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Nei pressi di Kigali (Ruanda) la colonna di soccorso dei parà belgi viene bloccata dal tiro di cecchini La Brigata
Para-Commando
belga


  "Vorwaart!" Le due squadre si alzano in piedi come un sol uomo. In fila, gli uomini avanzano lentamente, con gli occhi fissi su di un punto cento metri davanti a loro. Ad ognuno è assegnato un settore da tenere sotto controllo.
Nuvole basse coprono il cielo fino al lontano orizzonte ed il vento squassa gli abeti altissimi che disegnano la cresta dell'Elsenbo.
Qui nel 1944, durante l'offensiva delle Ardenne, sono caduti centinaia di uomini. Mezzo secolo dopo, i paracadutisti belgi del 3° battaglione para-commando calcano l'ex poligono di tiro della Wehrmacht, divenuto belga nel 1945. Scopo dell'esercitazione: l'addestramento della sezione al tiro reale.

 
  PIÙ CORTO E MENO PESANTE
Sul terreno spugnoso delle Fagnes l'avanzata non è agevole. Sergenti e caporali controllano l'allineamento mentre i soldati attraversano i cespugli di ginestre e di erica. La linea dei paracadutisti in avanzata è seguita con occhio da intenditore dal maggiore Liberloo. Questo Fiammingo, basco rosso calcato in testa, baffi biondi ed occhi grigio-blu come il mare del Nord, è l'ufficiale responsabile dell'addestramento del reggimento. Ad un tratto compare una sede di bersagli. Gli uomini si gettano a terra ed entrano subito in azione con i corti FNC. Scoppi secchi, nuvolette di fumo, un uomo ha messo il sellettore in posizione "tre colpi" e brevi raffiche squarciano il bersaglio, laggiù a 150 metri.
Un'arma fantastica l'FNC (mi dice il maggiore). È lungo meno di un metro ed ha la precisione del suo predecessore, il FAL... che è ancora in uso presso molti eserciti. Ne conserva i pregi, ma non i difetti, come il peso e l'ingombro. Naturalmente il 5,56 non ha li potere di penetrazione di un 7,62 mm, ma in compenso il caricatore dell'FNC contiene 30 colpi ed è intercambiabile con quello dell'M-16 A1. L'arma vuota pesa soltanto 3,8 g, contro i 5/6 del FAL. Quest'ultimo è rimasto in servizio presso i paracadutisti come fucile da sniper grazie alla sua grande precisione, in attesa dell'L-96 inglese. Il maggiore Liberloo, come tutti gli uomini della sua generazione, ha una simpatia nostalgica per il FAL, che ha avuto compagno in tante esercitazioni...
Commando belga del 2° Battaglione Commando Alla fine degli anni sessanta gli stati maggiori hanno chiesto ai costruttori di studiare un'arma dal calibro inferiore, ciò per due motivi: per poter trasportare una maggior quantità di munizioni, e per ferire anche gravemente il nemico, ma senza ucciderlo, il che richiede uno sforzo logistico, maggiore. Infatti un uomo ferito richiede la presenza di tre combattenti, immobilizzati così per curarlo.
Continua la fucileria ed il tenente oranizza una base di fuoco. Con il resto ella squadra intende effettuare una diversione sulla destra. Il movimento viene appoggiato da due FN MINIMI, e le cartucce da 5,56 mm sfilano velocemente con il nastro nelle mani dei serventi. Rapido cambio di canna, e si riparte!

 
  UN CERTO VALORE
Sul costone di fronte i colpi in arrivo vengono segnalati da piccoli geysers di terra. Avendo la visuale impedita da un grosso cespuglio, un paracadutista ha sollevato la mitragliatrice appoggiandola sulle spalle di un compagno. "I Tedeschi lo facevano, durante la guerra, con le loro MG-34 e 42", mi dice il maggiore sorridendo. La MAG rimane un'arma che arriverà agli anni 2000, come la Browning americana cal. 12,7 mm. Robusta, potente, di funzionamento sicuro, è la mitragliatrice standard della NATO ed è stata anche adottata dall'US Army come mitragliatrice coassiale e da soprastruttura sui carri Abrams M-1. Oltre settantacinque Paesi l'hanno adottata ufficialmente, e non si sa quante organizzazioni guerrigliere.
Ricevuto il segnale, la sezione d'assalto balza in avanti con la copertura della base di fuoco che spara con tutte le sue armi. I paracadutisti fiamminghi, a due a due, avanzano di qualche metro, si gettano a terra, sparano e ripartono. Sulle Fagne sta avanzando una catena di fuoco. Naturalmente lo sforzo fisico è molto impegnativo e gli uomini ansimano. Un tiratore di MAG, rimasto un po' arretrato, viene spronato da un sergente. "È per il peso dell'arma e delle munizioni", mi dice il maggiore Liberloo.

 
  L'ORGANIZZAZIONE DELLA BRIGATA PARA-COMMANDO
Durante la Seconda Guerra Mondiale, unità di paracadutisti e commandos nascono in Gran Bretagna. Nel 1952, in Belgio, le due unità vengono raggruppate in un'unica unità il Reggimento Para-Commando. Più tardi l'unità viene implementata da una copagnia anticarro, da una batteria di artiglieria da campo e da uno squadrone da ricognizione. A seguito di questa ristrutturazione nel 1991 il Reggimento Para-Commando diviene Brigata.
Oggi la Brigata Para-Commando, ha sparsi per l'intero territorio belga, tre battaglioni Para-Commando di fanteria: il 1° Battaglione Paracadutisti, il 2° Battaglione Commando e il 3° Battaglione Paracadutisti. Le unità di supporto sono: uno squadrone da ricognizione su jeep, il 3° Squadrone Paracadutisti Recce; una batteria di artiglieria da campo, la Batteria d'Artiglieria da Campo Para-Commando; la 35° Batteria d'Artiglieria Antiaerea Para-Commando; la 14° Compagnia Genieri Para-Commando; la 210° Compagnia Logistica Para-Commando e la 16° Compagnia Medica Para-Commando.
Para-commando belga La Brigata Para-Commando dispone anche di due centri d'addestramento, il centro d'addestramento paracadutisti e il centro d'addestramento commando. Dispone anche di un'unità speciale di ricognizione a lungo raggio, dislocata nella sede centrale della brigata, il distaccamento ricognizione a lungoraggio.
In tempo di pace la brigata conta circa 3000 uomini. La Brigata Para-Commando opera da vicino con il 15° Gruppo Trasporti dell'aeronautica belga e ha un livello alto di prontezza operativa. La Brigata può essere allertata con tempi minimi di preavviso, e forma la forza d'intervento rapido del Belgio. La Brigata Para-Commando fà parte anche della Forza di Reazione Rapida della NATO e dal dicembre 1992 al novembre 1993 ha partecipato in missioni di pace in ambito ONU. Oltre che a compiti di difesa territoriale la Brigata Para-Commando ha anche il compito di eseguire operazioni di protezione e/o evaquazione dei cittadini belgi all'estero.
Tutti i candidati a servire la Brigata sono volontari, dopo un attento esame medico, i candidati che risultano idonei vengono inviati a Marche-les-Dames, dove ha sede il centro di addestramento commando, qui seguono un corso di cinque mesi. I candidati che superano il corso vengono successivamente inviati a seguire un corso di un mese a Schaffen dove ha sede il centro di addestramento paracadutisti. Superato anche questo corso i candidati sono qualificati a tutti gli effetti come Para-Commando. Successivamente vengono inviati nelle varie unità dove continueranno l'addestramento, sia specifico del reparto che collettivo, per il coordinamento tra le varie unità. Queste esercitazioni vengono compiute sia in territorio belga che all'estero.

 
  L'OPERAZIONE "SILVER BACK" DELL'APRILE 1994
Mercoledì 6 aprile 1994. Il Falcon presidenziale ruandese, con a bordo i presidenti del Ruanda, Juvenal Habyarimana, e del Burundi, Cyprien Ntaryamira, si prepara ad atterrare all'aeroporto di Kigali. All'improvviso, la pista scompare. Infatti le luci si sono spente e tutto l'aeroporto piomba nell'oscurità. Dopo alcuni secondi due missili terra-aria lanciati dal campo militare di Kanombe disintegrano l'aereo.
Credendo di essere in salvo, la popolazione di Kigali esce per mettersi sotto la protezione dei Parà belgi del ESR. Ma le disposizioni sono solo di evaquare gli occidentali Il Ruanda, piccolo Paese dell'Africa centrale stretto tra lo Zaire, il Burundi, la Tanzania e l'Uganda, è di nuovo in preda all'orrore. A Kigali, la capitale, prima ancora dell'attentato all'aereo presidenziale, compaiono nei punti strategici dei posti di blocco della Guardia Presidenziale, i cui uomini venti minuti dopo l'esplosione dell'aereo già presidiano il punto di caduta. Radio Mille Colline, la voce dell'ala dura del potere ruandese, annuncia che l'aereo che riportava i due presidenti da Arusha, in Tanzania, è stato abbattuto dai Caschi Blu belgi, e subito si apre la caccia ai Belgi.
I 428 Paracadutisti belgi del 2° Codo assegnati alla MINUAR sono sparpagliati in tutta la città di Kigali a piccole squadre. Il giorno dopo l'attentato dieci Paracadutisti del 2° Codo appartenenti al plotone mortai e in servizio come plotone esploratori per la protezione del Primo Ministro, signora Agathe Uwilingiyimana vengono massacrati da soldati della Guardia Presidenziale ai quali, in un tentativo di pacificazione, avevano consegnato le proprie armi per ordine dello Stato Maggiore belga.
I dieci Caschi Blu belgi del Plotone Mortai del 2° Codo vengono accerchiati mentre escono dall'edificio di Orinfor, nel centro di Kigali, scortando il Primo Ministro signora Agata Uwilingiyimana. Alla vista dei soldati della Guardia Presidenziale la signora cerca di rifugiarsi nella vicina ambasciata americana, ma viene subito abbattuta. Tre Paracadutisti belgi accorsi in sua difesa vengono fatti prigionieri e malmenati sotto gli occhi degli altri sette. Il Tenente Thierry Lotin avvisa della situazione , via radio, i suoi superiori, e lo Stato Maggiore gli suggeriscono di parlamentare. Il Tenente fa sapere che i Ruandesi chiedono la consegna delle armi, e in risposta arriva l'ordine di consegnarle. I dieci Paracadutisti vengono spogliati e stesi faccia a terra. I soldati ruandesi tagliano a ognuno i tendini dei piedi per impedire di fuggire. Poi cominciano le torture: vengono spaccati gli occhi a uno che portava gli occhiali, a un altro viene tagliato il naso con il machete, a un terzo viene tagliato il pene. Gli uomini vengono fatti a pezzi ancora vivi, e certi tatuaggi vengono tagliati e conservati per ricordo.
Intanto, a cinquecento metri di la, un altro plotone del 2° Codo che ha seguito la conversazione via radio tra i dieci Paracadutisti e lo Stato Maggiore chiede l'autorizzazione a intervenire. Negativo, ripete l'Ufficiale di Stato Maggiore. Così i soldati devono ascoltare le urla dei compagni che vengono massacrati, senza poter correre in loro aiuto.
Ora tocca a me, chiudo!. sono le ultime parole trasmesse per radio dal Tenente Thierry Lotin.
Paracadutisti belgi dello Squadrone Recce del 3° Para in Ruanda, dispongono di 4x4 Iltis Come è maturato tale sentimento anti-belga nelle autorità ruandesi? Dapprima una campagna avvelenata da parte di Radio Mille Colline, cui ha fatto eco una certa stampa ruandese, ha accusato il Belgio di non aver aiutato un Paese amico. Il Belgio aveva ritirato le sue truppe nel 1990, poi aveva rifiutato la consegna di armi già pagate chiedendo l'insediamento di un governo di transizione rappresentativo e insistendo sul rispetto dei Diritti dell'uomo. Inoltre, nel novembre 1993, i militari francesi presenti in Ruanda dall'ottobre 1990 erano stati rimpiazzati da Caschi Blu belgi, decisione non approvata dall'ala dura del movimento hutu, che stava con il Presidente Habyarimana ma giudicava troppo concilianti le sue posizioni durante le trattative di Arusha. E i duri del regime avevano così deciso la pura e semplice eliminazione del Presidente.
Quanto accaduto il 6 aprile non è altro che un colpo di Stato orchestrato dal Colonnello Bagasora, cugino acquisito del Presidente, e voluto dal clan della stessa moglie del Presidente.
Quando viene effettuato il colpo di Stato ricominciano i regolamenti di conti e le lotte tribali. In base agli accordi di Arusha un contingente di soldati dell'FPR si era insediato nella capitale. 1600 uomini del Fronte, di razza tutsi, bloccati nel centro città, vengono attaccati dalle FAR (Forze Armate Ruandesi).
I 12.500 Caschi Blu, intrappolati tra i belligeranti, non hanno altra soluzione che barricarsi nel loro fortino.
Gli Occidentali cominciano a fuggire in convoglio verso sud, verso il Vicino Burundi dove la situazione è calma. Gli Occidentali residenti in Ruanda erano: 1.500 Belgi, 525 Francesi, 350 Tedeschi, 255 Americani, 200 Canadesi, 198 Italiani, 175 Svizzeri, 135 Spagnoli, un centinaio di Olandesi, un centinaio di Inglesi.
Paracadutisti della compagnia ATK avanzano in un quartiere residenziale di Kigali I Caschi Blu presenti a Kigali ricevono disperati appelli da Occidentali e da Ruandesi sottoposti alle sevizie dei militari delle FAR e da civili hutu in armi, ma non possono intervenire, per ordine dello Stato Maggiore, perché tali interventi non rientrano nei loro compiti in Ruanda. I Paracadutisti belgi effettuano ugualmente numerose sortite e salvano la vita di molti Europei. Un Maresciallo dei Caschi Blu del 2° Codo e i suoi dieci uomini, pressati e minacciati da una folla adirata e armata, non vengono ammessi in uno stadio difeso da Caschi Blu del Bangladesh. Grazie al suo coraggio e al suo sangue freddo il Maresciallo salva il suo plotone entrando di forza nello stadio dopo aveme forzato l'ingresso, e aprendo il fuoco sulla folla ostile. Intanto i convogli dei civili continuano a lasciare la capitale sulla via del sud, dove devono superare numerosi posti di blocco tenuti da civili e da militari spesso di razza saul. I Tutsi presenti nei convogli vengono abbattuti sul posto. Anche ai Belgi viene data la caccia, ed essi devono farsi passare per Francesi o Svizzeri... Le organizzazioni umanitarie sono le prime a lasciare il Paese. Solo il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) rimasto sul posto continua a lavorare a favore e contro tutti.
Quanto all'Esercito ruandese, le sue forze non sono omogenee e costituiscono un temibile pericolo poichè, caduto il Capo di Stato Maggiore al fianco del Presidente Habyarimana, non c'è più un comando unico. I più pericolosi sono i soldati della Guardia Presidenziale: 700/800 Para-commandos molto bene addestrati, di solito a Kota Koli nello Zaire, che sono il nocciolo duro del radicalismo hutu, punta avanzata del regime.
Il resto dell'Esercito ruandese, i cui effettivi sono saliti da 7.000 a 30.000 uomini dopo la guerra dell'ottobre 1990, è molto più composito. Molti di questi soldati sono stati addestrati in pochi giorni. Mal pagati, demoralizzati e senza supporti logistici, dopo le trattative di pace contrastavano sempre più debolmente l'FPR. Aspettandosi una vicina smobilitazione, molti di questi soldati di sventura hanno già venduto le armi sul mercato o si sono trasformati in banditi e razziatori. Il battaglione dell'FPR di stanza a Kigali, per «dar spazio» al suo insediamento sulla collina del Parlamento, cerca di impossessarsi del punto strategico di fronte all'Hotel Meridien, dove sferra duri attacchi alla Guardia Presidenziale; questa attacca a sua volta la sua casenna sulla collina, lo stadio nazionale e i dintorni dell'ospedale Roi Faycal. La linea del fronte si muove continuamente. L'FPR per completare la sua offensiva aspetta l'arrivo a Kigali dei rinforzi che hanno lasciato la base di Mulindi, nel nord del Paese, vicino alla frontiera ugandese.
Scena di un combattimento, in cui una colonna di Para-Commandos si è trovata stretta tra il fuoco delle due fazioni belligeranti L'Operazione Silver Back (Schiena d'Argento), dal nome di una specie di gorillla della regione dei grandi laghi, comincia sabato 9 aprile con l'arrivo a Kigali dei primi Paracadutisti francesi. Le forze francesi e belghe avevano concordato un piano in tre fasi: occupare l'aeroporto, attendere dei rinforzi più consistenti e cominciare le operazioni di evacuazione dei connazionali. Sabato mattina quattro Transall dell'Aviazione francese, che provengono da Bangui, nella Repubblica Centro Africana, si posano a Kigali con un primo contingente di 190 Paracadutisti del 3° RPIMa che prendono posizione nell'aeroporto. Vista l'urgenza, comincia subito la loro missione di rimpatrio dei 525 connazionali francesi di Kigali. Il giorno stesso, più tardi, militari ruandesi bloccano con dei camion le piste dell'aeroporto per impedire l'atterraggio degli aerei belgi. Sette C-130 belgi e un C-130 olandese partiti da Melsbroek sabato mattina con blindati leggeri CVRT, jeeps Iltis, armi, mezzi di telecomunicazione e materiale sanitario, vengono momentaneamente dirottati su Gibuti e Nairobi. Due Boeing 727 e un A-5 Galaxy americani erano partiti anch'essi sabato e domenica dal Belgio trasportando circa 300 Paracadutisti.
Domenica 10 aprile lo Stato Maggiore belga dà istruzioni ai suoi militari presenti a Kigali come Caschi Blu dell'ONU, i Paracadutisti del 2° Codo, di aiutare l'azione dei Francesi che cominciano a evacuare tutti gli stranieri. Finalmente quella stessa domenica, alle 14:45, dopo lunghe trattative, i Belgi vengono autorizzati ad atterrare a Kigali. Alle 16:45 un primo C-130 si posa sulla pista, seguito da altri quattro alle 18 e da tre verso sera. Martedì 12 aprile il grosso delle forze dell'FPR (Fronte Patriottico Ruandese) entra a Kigali. Ora vi sono circa 4.000 uomini dell'FPR nella capitale del Ruanda che si battono con le FAR per la conquista della città.
Due convogli belgi lasciano l'aeroporto di Kigali in colonna, in un'atmosfera da "caduta di Saigon", alla ricerca di Europei ancora bloccati nella città o nel Paese. Vi sono camions armati di mitragliatrici da .50, veicoli civili "presi in prestito dagli Europei e trasformati in mezzi d'assalto" portiere smontate, vetri in frantumi, Minimi in copertura posteriore e MAG sul tetto, e di scorta i CVRT o gli M-13 prestati dall'US Army. I due convogli imboccano a forte velocità le piste che partono dall'aeroporto, uno dirigendosi verso la città, l'altro verso l'interno del Paese. Lungo il percorso ogni dieci metri Para-Commando del distaccamento ricognizione a lungoraggio in attesa di essere aviolanciati si incontrano cadaveri di civili. Il nostro convoglio, costituito di sole ESR (Squadre Speciali da Ricognizione), si dirige verso il centro città. E' stato incaricato di raccogliere l'Ambasciatore d'Egitto, di evacuare gli ultimi giornalisti dell'Hotel Meridien e di rintracciare un Belga di cui si è senza notizie da alcuni giorni. Ogni 500 metri la strada è interrotta da uno sbarramento di rami d'albero. Vi montano la guardia dei civili, in maggior parte giovani, armati di machete, di bastoni e di manganelli, a volte assistiti da qualche militare delle FAR. Quando passa il nostro convoglio non lo fermano, ma ci fulminano con lo sguardo. Intorno allo stadio Amahoro vediamo gli uomini dell'FPR, nascosti in un fossato lungo la strada, in posizione con gli AK-47 e, a intervalli regolari, con mitragliatrici da .50.
All'improvviso, nelle vicinanze dell'ambasciata d'Egitto, scoppia la fucileria. Le pallottole fischiano da entrambi i lati della strada e i proiettili di mortaio da 60 mm piovono intorno a noi. Da una parte della strada ci sono gli uomini dell'FPR, dall'altra i soldati delle FAR che sparano sulla nostra colonna che è venuta a trovarsi nel bel mezzo.
Il fuoco continua per venti minuti, poi arrivano le truppe dell'FPR, in pastrano e anfibi di gomma, che hanno messo in fuga i soldati delle FAR. Le ESR arrivano all'ambasciata d'Egitto a piedi, ma si sentono dire che l'Ambasciatore rifiuta di lasciare il suo posto. Dietro-front per l'Hotel Méridien dove sotto un diluvio di proiettili di mortaio vengono evacuati gli ultimi giornalisti e i Paracadutisti belgi della MINUAR ancora bloccati.
All'aeroporto i Paracadutisti francesi sono appostati nel ricovero trincerato di fianco all'entrata. I soldati delle FAR si avvicinano all'aeroporto sempre più numerosi perché dentro Kigali la morsa si stringe sempre più sulle loro posizioni, e la presenza dei militari stranieri rappresenta per loro una protezione. Il loro Stato Maggiore si è infatti installato al piano superiore dell'edificio dell'aeroporto. In città le ambasciate di Francia e del Belgio sono state chiuse, e tutto è stato abbandonato: computers, video, TV, trasmittenti, cibo, mobili...
Parte un nuovo convoglio, ancora scortato dalle ESR e da elementi della Compagnia Anticarro. Vicino a uno sbarramento alcuni civili infieriscono con i machete su altri civili. Cinque sono già a terra, tra cui una ragazzina di quindici anni che si muove ancora. Quando ripassiamo di là dopo una ventina di minuti le vittime sono raddoppiate.
Para-Commando del 2° Battaglione Commando in addestramento controcarri con il MILAN A una quindicina di chilometri da Kigali viene raccolto un Belga, ingegnere agronomo, ferito da pallottole al bacino e a una mano. E' stato colpito tre giorni prima da soldati delle FAR. Anche i Caschi Blu del 2° Codo cominciano a ripiegare sull'aeroporto abbandonando in città quasi tutto il loro materiale e le munizioni. Sparano loro addosso, ed essi, ricordando la brutta fine toccata ai loro compagni del Plotone Mortai, rispondono con decisione al fuoco. Un soldato delle FAR, nascosto dietro un traliccio elettrico, apre il fuoco sul convoglio con una mitragliatrice da .50. Il Caporale seduto vicino a noi vuota il suo caricatore e la zittisce.
Il 14 aprile i Paracadutisti italiani, terminata l'evacuazione dei loro compatrioti, lasciano Kigali portando con se alcuni veicoli Pajero e Range Rover. I Francesi partono un po' più tardi portandosi dietro anch'essi alcune 4x4 e vuotando il deposito dell'aeroporto fino ad allora risparmiato.
Il 15 aprile cadono sull'aeroporto di Kigali, presidiato dai Paracadutisti belgi, i primi proietti di mortaio. Due da 120 mm si abbattono su un hangar a sinistra dell'edificio principale e subito gli artiglieri ruandesi mettono in batteria, cento metri davanti a questo, un lanciarazzi sovietico RPU-14, facendo partire in pochi secondi le prime salve (questo pezzo di artiglieria può lanciare in pochi secondi quattordici proietti da 105 mm a quindici chilometri). Il Colonnello Jean-Pierre Roman, che comanda la missione belga di evacuazione, non ritorna ancora. I Ruandesi mirano a provocare dei tiri di risposta da parte dell'FPR contro l'aeroporto. Un Ufficiale belga e uno dell'ONU si portano allora alla batteria delle FAR e ordinano all'Ufficiale ruandese di ritirarsi a più ci 500 metri dal perimetro dell'aeroporto secondo gli accordi intercorsi, e minacciano di distruggere la batteria e i suoi serventi se l'ordine non verrà eseguito immediatamente. Ma i Ruandesi ricaricano la batteria e appena i due Ufficiali sono rientrati nell'edificio fanno partire un'aftra salva verso una collina a sud-ovest di Kigali tenuta dall'FPR.
Un secondo dopo un Casco Blu della 12ª Compagnia del 2° Codo, appostato con la MAG sul tetto dell'aeroporto, apre il fuoco sulla batteria. La raffica non ferisce nessuno, ma è sufficiente perché una ventina di Ruandesi si gettino a terra in preda al panico e spariscano subito, spaventati, con il loro lanciarazzi. Pochi minuti dopo ricominciano a cadere sull'aeroporto proietti di mortaio di tutti i calibri. È ormai ora di sganciarsi. Gli ultimi Paracadutisti belgi si imbarcano su un C-130 canadese diretti a Nairobi, in Kenia. Solo i Caschi Blu belgi del 2° Codo, quelli del Bangladesh e del Ghana rimangono ancora per qualche giorno.
Poi tutta la MINUAR si ritira dal Ruanda, a parte un pugno di uomini. Continuano intanto i combattimenti tra FAR e FPR, i massacri e i regolamenti di conti.
All'inizio di maggio il cessate il fuoco viene violato due volte. Ora l'FPR controlla il nord del Paese e le strade verso la Tanzania. L'Esercito del Burundi, costituito per il 90% di Tusti, ha bloccato la frontiera meridionale. L'Esercito ruandese può ricevere aiuti solo dallo Zaire. L'FPR cerca di sfruttare la rivalità tra gli Hutu del nord, che detengono il potere da ventanni, e gli Hutu del sud, ma per ora senza grossi risultati. Sul piano militare il movimento tutsi mira ad accerchiare lentamente Kigali, come hanno fatto i ribelli ugandesi che hanno conquistato Kampala nel gennaio 1986. Ma in questo caso il movimento non dovrà solo liberare la città, ma dovrà tenerla con la forza, perché tutti i suoi sostenitori sono scomparsi, uccisi o fuggiti.

Distintivo della Brigata Para-Commando belga


Brevetto dei Paracadutisti Belgi


Distintivo del 1° Battaglione Paracadutisti belgi


Distintivo del 2° Battaglione Commando belgi


Distintivo del 3° Battaglione Paracadutisti belgi



 
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