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Khowst: la Brigata Folgore in Azione
di Fausto Biloslavo
Il fragore dell'esplosione arriva attutito alla mensa affollata della base avanzata Salerno, nell'Afghanistan orientale. Fra i paracadutisti della Folgore, che stanno consumando il rancio, qualcuno drizza le orecchie, ma non sembra un pericolo imminente. Invece pochi secondi dopo l'ululato lugubre e continuo della sirena fa scattare l'allarme di attacco nemico. I giovani parà scattano come molle: qualcuno ha già l'arma a tracolla, mentre altri vanno a recuperare sotto la tenda giubbotto antiproiettile ed elmetto. Tutti corrono verso i posti di combattimento o i bunker disseminati nella base. Trovo rifugio in un container interrato, assieme ad alcuni soldati italiani e americani, ma il primo ad arrivare è stato Alex.
È un pastore tedesco di tre anni, nato a Grosseto e addestrato, assieme agli altri tre cani del reparto cinofilo, per annusare esplosivi nascosti a bordo di automobili o camion. L'esplosione, che ha fatto scattare l'allarme, era stata provocata da un razzo schiantatosi nei pressi della vicina base Chapman, delle forze speciali americane, ma presidiata dagli alpini.
Nelle ultime settimane almeno cinque ordigni del genere sono stati lanciati contro le truppe alleate a Khowst. Il più vicino è arrivato a 300 metri dalle tende dove vivono gli 841 soldati italiani della task force Nibbio 2, con temperature che possono raggiungere i 50 gradi. La loro missione, come spiega il comandante della base, il colonnello Federico D'Apuzzo, "è neutralizzare e distruggere le sacche di terrorismo ancora presenti in Afghanistan". L'Italia partecipa alla campagna Enduring freedom, una vera e propria guerra al terrorismo, alimentato dai resti dei talebani e di Al Qaeda, che hanno trovato rifugio nel vicino Pakistan. Il contingente italiano controlla l'area Grizzly, il nome in codice di una delle zone più calde, fra i capoluoghi di provincia di Gardez e Khowst. Signori della guerra, briganti, ribelli fondamentalisti, trappole minate e minacce di azioni kamikaze sono il pane quotidiano dei parà.
LA BATTAGLIA SUL CONFINE PACHISTANO
Il maggiore Alessandro Borghesi ha 39 anni, spiccato accento toscano, occhi chiari e un sorriso aperto. Se non avesse scelto il 187° reggimento della brigata Folgore avrebbe potuto fare l'attore, per aspetto e carattere spigliato, ovviamente in un film di guerra tipo Berretti verdi. Il battesimo del fuoco in Afghanistan lo ha ricevuto pochi giorni fa durante una ricognizione a 5 chilometri dal confine pachistano. Con il suo reparto aveva deciso di passare la notte asserragliato fra i ruderi di una vecchia postazione degli invasori sovietici dell'Afghanistan, negli anni 80. "Verso le 2 del mattino c'è stato un pesante scontro a fuoco. I traccianti fendevano il buio e abbiamo subito capito che dei reparti afghani stavano contrastando un tentativo di infiltrazione dal Pakistan" spiega il maggiore. Sul confine i governativi sono appoggiati dalle forze speciali americane. Lo scontro è durato per ore con tiri di mortaio e lancio di razzi illuminanti. Pur non partecipando alla battaglia, un reparto di esploratori italiano era pronto a far intervenire l'appoggio aereo. "Diavolo 1, individuato l'obiettivo, seguono le coordinate" gracchiava la radio. "Lo marco con il laser (il dispositivo in grado di guidare le bombe, ndr), distanza 5 chilometri".
Fino al 15 luglio la task force Nibbio sarà impegnata in una vasta operazione antiterrorismo. Per la prima volta i paracadutisti rimarranno a lungo sulle montagne in un ambiente duro, fatto di pietraie assolate, picchi fino a 3 mila metri, piste sabbiose e mulattiere, che si era già dimostrato un inferno per i russi.
Eppure, è capitato che il maresciallo capo Marco Sodi sia diventato l'eroe di un villaggio afghano. "Eravamo dispiegati in un wadi, il letto asciutto di un fiume, quando ha cominciato a piovere a dirotto" racconta il paracadutista che compirà 41 anni ad agosto, in missione. A un certo punto le vedette fanno scattare l'allarme. "Non si trattava di un attacco ma di un'ondata di piena che stava travolgendo tutto. Siamo schizzati fuori dal wadi per un soffio" ricorda Sodi. Visto l'inusuale arrivo dell'acqua, i bambini di un vicino villaggio hanno iniziato a tuffarsi. "La corrente era forte e due piccini, fratello e sorella, stavano per venire travolti. Sono pure bagnino e ho un figlio di 6 anni. Quando li ho visti annaspare non ci ho pensato due volte e mi sono buttato in acqua. Si sono aggrappati al mio braccio e sono riuscito a portarli in salvo".


Paracadutisti d'Assalto del 9° Rgt. "Col Moschin".
ATTENTATI PER SETTE DOLLARI
Nei 50 chilometri per 30 sotto il controllo italiano il problema maggiore è capire chi sia il nemico e che ruolo giocano veramente gli amici. Attorno a Khowst il vero potere è nelle mani del generale Kial Batz, un signore della guerra buono per tutte le stagioni. Fin dai tempi dei sovietici e poi con i talebani ha comandato la 25ª divisione, diventata ben presto una milizia Brancaleone pur sempre temibile. Ora il signore della guerra sta pensando di trovare un accordo con il governo centrale facendo passare 1.700 dei suoi uomini, con armi e bagagli, nei ranghi del costituendo esercito nazionale.
L'intelligence, nel frattempo, continua a ricevere segnalazioni di possibili attentati kamikaze. Gli ultimi allarmi parlano di camion o addirittura ambulanze bomba. Inoltre esiste il sospetto che i terroristi di Al Qaeda puntino a convincere disabili o gente mentalmente tarata a immolarsi in nome della guerra santa. I reclutatori puntano sulla credenza religiosa che nel paradiso di Allah i "martiri" menomati in vita verranno ripagati per le loro sofferenze.
I lanci di razzi contro la base italiana, invece, sono spesso opera di mercenari. Fra i nomadi kuchi, una minoranza poco amata dalle altre tribù, è facile reclutare la manovalanza del terrore. Per cifre irrisorie ai nostri occhi, che variano dai 7 ai 20 dollari, i nomadi si improvvisano terroristi. Solitamente utilizzano proiettili da mortaio da 107 millimetri, di fabbricazione cinese, attivati da un rudimentale congegno a orologeria, così possono filarsela prima del lancio verso le truppe alleate. "Recentemente abbiamo scoperto, su uno dei nostri tragitti, una mina anticarro, ma sappiamo che possono confezionare trappole minate più sofisticate con impulsi radiocomandati" riferisce un ufficiale italiano. Per fortuna l'ordigno non è esploso, perché si era scaricata la batteria del congegno di innesco.
Sulla catena montuosa, che separa la provincia di Gardez da quella di Khowst, imperversano invece i briganti e altri signori della guerra locali. Fra gole adatte alle imboscate passa l'unica via di collegamento con la capitale, Kabul. I militari italiani evitano di percorrerla, ma tutti i rifornimenti via terra, appaltati agli afghani, passano per questo ostico tragitto. Ogni veicolo deve pagare un pedaggio di 8 dollari a miliziani armati che organizzano posti di blocco lungo la strada. Il ricavato va a finire nelle tasche di ex alleati degli americani nella guerra contro i talebani, come Padsha Khan Zadran, che voleva diventare governatore.
FORZE SPECIALI ITALIANE IN AZIONE
La punta di diamante della task force Nibbio è costituita dalle forze speciali, con due distaccamenti del 9° Reggimento d'assalto Col Moschin e uno dei Comsubin della Marina, che non hanno nulla da invidiare ai commandos americani e inglesi. Barbe lunghe, nel rispetto delle tradizioni islamiche del posto, sciarpe afghane colorate per coprirsi dalla sabbia, occhiali neri avvolgenti, gli specialisti del Nono non portano mostrine. Nomi e gradi sono coperti dal segreto, ma Panorama è riuscito a incontrarli e pubblica, in esclusiva, le foto delle loro missioni in Afghanistan.
"C'è chi ti spara perché non sa chi sei. A Kabul ci prendevano addirittura per russi. In altri casi puoi trovarti in mezzo a scontri fra afghani, infine ci sono le forze veramente ostili" spiega con tono pacato un marcantonio dagli occhi verdi. I nostri ranger possono percorrere anche 400 chilometri fuori pista sui nuovi Vav, i veicoli d'assalto veloci. Delle Land Rover scoperte armate di lanciagranate e mitragliatrici pesanti come i mezzi dei famosi Topi del deserto inglesi, che combatterono proprio contro la Folgore a El Alamein nella Seconda guerra mondiale.
Ogni commando ha a disposizione una cassa d'acqua e una di razioni da combattimento, oltre a munizioni per falciare un esercito. Tutte le armi sono all'avanguardia e non mancano visori notturni, sistemi di comunicazione satellitare e mappe computerizzate. "In certe valli gli afghani vivono fuori dal mondo" spiega un ufficiale. "Per entrare in contatto con loro la prima regola è rispettarne le usanze. Quindi mangiamo con le mani e beviamo ettolitri di chai, il tè, che ti offrono ovunque in segno di ospitalità".
Oltre a controllare le vie di infiltrazione dei fondamentalisti dal Pakistan le forze speciali italiane partecipano alla caccia ai terroristi. Nella lista dei cattivi al primo posto c'è il fantasma di Osama Bin Laden. Dopo di lui, i tanti signori della guerra del fondamentalismo islamico come Gulbuddin Hekmatyar, oppure ex eroi del conflitto contro i russi, diventati ministri con i talebani, del calibro di Jalaluddin Haqqani.


Ranger del Rgt. Alpini Paracadutisti "Monte Cervino".
PATTUGLIAMENTI E PSY-OPS
Per seguire un pattugliamento dei paracadutisti, con giubbotto antiproiettile ed elmetto obbligatori nonostante il caldo torrido di Khowst, bisogna mettere nel conto di perdere qualche chilo in sudore.
"Dobbiamo individuare antenne, per eventuali comunicazioni radio, oppure buche o ponti sui fossati, che possano servire a nascondere trappole minate. Cataloghiamo anche le posizioni delle moschee e di case più simili a fortini che ad abitazioni" spiega il tenente Simone Iaia, 26 anni, di Francavilla Fontana (Brindisi). Comanda il III plotone della Sesta Grifi il cui motto è "Impavidi e Bestiali". I parà fotografano discretamente gli obiettivi e segnalano la posizione grazie al Gps, un apparecchio che individua le coordinate geografiche via satellite.
Da sette mesi, su queste desolate piste sabbiose in mezzo a minacciose alture rocciose, non era più passato un solo soldato della coalizione. Nei miseri villaggi che incontriamo, tutti uguali, con case basse dal tetto piatto, costruite con fango e paglia, sono soprattutto i bambini a far festa incuriositi. Corrono dietro ai mezzi italiani chiedendo penne, quaderni e acqua, anche se puntano più alle bottiglie di plastica che al contenuto. Sono pochi gli adulti che scambiano qualche parola e non sempre l'accoglienza è calorosa. "Qualche chilometro più indietro siamo passati davanti a una scuola coranica frequentata da ragazzi sui 20-25 anni. Nessuno ci ha salutato" fa notare il tenente.
La task force Nibbio è dotata anche di un nucleo Psy-Ops, note come "operazioni psicologiche", che prende contatto con i capi tribù, i mullah, e cerca di ammansire la popolazione. Uno dei sistemi di propaganda più curiosi è il regalo di radioline a carica solare, che si sintonizzano su frequenze attraverso le quali vengono mandati i messaggi della coalizione antiterrorismo.
LO SCERIFFO E LE BIMBE
Nei pochi momenti di relax i paracadutisti giocano a tressette, a Risiko oppure a dama attorno a improvvisati tavoli sotto il telo mimetico. Qualcuno ha appeso il cartello "Benvenuti all'oasi", altri leggono, distesi sulle brande da campo, la lettera della fidanzata, mentre nella tendopoli di base Salerno gli altoparlanti irradiano musica un po' vecchiotta ma sempre piacevole. Ogni fila di tende ha un nome, di solito attinto dall'Impero romano. Uno dei personaggi più simpatici del campo è il maresciallo Vincenzo Licciardello, 39 anni, nato a Napoli, ma trapiantato a Livorno. Soldato valoroso, decorato per la battaglia del check-point Pasta a Mogadiscio (il 2 luglio 1993, quando i parà della Folgore caddero in un'imboscata: 3 morti e 22 feriti, ndr), è anche un mattacchione. Barbone nero e faccione rotondo, il suo soprannome è "sceriffo" della "contea" di Khowst, dove detta legge, temuto dai giovani e rispettato dagli anziani. Dalla birra alla videocassetta di We were soldiers, recente film sul Vietnam, lo "sceriffo" riesce a far dimenticare la durezza dell'Afghanistan con battute esilaranti.
Nella base Salerno ci sono anche tre donne in divisa, che i parà chiamano affettuosamente "bimbe", ma quando montano la guardia non scherzano neppure un po'. Doriana Occhipinto, 22 anni, di Caltanissetta, è una ragazza solare con un codino di capelli neri, che va orgogliosa del basco amaranto della Folgore. "Non dimenticherò la distribuzione di biscotti in un villaggio" racconta la parà. "Donne e bambine volevano avvicinarsi, ma gli uomini le hanno cacciate a sassate. In momenti così capisco quanto sono fortunata a essere nata in Italia".
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