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| EL ALAMEINSECTION |
Nel 1941, durante la campagna del Nordafrica, la 15ª divisione Panzer dell'Afrika Korps di Rommel diede una micidiale dimostrazione di forza nei combattimenti contro gli inglesi
Il 12 febbraio 1941 giunse a Castel Benito, in Libia, un solitario bombardiere Heinkel He 111. Ai coloni italiani
sembrò soltanto uno dei tanti aerei tedeschi che in quei giorni stavano facendo affluire dalla Sicilia i
rifornimenti necessari per stabilire una base della Luftwaffe nei pressi di Tripoli.
Dall'apparecchio scese invece un generale tedesco, di media statura ma di modi assai energici, che era
destinato a modificare radicalmente il corso della guerra nel deserto. L'ufficiale era Erwin Rommel:
aveva iniziato la sua carriera di combattente nella prima guerra mondiale, e si era particolarmente
distinto durante il "blitzkrieg", la guerra lampo della Wehrmacht contro la Francia, nel maggio del 1940.
Due giorni più tardi, la 5ª divisione leggera, prima unità di quello che sarebbe poi divenuto il
Deutsches Afrika Korps (DAK), cominciava a sbarcare a Tripoli.
Agli inizi del 1941, lo sforzo bellico dell'Asse in Africa settentrionale era sull'orlo del tracollo.
L'esercito italiano, o piuttosto ciò che ne rimaneva dopo una serie di sconfitte per opera delle forze
britanniche al comando del generale Wavell, non era in grado di reggere a nuove offensive.
Hitler era deciso a impedire che l'Africa settentrionale cadesse in mano inglese, perché una simile
sconfitta avrebbe compromesso l'intero assetto difensivo dell'Asse nello scacchiere europeo. Tuttavia il
Führer era contrario a impegnare in modo massiccio la Wehrmacht sul fronte nordafricano: e alla fine
preferì inviare un contingente ridotto agli ordini di un ufficiale di grande esperienza.
Rommel era pienamente consapevole che le sue truppe, spedite in una zona di operazioni ignota, che
richiedeva forme di combattimento del tutto particolari, avrebbero dovuto fare i conti non solo
con gli inglesi, ma anche con il deserto. Il nuovo campo di battaglia era in gran parte una distesa
desolata e arida, nella quale gli uomini si trovavano a lottare con un caldo asfissiante di giorno
e un freddo pungente di notte.
Scarso era il riparo offerto dalla vegetazione, salvo che nella striscia costiera o intorno alle città
principali, dove i coloni italiani avevano intrapreso opere d'irrigazione. Ma nell'entroterra l'acqua era
un bene prezioso. Esistevano alcune sorgenti di cui si servivano le tribù nomadi (e che in seguito avrebbero
salvato dalla morte molti soldati dispersi): ma le truppe si sarebbero dovute portar dietro tutti i generi
di prima necessità, con l'acqua in cima alla lista.
I movimenti militari su qualsiasi scala comportavano gravi pericoli e non potevano essere decisi alla
leggera. Vaste distese di sabbia soffice e cedevole potevano infatti inghiottire uomini e automezzi e
persino i carri armati rischiavano facilmente di insabbiarsi. Una sola era l'arteria praticabile durante
tutto l'anno: la via Balbia, che univa Tripoli alla frontiera egiziana con un percorso di 1600 km. Sulla
via Balbia il traffico poteva scorrere agevolmente, come su un'autostrada europea: e Rommel era consapevole
(al pari degli inglesi) che la chiave di un'eventuale offensiva consisteva appunto nel controllo di
quell'arteria litoranea, che seguiva la costa del Mediterraneo e collegava i vari centri abitati
della colonia italiana.
L'AZIONE CORROSIVA DELLA POLVERE E DELLA SABBIA
I tedeschi non avevano esperienze recenti di guerra nel deserto, e l'Afrika Korps risultò inizialmente del
tutto impreparato al compito che gli era stato assegnato.
Nei primi mesi del conflitto, i tedeschi dovettero servirsi dei rapporti dell'esercito italiano, che però
il più delle volte si rivelarono poco attendibili nei dettagli e assai manchevoli dal punto di vista
cartografico.
Anche l'equipaggiamento fu dapprincipio inadeguato a causa di una serie di errori. Nei loro rapporti, gli
italiani avevano richiamato l'attenzione dell'alleato germanico sugli inconvenienti dell'uso dei motori
diesel nel deserto, ma avevano trascurato di segnalare le misure che potevano ovviare, almeno in parte, a
questa difficoltà.
I tedeschi non presero quindi le misure necessarie per proteggere i motori dei loro veicoli dagli effetti
corrosivi della polvere e della sabbia: e questa incuria costò loro assai cara nei primi mesi di guerra.
Molti carri armati finirono fuori uso e la vita media dei motori degli autocarri risultò di appena
1000-2000 km, cioè la metà rispetto a quelli usati dagli inglesi. Solo l'adozione di filtri speciali
consentì in seguito ai veicoli corazzati tedeschi di reggere il confronto con i mezzi avversari.
C'era poi il problerna della mimetizzazione. I primi veicoli dell'Afrika Korps erano infatti mimetizzati
con vernice grigio-verde, come si usava in Europa, perchè la Wehrmacht non disponeva di colori più
adatti al paesaggio nordafricano. Così si dovette adottare un rimedio d'emergenza: i carri furono spruzzati
d'olio e ricopierti di sabbia.
Bisognava però anche cercare di dissimulare i veicoli da fermi e le loro ombre. Agli equipaggi dei
carri armati si dovette insegnare a fare uso, durante le soste, di reti coperte con gli arbusti spinosi di
cui si cibano i cammelli; e la fanteria imparò a scavare strette trincee lungo le sponde dei fiumi in secca.
L'ambiente desertico costituì un grave handicap per l'equipaggiamento dell'Afrika Korps, ma servì
anche a collaudare la capacità di resistenza e lo spirito di sacrificio dei soldati tedeschi.
Dapprincipio, l'alto comando germanico non prese alcuna misura particolare per la vita delle truppe in zona
di operazioni: ma l'esperienza dimostrò ben presto che il rancio e le misure igieniche normali non erano
adatti per la sopravvivenza nel deserto. Il regime dietetico dovette quindi essere cambiato: fagioli al
posto delle patate, biscotti invece del pane, e olio d'oliva al posto del burro e della margarina (che si
irrancidivano per il caldo).
Fatta eccezione per qualche razione di formaggio o di manzo in scatola, si cominciarono ad usare soprattutto
cibi di produzione locale. Complessivamente, però, la dieta dei soldati era monotona e povera di vitamina C.
Le uniformi, inizialmente, erano quelle in uso sin dalla fine del 1940: giubba attillata, calzoni alla
zuava, elmetto da sole e stivali. L'esperienza evidenziò tuttavia quasi subito i difetti di
quest'abbigliamento. Le giubbe erano troppo aderenti; i calzoni ostacolavano i movimenti e l'elmetto
offriva una scarsa protezione dal fuoco delle armi leggere e dalle granate. Anche gli stivali erano poco
adatti a una campagna nel deserto. Col tempo si capì che perché gli uomini potessero affrontare il caldo
l'uniforme doveva essere leggera, ampia e comoda. Così le divise furono sostituite o modificate per
adeguarle alle esigenze individuali.
Rommel era consapevole della scarsa preparazione dell'Afrika Korps e degli inconvenienti del suo
equipaggiamento, ma decise di passare ugualmente all'offensiva al più presto. I suoi piani si basavano
sul presupposto (esatto, come gli eventi avrebbero poi dimostrato) che l'ultima vittoria riportata dal
generale Wavell sugli italiani il 7 febbraio avesse completamente esaurito le energie degli inglesi.
Alla fine di marzo, dopo una serie di attacchi d'assaggio contro gli avamposti nemici, Rommel si sentì
pronto per scatenare una grande offensiva contro le posizioni inglesi lungo la pianura costiera. Il 4
aprile fu dato l'ordine di attaccare. L'obiettivo era di riconquistare la Cirenaica. Qualche giorno più
tardi dopo una serie di clamorose vittorie, l'Afrika Korps era sul punto di varcare la frontiera egiziana.
Rommel aveva costretto gli uomini di Wavell a ritirarsi per oltre 800 Km, e soltanto Tobruch, l'unico porto
marittimo fra Tripoli e Alessandria, era ancora in mano alleata. Entrambi gli avversari però erano stremati
dai combattimenti e temporeggiavano in attesa di rinforzi.
È su questo difficile teatro di operazioni che la 15ª divisione Panzer fu chiamata a fare il
suo debutto nel deserto.
La 15ª divisione, una delle migliori unità agli ordini di Rommel, era rimasta bloccata a Napoli nelle
prime settimane di aprile: ma alla fine del mese era giunto a Tripoli il suo 8° reggimento corazzato, punta
di diamante dell'intero corpo.
Wavell, informato dell'arrivo del contigente nemico, affrettò la preparazione dei piani per la
controffensiva, che in codice si sarebbe chiamata "Operazione Battleaxe" (Ascia di guerra).
Rinforzi furono fatti affluire in tutta fretta nel Nordafrica, e il 12 maggio approdò nel porto di
Alessandria un convoglio di navi trasporto con a bordo i cosiddetti Tigrotti, cioè 238 carri armati tipo
Matilda e Crusader.
Molto restava però ancora da fare prima che fossero pronti per il combattimento. I mezzi blindati dovevano
infatti essere attrezzati per il combattimento nel deserto, e anche gli equipaggi dovevano abituarsi alle
nuove condizioni di vita. Poche settimane sarebbero state sufficienti ma Rommel non era certo uomo
d'attendere l'attacco nemico con le mani in mano.
NEL SILENZIO DEL DESERTO
Vista l'impossibilità di scagliare contro il nemico i suoi panzer, a causa della scarsità di rifornimenti,
Rommel decise di adottare una strategia di difesa flessibile contro l'imminente offensiva britannica.
A tale scopo fece trasformare la gola tortuosa del Passo di Halfaya in una vera e propria fortezza.
Nei lunghi e torridi giorni di giugno, i potenti cannoni anticarro da 88, faticosamente trasportati a
braccia fino alla postazione, furono interrati in modo che solo le canne lucenti, accuratamente mimetizzate,
sporgessero dai parapetti delle piazzuole. Coperte in questo modo tutte le vie d'accesso al valico, si
procedette a fortificare altre due postazioni nell'entroterra; la 206, che controllava la strada per Forte
Capuzzo, e la 208, sulla Catena dello Hafid. Alle spalle di questo possente schieramento, Rommel dispiegò
i 200 carri armati della sua divisione corazzata di punta. Gli uomini della 15ª Panzer attendevano,
muti e minacciosi, dietro Forte Capuzzo, mentre ad occidente i loro commilitoni della 5ª divisione
leggera, montavano la guardia a Sidi Azeiz.
All'alba del 15 giugno, nel silenzio del deserto, risuonò il ruggito dei carri armati della 4ª e
7ª brigata corazzata britannica. Quando la fredda bruma del mattino si levò, mostrando le grandi
nuvole di polvere sollevate dai carri inglesi in avanzata, gli artiglieri tedeschi cominciarono a preparare
le armi.
Non apersero però subito il fuoco, lasciando che i carri proseguissero la loro corsa verso la prima linea
difensiva di mine anticarro predisposta da Rommel. Pochi istanti dopo, l'attacco britannico si esauriva.
I carri, insabbiati nei campi minati e incapaci sia di avanzare che di indietreggiare, costituivano adesso
un bersaglio ideale per i micidiali cannoni da 88. La carneficina del Passo di Halfaya fu tale che gli
inglesi ribattezzarono lo scontro con un nomignolo dal suono sinistro: "hellfire", o "fuoco d'inferno".
L'offensiva di Wavell era fallita, anche se la 4ª e la 7ª brigata erano riuscite ad avanzare sino
a Forte Capuzzo e alla catena dello Hafid. In una sola, sanguinosa giornata, l'Afrika Korps aveva distrutto
oltre metà dei Tigrotti inglesi.
Gli aspri combattimenti erano costati a Rommel buona parte della sua fanteria e dell'artiglieria: ma il suo
contingente di carri era rimasto praticamente intatto. Gli uomini della 15ª Panzer erano riposati,
avevano consumato un buon pasto e avevano avuto tutto il tempo per preparare se stessi, e i loro carri,
all'azione.
Non ci fu molto da aspettare. All'alba, l'8° reggimento Panzer della divisione ricevette l'ordine di
liberare Forte Capuzzo con un attacco frontale. La 5ª divisione leggera invece si diresse verso la
catena dello Hafid, nel quadro di un attacco diversivo a sud.
Alle 5 del mattino, i PzKpfw II, III e IV del reggimento sembrarono destarsi con un ruggito. I carri
si misero in marcia a 24 km l'ora: toccava a loro, adesso, dar prova del valore dell'Afrika Korps, sotto
una pioggia di colpi. Rommel era convinto che con un'abile combinazione di fuoco e di movimento,
i suoi carri sarebbero riusciti a bloccare e distruggere le difese britanniche. Non aveva però fatto i
conti con l'artiglieria controcarri inglese, che sottopose 1'8° reggimento a un fuoco infernale.
Più volte i carri tedeschi tentarono lo sfondamento, ma si scontrarono con un fuoco di sbarramento
insuperabile.
Sei ore più tardi, 1'8° Panzer, ormai sull'orlo dell'annientamento, solo 30 carri erano riusciti a superare
lo schieramento nemico, fu costretto a riconoscere la propria sconfitta.
Fu allora che Rommel diede prova del genio che gli avrebbe procurato il soprannome di "volpe del deserto".
Nonostante le gravi perdite, egli sapeva che gli inglesi erano prossimi al tracollo e che sarebbe bastato
un solo colpo ben assestato per rovesciare le sorti della battaglia. Ordinò qulndi, all'8° reggimento di
ricongiungersi con la 5ª divisione leggera per effettuare un'avanzata travolgente nel deserto, che
aggirasse gli inglesi attestati a Forte Capuzzo e sullo Hafid, e portasse soccorso alla guarnigione tedesca
di Halfaya.
Per tutta la notte tra il 16 e il 17 giugno, gli uomini della 15ª divisione lavorarono intorno ai loro
carri, sforzandosi di riparare quelli avariati, liberando i motori dalla sabbia e pulendo le armi. Sin dal
primo mattino la divisione era pronta per il combattimento: e alle 9 fu dato ordine di avanzare.
Dapprincipio la marcia dei carri non incontrò resistenza. Gli inglesi furono presi di contropiede. Parecchi
mezzi corazzati della 7ª brigata si erano ritirati oltre il confine egiziano per rifornirsi di
carburante, e solo pochi carri Matilda della 4ª brigata erano rimasti ad appoggiare gli uomini della
22ª brigata Guardie a Forte Capuzzo. Di fronte all'avanzata tedesca, il comandante britannico di
quell'avamposto capì immediatamente che le sue truppe rischiavano l'accerchiamento e ordinò un immediato
ripiegamento, coperto dai veicoli corazzati.
Mentre i Matilda si muovevano verso sud per tenere aperta la via della ritirata, i panzer della 15ª
divisione premevano a nord per chiudere la trappola.
Le due forze entrarono in contatto qualche ora dopo. In questa lotta disperata i carri britannici con una
corazza più spessa di quella dei panzer, risultarono un temibile avversario per la 15ª divisione
tedesca, priva di appoggio controcarri.
I proiettili rimbalzavano sulla corazza dei carri con un assordante boato metallico. All'interno, gli
equipaggi inglesi e tedeschi coperti di sudore, con la gola secca e accecati dalla polvere, sembravano
ormai combattere più per la sopravvivenza che per la vittoria.
Nascosti dai solchi del terreno, o celati dalle fitte nubi di polvere, i carri rischiavano di entrare in
collisione tra loro, proprio quando sarebbero state necessarie la massima sicurezza nelle manovre e la
mira più precisa.
La vita di ciascuno dipendeva ormai soltanto dalla capacità individuale di colpire il nemico prima di
esserne colpiti.
La battaglia infuriò in questo modo, con intensità sempre crescente, per oltre sei ore, dando tempo alla
fanteria britannica di ritirarsi oltre il confine egiziano e ritardando l'arrivo di Rommel ad Halfaya sino
alle 4 del pomeriggio.
Le perdite furono pesantissime. I Matilda pagarono assai cara la loro resistenza, e ben pochi ritornarono
fra le file britanniche.
La sera del 17, Rommel aveva ottenuto una vittoria decisiva e l'Operazione Battleaxe del generale Wavell era
fallita. In questa prima offensiva su larga scala. l'Afrika Korps aveva perso soltanto 25 carri, mentre gli
inglesi avevano lasciato sul campo 87 Tigrotti e molti altri mezzi corazzati.
Il fallimento dell'Operazione Battleaxe non fu soltanto una sconfitta militare. Esso dette infatti origine
anche a una leggenda circa l'invincibilità di Rommel, che finì per essere accettata non solo dalle truppe
ma anche da molti ufficiali e comandanti britannici. La successiva destituzione di Wavell servì a
rafforzare questo convincimento.
Gli uomini della 15ª divisione Panzer furono comprensibilmente orgogliosi di essere riusciti a
tornare in prima linea malgrado le gravi perdite subite.
Molto probabilmente si erano anche resi conto di avere, nella "volpe del deserto", un comandante che valeva
più di una divisione nemica.
STRUTTURA DELLA 15ª DIVISIONE PANZER
Il nucleo della 15ª Panzer era costituito dai due battaglioni dell'8° reggimento Panzer.
Ciascun battaglione comprendeva 3 compagnie, ognuna delle quali aveva in dotazione 20
carri armati. Da principio erano in dotazione soprattutto i PzKpfw II, che in seguito furono
gradualmente sostituiti dai più potenti PzKpfw III e IV.
L'appoggio dei carri armati era assicurato da un reggimento d'artiglieria, composto da 3 battaglioni,
equipaggiati con cannoni da 105, 120 e 150 mm, e dalla 15ª brigata di fanteria motorizzata. I due
reggimenti di quest'ultima, il 115° e il 200°, comprendevano ciascuno 3 battaglioni formati da 3
compagnie di fucilieri; una compagnia di mitraglieri di 150 uomini con 18 mitragliatrici e 6 mortai;
un plotone di genieri, e una sezione addetta alle trasmissioni. Il 33° battaglione da ricognizione
motorizzato costituiva, per così dire, gli occhi e le orecchie della divisione, e comprendeva una
squadra di veicoli cortizzati pesanti e 4 di veicoli leggeri. L'appoggio alla fanteria era assicurato da 3
compagnie di fanteria motorizzata e da una compagnia di artiglieri. Il 15° battaglione motociclisti forniva
un ulteriore appoggio. La 15ª divisione comprendeva infine due battaglioni trasmissioni e genieri, un
battaglione d'artiglieria controcarro e uno di contraerea.
IL RUOLO DEI MEZZI CORAZZATI
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Le battaglie combattute nel giugno 1941 in prossimità del confine egiziano videro
il primo scontro diretto fra grandi unità corazzate dell'esercito britannico e
dell'Afrika Korps. Queste azioni costituirono il banco di prova per l'impiego
tattico dei carri armati, ma anche per la verifica delle diverse concezioni circa
l'uso strategico dei mezzi corazzati. Nonostante il DAK avesse in dotazione un
alto numero di PzKpfw II e IV, il nucleo della 15ª divisione Panzer era
costituito dai PzKpfw III. Il primo modello di questo carro prodotto su vasta
scala - l'Ausf F - comparve all'inizio del 1940: il suo armamento consisteva in
un cannone principale da 37 mm. Ma verso la fine dell'anno entrò in produzione l'Ausf G, equipaggiato con
un cannone da 50 mm, più potente e a canna corta. Entrambe le versioni hanno combattuto nelle prime
battaglie nel deserto. Il principale avversario britannico del PzKpfw III, il Matilda, era un carro
d'appoggio per la fanteria, relativamente ben corazzato ma lento nelle manovre. Nel 1940, il Matilda era
quasi invulnerabile rispetto alle armi controcarro dei tedeschi ma poi l'adozione da parte di questi
ultimi del cannone da 88 mm pose fine alla sua fama di re del campo di battaglia. Alla fine la lentezza
del Matilda e il suo armamento insufficiente lo declassarono definitivamente rispetto ai panzer tedeschi.
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