante se si pensa che, in fin dei conti, una volta costituito il Comando e definite le aree di responsabilità, la fase esecutiva non avrebbe dovuto certo affidarsi al concetto di maneuver operation in senso lato, ma attestarsi su un tipo di operazione ancorata ad attività di routine. Anche in un contesto di consolidata staticità, tuttavia, il comando e controllo delle unità in subordine, per il rapido evolversi degli avvenimenti, è stato caratterizzato da considerevole fluidità, dovendo affrontare repentini cambiamenti decisionali e soddisfare diverse esigenze nazionali. Una metodologia operativa alquanto flessibile che ha costretto, è vero, lo staff a piani di contingenza sul tamburo variati in poche ore per aderire a eventi che ne stravolgevano la possibilità d'implementazione, ma che alfine ha ugualmente fornito la capacità di attagliare il dispositivo alle cangianti esigenze operative, grazie anche alla disponibilità di alcune nazioni contribuenti.
    La realtà di ogni reparto, che era al suo interno autosufficiente e disponeva di linee telefoniche fisse e sicure con Dili Command, ha permesso alla Brigata di mantenere un nucleo delle trasmissioni di pochissimi elementi. Inoltre, la peculiarità dell'organizzazione logistica, in gran parte devoluta agli australiani, alleggeriva il dispositivo, permettendo allo staff della Brigata di concentrare gli sforzi sui turni H-24 solo per il settore operazioni.
    Nel consuntivo sull'operato di Dili Command, le più significative "lezioni apprese" durante l'operazione "Stabilise" riguardano essenzialmente l'organico dello Staff e l'esperienza a livello Brigata di alcuni elementi chiave.
    Le peculiarità organizzative di alcuni settori, indicate nei paragrafi precedenti, e la particolare condotta delle operazioni hanno di fatto permesso un organigramma stringato che in altri tipi di Teatro avrebbe sofferto di limitazioni inaccettabili. Nello stato Maggiore di Dili Command operavano due Ufficiali italiani che, oltre a rientrare nei turni di servizio per la funzionalità della sala operativa, garantivano un adeguato collegamento con il gruppo tattico della "Folgore". Con una maggiore pressione operativa, va comunque detto che, per garantire l'operatività delle turnazioni, il personale impiegato non sarebbe dovuto scendere al di sotto delle tre unità. Inoltre, in termini nazionali, se al prerequisito della lingua inglese non si può ormai soprassedere all'interno di uno staff multinazionale, l'esigenza di elevare la conoscenza linguistica ai minori livelli diventa prerogativa desiderabile in considerazione della possibilità di impiegare piccole unità (pattuglie da ricognizione, nuclei antisommossa, ecc.) sotto controllo tattico di comandanti di madrelingua inglese.
    Anche se può apparire palese, il successo nella gestione delle risorse dello staff di Dili Command è dovuto al buon coordinamento del suo Capo di Stato Maggiore e un aspetto sicuramente positivo per l'intesa tra il Capo e il Comandante era offerto dal fatto che entrambi fossero della stessa nazionalità e provenissero dalla medesima formazione di Stato Maggiore. In questo contesto, per soddisfare determinate necessità procedurali, in impegni internazionali di questo genere, sarebbe stato peraltro auspicabile che almeno parte dello staff italiano avesse conseguito in patria l'idoneità alle funzioni di Stato Maggiore.
    Riguardo ai Quadri, malgrado l'impegno e la generale professionalità di molti, la carente esperienza al livello di Comando Brigata ha costretto l'intervento correttivo di chi ne possedeva le qualifiche. Se unità elementare più completa e più facilmente impiegabile per operazioni di questo genere sembra essere proprio la Brigata, appare opportuna l'idea di creare dei poli addestrativi, su modello anglosassone, per esercitare i Quadri a ricoprire incarichi a quel livello.
    È difficile negarlo: le note EQ svolte annualmente per "costringere" Ufficiali e Sottufficiali a "spremere" per una settimana le menti nella risoluzione di problemi operativi, impostate come lo sono attualmente, offrono risultati di basso profilo. L'esempio della Nato School di Oberammergau in Germania, che unisce il benessere del personale militare nei periodi di vacanza montana alla possibilità ricettiva per corsi ed esercitazioni dell'Alleanza, non risulterebbe poi così difficile da realizzare, soprattutto considerando l'esistenza di strutture militari in ottime condizioni che l'Amministrazione potrebbe alienare con il ridimensionamento delle Forze Armate.

    Ritornando, infine, a quanto attuato all'inizio dell'operazione "Warden", l'Australian Deployble Joint Headquarters, una volta inserita in teatro, come descritto, ha dato origine al Comando Interfet. La procedura adottata è abbastanza vicina al concetto Cjtf della Nato: si tratta di un Comando ad alta potenzialità operativa occupato permanentemente da personale con una certa esperienza di staff internazionale, che ruota ogni due anni, rapidamente schierabile perché provvisto di tutte le componenti base di comando, trasmissioni e logistica compresi vettori terrestri, aerei e navali per il trasferimento in teatro.
    A tale nucleo risulta più semplice aggiungere lo staff in rinforzo attagliandolo alle specifiche esigenze dell'operazione con la possibilità di creare anche un Comando multinazionale. Concentrando gli sforzi a livello di Comando Brigata congiunta, anche il nostro Paese potrebbe orientarsi verso un simile sistema. In conclusione, dall'esperienza di Timor, avendo osservato di persona l'efficienza ed efficacia dei Comandi Interfet e Dili Command, è parere dell'autore che, pur mantenendo fede ai progetti in corso per la ristrutturazione/ridimensionamento delle nostre Forze Armate, si dovrebbero riesaminare i concetti di impiego delle Forze di Proiezione, di Difesa, dei moduli operativi in auge al momento, rivolgendo maggiormente lo sguardo a quel futuro interforze da molti ancora poco compreso o accettato.

     


     (Sopra) Paracadutisti su VM 90 dotato di mitragliatrice Browning 12,7 mm in ricognizione.

     (Sotto) Paracadutisti di pattuglia a Timor Est.

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