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La Brigata Para-Commando belga
"Vorwaart!" Le due squadre si alzano in piedi come un sol uomo. In fila, gli uomini avanzano
lentamente, con gli occhi fissi su di un punto cento metri davanti a loro. Ad ognuno è assegnato
un settore da tenere sotto controllo.
Nuvole basse coprono il cielo fino al lontano orizzonte ed il vento squassa gli abeti altissimi
che disegnano la cresta dell'Elsenbo.
Qui nel 1944, durante l'offensiva delle Ardenne, sono caduti centinaia di uomini. Mezzo secolo dopo,
i paracadutisti belgi del 3° battaglione para-commando calcano l'ex poligono di tiro della Wehrmacht,
divenuto belga nel 1945. Scopo dell'esercitazione: l'addestramento della sezione al tiro reale.
PIÙ CORTO E MENO PESANTE
Sul terreno spugnoso delle Fagnes l'avanzata non è agevole. Sergenti e caporali controllano l'allineamento
mentre i soldati attraversano i cespugli di ginestre e di erica. La linea dei paracadutisti in avanzata è
seguita con occhio da intenditore dal maggiore Liberloo. Questo Fiammingo, basco rosso calcato in testa,
baffi biondi ed occhi grigio-blu come il mare del Nord, è l'ufficiale responsabile dell'addestramento
del reggimento. Ad un tratto compare una sede di bersagli. Gli uomini si gettano a terra ed entrano subito
in azione con i corti FNC. Scoppi secchi, nuvolette di fumo, un uomo ha messo il sellettore in posizione
"tre colpi" e brevi raffiche squarciano il bersaglio, laggiù a 150 metri.
Un'arma fantastica l'FNC (mi dice il maggiore). È lungo meno di un metro ed ha la precisione
del suo predecessore, il FAL... che è ancora in uso presso molti eserciti. Ne conserva i pregi, ma non
i difetti, come il peso e l'ingombro. Naturalmente il 5,56 non ha li potere di penetrazione di un 7,62 mm,
ma in compenso il caricatore dell'FNC contiene 30 colpi ed è intercambiabile con quello dell'M-16 A1.
L'arma vuota pesa soltanto 3,8 g, contro i 5/6 del FAL. Quest'ultimo è rimasto in servizio presso i
paracadutisti come fucile da sniper grazie alla sua grande precisione, in attesa dell'L-96 inglese.
Il maggiore Liberloo, come tutti gli uomini della sua generazione, ha una simpatia nostalgica per il FAL,
che ha avuto compagno in tante esercitazioni...
Alla fine degli anni sessanta gli stati maggiori hanno chiesto ai costruttori di studiare un'arma dal
calibro inferiore, ciò per due motivi: per poter trasportare una maggior quantità di munizioni, e per
ferire anche gravemente il nemico, ma senza ucciderlo, il che richiede uno sforzo logistico, maggiore.
Infatti un uomo ferito richiede la presenza di tre combattenti, immobilizzati così per curarlo.
Continua la fucileria ed il tenente oranizza una base di fuoco. Con il resto ella squadra intende
effettuare una diversione sulla destra. Il movimento viene appoggiato da due FN MINIMI, e le cartucce
da 5,56 mm sfilano velocemente con il nastro nelle mani dei serventi. Rapido cambio di canna, e si
riparte!
UN CERTO VALORE
Sul costone di fronte i colpi in arrivo vengono segnalati da piccoli geysers di terra.
Avendo la visuale impedita da un grosso cespuglio, un paracadutista ha sollevato la mitragliatrice
appoggiandola sulle spalle di un compagno. "I Tedeschi lo facevano, durante la guerra, con le loro
MG-34 e 42", mi dice il maggiore sorridendo. La MAG rimane un'arma che arriverà agli anni 2000, come la
Browning americana cal. 12,7 mm. Robusta, potente, di funzionamento sicuro, è la mitragliatrice standard
della NATO ed è stata anche adottata dall'US Army come mitragliatrice coassiale e da soprastruttura sui
carri Abrams M-1. Oltre settantacinque Paesi l'hanno adottata ufficialmente, e non si sa quante
organizzazioni guerrigliere.
Ricevuto il segnale, la sezione d'assalto balza in avanti con la copertura della base di fuoco che spara
con tutte le sue armi. I paracadutisti fiamminghi, a due a due, avanzano di qualche metro, si gettano a
terra, sparano e ripartono. Sulle Fagne sta avanzando una catena di fuoco. Naturalmente lo sforzo fisico è
molto impegnativo e gli uomini ansimano. Un tiratore di MAG, rimasto un po' arretrato, viene spronato da
un sergente. "È per il peso dell'arma e delle munizioni", mi dice il maggiore Liberloo.
L'ORGANIZZAZIONE DELLA BRIGATA PARA-COMMANDO
Durante la Seconda Guerra Mondiale, unità di paracadutisti e commandos nascono in Gran Bretagna.
Nel 1952, in Belgio, le due unità vengono raggruppate in un'unica unità il Reggimento Para-Commando.
Più tardi l'unità viene implementata da una copagnia anticarro, da una batteria di artiglieria da campo
e da uno squadrone da ricognizione. A seguito di questa ristrutturazione nel 1991 il Reggimento
Para-Commando diviene Brigata.
Oggi la Brigata Para-Commando, ha sparsi per l'intero territorio belga, tre battaglioni Para-Commando di
fanteria: il 1° Battaglione Paracadutisti, il 2° Battaglione Commando e il 3° Battaglione Paracadutisti.
Le unità di supporto sono: uno squadrone da ricognizione su jeep, il 3° Squadrone Paracadutisti Recce;
una batteria di artiglieria da campo, la Batteria d'Artiglieria da Campo Para-Commando;
la 35° Batteria d'Artiglieria Antiaerea Para-Commando; la 14° Compagnia Genieri Para-Commando;
la 210° Compagnia Logistica Para-Commando e la 16° Compagnia Medica Para-Commando.
La Brigata Para-Commando dispone anche di due centri d'addestramento, il centro d'addestramento paracadutisti
e il centro d'addestramento commando. Dispone anche di un'unità speciale di ricognizione a lungo raggio,
dislocata nella sede centrale della brigata, il distaccamento ricognizione a lungoraggio.
In tempo di pace la brigata conta circa 3000 uomini. La Brigata Para-Commando opera da vicino con
il 15° Gruppo Trasporti dell'aeronautica belga e ha un livello alto di prontezza operativa. La Brigata
può essere allertata con tempi minimi di preavviso, e forma la forza d'intervento rapido del Belgio.
La Brigata Para-Commando fà parte anche della Forza di Reazione Rapida della NATO e dal dicembre 1992
al novembre 1993 ha partecipato in missioni di pace in ambito ONU. Oltre che a compiti di difesa
territoriale la Brigata Para-Commando ha anche il compito di eseguire operazioni di protezione e/o
evaquazione dei cittadini belgi all'estero.
Tutti i candidati a servire la Brigata sono volontari, dopo un attento esame medico, i candidati che
risultano idonei vengono inviati a Marche-les-Dames, dove ha sede il centro di addestramento commando,
qui seguono un corso di cinque mesi. I candidati che superano il corso vengono successivamente inviati a
seguire un corso di un mese a Schaffen dove ha sede il centro di addestramento paracadutisti.
Superato anche questo corso i candidati sono qualificati a tutti gli effetti come Para-Commando.
Successivamente vengono inviati nelle varie unità dove continueranno l'addestramento,
sia specifico del reparto che collettivo, per il coordinamento tra le varie unità.
Queste esercitazioni vengono compiute sia in territorio belga che all'estero.
L'OPERAZIONE "SILVER BACK" DELL'APRILE 1994
Mercoledì 6 aprile 1994. Il Falcon presidenziale ruandese, con a bordo i presidenti del Ruanda,
Juvenal Habyarimana, e del Burundi, Cyprien Ntaryamira, si prepara ad atterrare all'aeroporto
di Kigali. All'improvviso, la pista scompare. Infatti le luci si sono spente e tutto l'aeroporto piomba
nell'oscurità. Dopo alcuni secondi due missili terra-aria lanciati dal campo militare di Kanombe
disintegrano l'aereo.
Il Ruanda, piccolo Paese dell'Africa centrale stretto tra lo Zaire, il Burundi, la Tanzania e l'Uganda,
è di nuovo in preda all'orrore. A Kigali, la capitale, prima ancora dell'attentato all'aereo presidenziale,
compaiono nei punti strategici dei posti di blocco della Guardia Presidenziale, i cui uomini venti minuti
dopo l'esplosione dell'aereo già presidiano il punto di caduta. Radio Mille Colline, la voce
dell'ala dura del potere ruandese, annuncia che l'aereo che riportava i due presidenti da Arusha, in
Tanzania, è stato abbattuto dai Caschi Blu belgi, e subito si apre la caccia ai Belgi.
I 428 Paracadutisti belgi del 2° Codo assegnati alla MINUAR sono sparpagliati in tutta la città di
Kigali a piccole squadre. Il giorno dopo l'attentato dieci Paracadutisti del 2° Codo appartenenti al
plotone mortai e in servizio come plotone esploratori per la protezione del Primo Ministro, signora
Agathe Uwilingiyimana vengono massacrati da soldati della Guardia Presidenziale ai quali, in un tentativo
di pacificazione, avevano consegnato le proprie armi per ordine dello Stato Maggiore belga.
I dieci Caschi Blu belgi del Plotone Mortai del 2° Codo vengono accerchiati mentre escono dall'edificio di
Orinfor, nel centro di Kigali, scortando il Primo Ministro signora Agata Uwilingiyimana. Alla vista dei
soldati della Guardia Presidenziale la signora cerca di rifugiarsi nella vicina ambasciata americana,
ma viene subito abbattuta. Tre Paracadutisti belgi accorsi in sua difesa vengono fatti prigionieri e
malmenati sotto gli occhi degli altri sette. Il Tenente Thierry Lotin avvisa della situazione , via radio,
i suoi superiori, e lo Stato Maggiore gli suggeriscono di parlamentare. Il Tenente fa sapere che
i Ruandesi chiedono la consegna delle armi, e in risposta arriva l'ordine di consegnarle. I dieci
Paracadutisti vengono spogliati e stesi faccia a terra. I soldati ruandesi tagliano a ognuno i tendini dei
piedi per impedire di fuggire. Poi cominciano le torture: vengono spaccati gli occhi a uno che portava gli
occhiali, a un altro viene tagliato il naso con il machete, a un terzo viene tagliato il pene. Gli uomini
vengono fatti a pezzi ancora vivi, e certi tatuaggi vengono tagliati e conservati per ricordo.
Intanto, a cinquecento metri di la, un altro plotone del 2° Codo che ha seguito la conversazione via radio
tra i dieci Paracadutisti e lo Stato Maggiore chiede l'autorizzazione a intervenire. Negativo, ripete
l'Ufficiale di Stato Maggiore. Così i soldati devono ascoltare le urla dei compagni che vengono massacrati,
senza poter correre in loro aiuto.
Ora tocca a me, chiudo!. sono le ultime parole trasmesse per radio dal Tenente Thierry Lotin.
Come è maturato tale sentimento anti-belga nelle autorità ruandesi? Dapprima una campagna avvelenata da
parte di Radio Mille Colline, cui ha fatto eco una certa stampa ruandese, ha accusato il Belgio
di non aver aiutato un Paese amico. Il Belgio aveva ritirato le sue truppe nel 1990, poi aveva rifiutato
la consegna di armi già pagate chiedendo l'insediamento di un governo di transizione rappresentativo e
insistendo sul rispetto dei Diritti dell'uomo. Inoltre, nel novembre 1993, i militari francesi presenti
in Ruanda dall'ottobre 1990 erano stati rimpiazzati da Caschi Blu belgi, decisione non approvata dall'ala
dura del movimento hutu, che stava con il Presidente Habyarimana ma giudicava troppo concilianti le sue
posizioni durante le trattative di Arusha. E i duri del regime avevano così deciso la pura e semplice
eliminazione del Presidente.
Quanto accaduto il 6 aprile non è altro che un colpo di Stato orchestrato dal Colonnello Bagasora, cugino
acquisito del Presidente, e voluto dal clan della stessa moglie del Presidente.
Quando viene effettuato il colpo di Stato ricominciano i regolamenti di conti e le lotte tribali. In base
agli accordi di Arusha un contingente di soldati dell'FPR si era insediato nella capitale. 1600 uomini
del Fronte, di razza tutsi, bloccati nel centro città, vengono attaccati dalle FAR (Forze Armate Ruandesi).
I 12.500 Caschi Blu, intrappolati tra i belligeranti, non hanno altra soluzione che barricarsi nel loro
fortino.
Gli Occidentali cominciano a fuggire in convoglio verso sud, verso il Vicino Burundi dove la situazione è
calma. Gli Occidentali residenti in Ruanda erano: 1.500 Belgi, 525 Francesi, 350 Tedeschi, 255 Americani,
200 Canadesi, 198 Italiani, 175 Svizzeri, 135 Spagnoli, un centinaio di Olandesi, un centinaio di Inglesi.
I Caschi Blu presenti a Kigali ricevono disperati appelli da Occidentali e da Ruandesi sottoposti
alle sevizie dei militari delle FAR e da civili hutu in armi, ma non possono intervenire, per ordine dello
Stato Maggiore, perché tali interventi non rientrano nei loro compiti in Ruanda. I Paracadutisti belgi
effettuano ugualmente numerose sortite e salvano la vita di molti Europei. Un Maresciallo dei Caschi Blu
del 2° Codo e i suoi dieci uomini, pressati e minacciati da una folla adirata e armata, non vengono
ammessi in uno stadio difeso da Caschi Blu del Bangladesh. Grazie al suo coraggio e al suo sangue freddo
il Maresciallo salva il suo plotone entrando di forza nello stadio dopo aveme forzato l'ingresso, e aprendo
il fuoco sulla folla ostile. Intanto i convogli dei civili continuano a lasciare la capitale sulla via
del sud, dove devono superare numerosi posti di blocco tenuti da civili e da militari spesso di razza saul.
I Tutsi presenti nei convogli vengono abbattuti sul posto. Anche ai Belgi viene data la caccia, ed essi
devono farsi passare per Francesi o Svizzeri... Le organizzazioni umanitarie sono le prime a lasciare il
Paese. Solo il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) rimasto sul posto continua a lavorare a
favore e contro tutti.
Quanto all'Esercito ruandese, le sue forze non sono omogenee e costituiscono un temibile pericolo poichè,
caduto il Capo di Stato Maggiore al fianco del Presidente Habyarimana, non c'è più un comando unico.
I più pericolosi sono i soldati della Guardia Presidenziale: 700/800 Para-commandos molto bene addestrati,
di solito a Kota Koli nello Zaire, che sono il nocciolo duro del radicalismo hutu, punta avanzata del
regime.
Il resto dell'Esercito ruandese, i cui effettivi sono saliti da 7.000 a 30.000 uomini dopo la guerra
dell'ottobre 1990, è molto più composito. Molti di questi soldati sono stati addestrati in pochi giorni.
Mal pagati, demoralizzati e senza supporti logistici, dopo le trattative di pace contrastavano sempre più
debolmente l'FPR. Aspettandosi una vicina smobilitazione, molti di questi soldati di sventura hanno già
venduto le armi sul mercato o si sono trasformati in banditi e razziatori. Il battaglione dell'FPR di
stanza a Kigali, per «dar spazio» al suo insediamento sulla collina del Parlamento, cerca di impossessarsi
del punto strategico di fronte all'Hotel Meridien, dove sferra duri attacchi alla Guardia Presidenziale;
questa attacca a sua volta la sua casenna sulla collina, lo stadio nazionale e i dintorni dell'ospedale
Roi Faycal. La linea del fronte si muove continuamente. L'FPR per completare la sua offensiva
aspetta l'arrivo a Kigali dei rinforzi che hanno lasciato la base di Mulindi, nel nord del Paese, vicino
alla frontiera ugandese.
L'Operazione Silver Back (Schiena d'Argento), dal nome di una specie di gorillla della regione dei grandi
laghi, comincia sabato 9 aprile con l'arrivo a Kigali dei primi Paracadutisti francesi. Le forze francesi
e belghe avevano concordato un piano in tre fasi: occupare l'aeroporto, attendere dei rinforzi più
consistenti e cominciare le operazioni di evacuazione dei connazionali. Sabato mattina quattro Transall
dell'Aviazione francese, che provengono da Bangui, nella Repubblica Centro Africana, si posano a Kigali
con un primo contingente di 190 Paracadutisti del 3° RPIMa che prendono posizione nell'aeroporto. Vista
l'urgenza, comincia subito la loro missione di rimpatrio dei 525 connazionali francesi di Kigali. Il giorno
stesso, più tardi, militari ruandesi bloccano con dei camion le piste dell'aeroporto per impedire
l'atterraggio degli aerei belgi. Sette C-130 belgi e un C-130 olandese partiti da Melsbroek sabato mattina
con blindati leggeri CVRT, jeeps Iltis, armi, mezzi di telecomunicazione e materiale sanitario, vengono
momentaneamente dirottati su Gibuti e Nairobi. Due Boeing 727 e un A-5 Galaxy americani erano partiti
anch'essi sabato e domenica dal Belgio trasportando circa 300 Paracadutisti.
Domenica 10 aprile lo Stato Maggiore belga dà istruzioni ai suoi militari presenti a Kigali come Caschi Blu
dell'ONU, i Paracadutisti del 2° Codo, di aiutare l'azione dei Francesi che cominciano a evacuare tutti
gli stranieri. Finalmente quella stessa domenica, alle 14:45, dopo lunghe trattative, i Belgi vengono
autorizzati ad atterrare a Kigali. Alle 16:45 un primo C-130 si posa sulla pista, seguito da altri quattro
alle 18 e da tre verso sera. Martedì 12 aprile il grosso delle forze dell'FPR (Fronte Patriottico Ruandese)
entra a Kigali. Ora vi sono circa 4.000 uomini dell'FPR nella capitale del Ruanda che si battono con le
FAR per la conquista della città.
Due convogli belgi lasciano l'aeroporto di Kigali in colonna, in un'atmosfera da "caduta di Saigon", alla
ricerca di Europei ancora bloccati nella città o nel Paese. Vi sono camions armati di mitragliatrici da
.50, veicoli civili "presi in prestito dagli Europei e trasformati in mezzi d'assalto" portiere smontate,
vetri in frantumi, Minimi in copertura posteriore e MAG sul tetto, e di scorta i CVRT o gli M-13 prestati
dall'US Army. I due convogli imboccano a forte velocità le piste che partono dall'aeroporto, uno
dirigendosi verso la città, l'altro verso l'interno del Paese. Lungo il percorso ogni dieci metri
si incontrano cadaveri di civili. Il nostro convoglio, costituito di sole ESR (Squadre Speciali da
Ricognizione), si dirige verso il centro città. E' stato incaricato di raccogliere l'Ambasciatore
d'Egitto, di evacuare gli ultimi giornalisti dell'Hotel Meridien e di rintracciare un Belga di cui si è
senza notizie da alcuni giorni. Ogni 500 metri la strada è interrotta da uno sbarramento di rami d'albero.
Vi montano la guardia dei civili, in maggior parte giovani, armati di machete, di bastoni e di manganelli,
a volte assistiti da qualche militare delle FAR. Quando passa il nostro convoglio non lo fermano, ma ci
fulminano con lo sguardo. Intorno allo stadio Amahoro vediamo gli uomini dell'FPR, nascosti in un fossato
lungo la strada, in posizione con gli AK-47 e, a intervalli regolari, con mitragliatrici da .50.
All'improvviso, nelle vicinanze dell'ambasciata d'Egitto, scoppia la fucileria. Le pallottole fischiano da
entrambi i lati della strada e i proiettili di mortaio da 60 mm piovono intorno a noi. Da una parte della
strada ci sono gli uomini dell'FPR, dall'altra i soldati delle FAR che sparano sulla nostra colonna che è
venuta a trovarsi nel bel mezzo.
Il fuoco continua per venti minuti, poi arrivano le truppe dell'FPR, in pastrano e anfibi di gomma, che
hanno messo in fuga i soldati delle FAR. Le ESR arrivano all'ambasciata d'Egitto a piedi, ma si sentono
dire che l'Ambasciatore rifiuta di lasciare il suo posto. Dietro-front per l'Hotel Méridien dove sotto un
diluvio di proiettili di mortaio vengono evacuati gli ultimi giornalisti e i Paracadutisti belgi della
MINUAR ancora bloccati.
All'aeroporto i Paracadutisti francesi sono appostati nel ricovero trincerato di fianco all'entrata.
I soldati delle FAR si avvicinano all'aeroporto sempre più numerosi perché dentro Kigali la morsa si
stringe sempre più sulle loro posizioni, e la presenza dei militari stranieri rappresenta per loro una
protezione. Il loro Stato Maggiore si è infatti installato al piano superiore dell'edificio dell'aeroporto.
In città le ambasciate di Francia e del Belgio sono state chiuse, e tutto è stato abbandonato: computers,
video, TV, trasmittenti, cibo, mobili...
Parte un nuovo convoglio, ancora scortato dalle ESR e da elementi della Compagnia Anticarro. Vicino a uno
sbarramento alcuni civili infieriscono con i machete su altri civili. Cinque sono già a terra, tra cui una
ragazzina di quindici anni che si muove ancora. Quando ripassiamo di là dopo una ventina di minuti le
vittime sono raddoppiate.
A una quindicina di chilometri da Kigali viene raccolto un Belga, ingegnere agronomo, ferito da pallottole
al bacino e a una mano. E' stato colpito tre giorni prima da soldati delle FAR. Anche i Caschi Blu del
2° Codo cominciano a ripiegare sull'aeroporto abbandonando in città quasi tutto il loro materiale e le
munizioni. Sparano loro addosso, ed essi, ricordando la brutta fine toccata ai loro compagni del Plotone
Mortai, rispondono con decisione al fuoco. Un soldato delle FAR, nascosto dietro un traliccio elettrico,
apre il fuoco sul convoglio con una mitragliatrice da .50. Il Caporale seduto vicino a noi vuota il suo
caricatore e la zittisce.
Il 14 aprile i Paracadutisti italiani, terminata l'evacuazione dei loro compatrioti, lasciano
Kigali portando con se alcuni veicoli Pajero e Range Rover. I Francesi partono un po' più tardi
portandosi dietro anch'essi alcune 4x4 e vuotando il deposito dell'aeroporto fino ad allora risparmiato.
Il 15 aprile cadono sull'aeroporto di Kigali, presidiato dai Paracadutisti belgi, i primi proietti di
mortaio. Due da 120 mm si abbattono su un hangar a sinistra dell'edificio principale e subito gli
artiglieri ruandesi mettono in batteria, cento metri davanti a questo, un lanciarazzi sovietico RPU-14,
facendo partire in pochi secondi le prime salve (questo pezzo di artiglieria può lanciare in pochi secondi
quattordici proietti da 105 mm a quindici chilometri). Il Colonnello Jean-Pierre Roman, che comanda la
missione belga di evacuazione, non ritorna ancora. I Ruandesi mirano a provocare dei tiri di risposta da
parte dell'FPR contro l'aeroporto. Un Ufficiale belga e uno dell'ONU si portano allora alla batteria delle
FAR e ordinano all'Ufficiale ruandese di ritirarsi a più ci 500 metri dal perimetro dell'aeroporto secondo
gli accordi intercorsi, e minacciano di distruggere la batteria e i suoi serventi se l'ordine non verrà
eseguito immediatamente. Ma i Ruandesi ricaricano la batteria e appena i due Ufficiali sono rientrati
nell'edificio fanno partire un'aftra salva verso una collina a sud-ovest di Kigali tenuta dall'FPR.
Un secondo dopo un Casco Blu della 12ª Compagnia del 2° Codo, appostato con la MAG sul tetto
dell'aeroporto, apre il fuoco sulla batteria. La raffica non ferisce nessuno, ma è sufficiente perché una
ventina di Ruandesi si gettino a terra in preda al panico e spariscano subito, spaventati, con il loro
lanciarazzi. Pochi minuti dopo ricominciano a cadere sull'aeroporto proietti di mortaio di tutti i calibri.
È ormai ora di sganciarsi. Gli ultimi Paracadutisti belgi si imbarcano su un C-130 canadese diretti
a Nairobi, in Kenia. Solo i Caschi Blu belgi del 2° Codo, quelli del Bangladesh e del Ghana rimangono
ancora per qualche giorno.
Poi tutta la MINUAR si ritira dal Ruanda, a parte un pugno di uomini. Continuano intanto i combattimenti
tra FAR e FPR, i massacri e i regolamenti di conti.
All'inizio di maggio il cessate il fuoco viene violato due volte. Ora l'FPR controlla il nord del Paese e
le strade verso la Tanzania. L'Esercito del Burundi, costituito per il 90% di Tusti, ha bloccato la
frontiera meridionale. L'Esercito ruandese può ricevere aiuti solo dallo Zaire. L'FPR cerca di
sfruttare la rivalità tra gli Hutu del nord, che detengono il potere da ventanni, e gli Hutu del sud, ma
per ora senza grossi risultati. Sul piano militare il movimento tutsi mira ad accerchiare lentamente
Kigali, come hanno fatto i ribelli ugandesi che hanno conquistato Kampala nel gennaio 1986. Ma in questo
caso il movimento non dovrà solo liberare la città, ma dovrà tenerla con la forza, perché tutti i suoi
sostenitori sono scomparsi, uccisi o fuggiti.
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